I minori finanziamenti
alla sanità bergamasca
Spesso le argomentazioni che hanno messo in discussione il modello
organizzativo e strutturale della sanità lombarda sono state sottovalutate.
Possiamo supporre per qualche pudore o remora di natura politica.
La discussione si è sviluppata sul filo della contrapposizione
ideologica, nonostante alcune argomentazioni fossero talmente tangibili da non poter
essere oscurate da nessuna distorsione informativa dei media.
Finalmente sembra che le contraddizioni introdotte dal modello lombardo
(legge regionale 31- 1998), esasperate in prospettiva dalla sua evoluzione più naturale
(il PSSR di recente approvazione) vengano registrate, recepite, accusate dalle istituzioni
del territorio, a partire dall'ASL di Bergamo.
Rimane il rammarico che lAzienda in questione, promanazione
diretta della giunta regionale, abbia fino ad oggi, almeno nella sostanza, avallato il
sistema sanitario regionale.
Va detto, ad onor del vero, che lo scorso anno si arrivò a prefigurare
l'opportunità di una possibile contrattazione e programamzione di tutte le attività
ospedaliere ed ambulatoriali delle strutture pubbliche e private della nostra provincia,
per evitare sprechi e prestazioni inutili oltre che particolarmente onerose.
E l'Asl di Bergamo era assolutamente interessata ad una ipotesi del
genere.
Il fallimento della esperienza regionale, al cui modello si ispirano
oggi le politiche sanitarie del governo nazionale, è economico (spesa fuori controllo) e
qualitativo (inappropriatezza di molte prestazioni).
Lo spreco di risorse pubbliche, bruciate per prestazioni onerose ed
inefficaci come i ricoveri impropri, ha mandato fuori governo la spesa sanitaria della
nostra regione, al punto tale da dover aumentare l'addizionale Irpef per ripianare i
debiti, dopo la fine dei rimborsi da parte dei tanto vituperati governi centrali.
Oggi per tentare di contenere questa distorsione economica si procede,
innanzitutto, al taglio delle spese e guarda caso di quelle che permetterebbero
uninversione strutturale della tendenza alla cura ospedaliera: prevenzione,
territorio, igiene ambientale, assistenza domiciliare agli anziani, politiche socio
sanitarie.
I 70 milioni di euro di minore finanziamento da parte della regione
all'Asl di Bergamo avranno le ricadute più significative in questi ambiti.
L'effetto, purtroppo, è destinato ad essere quello del cane che si
morde la coda perché rallentando l'azione di contenimento a monte degli interventi
sanitari e socio assistenziali si determinerà inevitabilmente una proliferazione
indiscriminata delle prestazioni, fuori da ogni logica di governo.
La salute dell'individuo e la qualità della sua vita sono determinate
da scelte orientate dal governo pubblico dell'incontro tra domanda ed offerta sanitaria e
socio assistenziale, dalla scienza medica e dalla ricerca continua.
La gestione del sistema sanitario e socio assistenziale può essere poi
affidata ad una pluralità di soggetti, tra i quali rientrano a pieno titolo privati e
terzo settore.
Il principio dell'integrazione tra pubblico e privato, fermo restando
il governo in capo al pubblico, è un principio consolidato da tempo e nei fatti.
E' bene che il privato filantropico, illuminato partecipi e finanzi un
sistema collettivo pubblico di natura sanitaria e socio-assistenziale.
E' bene che, sulla base di un accordo preliminare di condivisione della
finalità pubblica del servizio, tesa a tutelare i diritti primari della persona - di
tutte le persone - metta a disposizione risorse ed energie.
Non può, in alcun caso, essere messa in discussione l'universalità
del servizio pubblico.
E' bene discutere di razionalizzazione, di efficacia e di efficienza,
di eventuale compartecipazione a seconda del proprio stato economico e patrimoniale al
pagamento dei servizi, di fattori economici, ma le prestazioni efficaci ed essenziali
devono essere uguali per tutti su scala nazionale se non addirittura sovrannazionale.
Le implementazioni, i corollari di miglioramento offerti dai fondi
assicurativi privati sono altra cosa.
Infine, è più che mai opportuno rivedere il modello organizzaztivo
lombardo anche alla luce delle nuove domande e dei nuovi bisogni emergenti: patologie
croniche, aumento esponenziale della popolazione anziana e delle sue patologie, non
autosufficienza.
Questo rafforza ulteriormente la necessità di prevedere un sistema
fortemente radicato nei paesi, nel territorio, integrato e partecipato.
Un sistema articolato sul piano della domiciliarità, della
semiresindenzialità e della residenzialità.
L'abdicazione della funzione pubblica da questo contesto e l'abbandono
alle sole regole del mercato e delle negoziazione, individuale per giunta, produce
prestazioni inadeguate, esclusione di importanti fasce di cittadini da servizi di certa
qualità, lievitazione abnorme dei costi.
Non dimentichiamoci, infine, il rischio di scaricare eccessivamente
sugli enti locali e sulla società civile lonere di supplire a funzioni fondamentali
esercitate dal servizio sanitario nazionale senza prevedere adeguati trasferimenti di
risorse.
Significherebbe assegnare compiti e responsabilità senza strumenti per
poterli esercitare e contribuirebbe a destrutturare ulteriormente il sistema di welfare
del nostro Paese.
Ciò detto, riteniamo utile un confronto su questi temi con l'Asl per
assumere, se possibile, una posizione comune da portare alla giunta regionale, anche in
funzione della prossima attuazione del piano socio sanitario lombardo.
Gianni Peracchi
Segreteria SPI CGIL Bergamo