La riorganizzazione del sistema ospedaliero

 

 

In genere quando le critiche e le osservazioni inerenti una qualsiasi situazione sono pragmatiche, circostanziate prima o poi trovano conferma.

E' il caso di quelle avanzate dalla CGIL a proposito del sistema sanitario lombardo.

Oggi, infatti, gli effetti della legge regionale n. 31 del 1988, che ne ha modificato sostanzialmente le fondamenta, si fanno sentire in tutta la loro gravità.

Ed è bene considerare con attenzione queste valutazioni perché il modello lombardo continua ad essere inteso come antesignano di una sperimentazione che dovrebbe essere estesa su scala nazionale.

I numeri del deficit regionale, le decisioni della giunta relative all'aumento dell'addizionale Irpef, l'introduzione indiscriminata di ticket sui farmaci, l'aumento delle tariffe per le visite di pronto soccorso e di quelle specialistiche e per ultimo la contrazione secca dei volumi di attività decisa dalla regione Lombardia certificano che il sistema non funziona, prima ancora che sul piano dell'appropriatezza delle prestazioni, su quello dei conti economici.

Questo sistema, in cui non ha mai trovato sufficientemente spazio, come doveva, l'analisi preliminare dei bisogni e la programmazione conseguente delle attività, ha fatto esplodere la spesa.

E non tanto rispetto ad altre situazioni del Paese, quanto ai parametri, tutto sommato virtuosi, del modello precedente.

Dopo l'aumento dell'addizionale Irpef, correre ai ripari con i ticket, che possono anche in qualche misura inibire la spesa dei farmaci, salvo il fatto che questa operazione dovrebbe essere governata con un rapporto più stretto con i medici di base, serve unicamente a dare un po' di respiro alle finanze regionali.

Accelerare questa operazione con misure di contenimento drastico ed indiscriminato delle prestazioni, decise senza nessuna analisi di merito a parte quella esclusivamente finanziaria, rischia di peggiorare ulteriormente la situazione.

Il sistema a presidio della garanzia del diritto universale alla salute, gestito da aziende pubbliche e private accreditate, potrebbe così mantenere in carico prestazioni appropriate e non e cedere prestazioni necessarie, magari meno remunerative, altrove.

Il problema è che se davvero venissero scaricate prestazioni utili e necessarie è probabile che il loro costo esca dai conti della sanità pubblica ma rimanga nelle tasche dei contribuenti.

Quando addirittura, in una ipotesi ancora peggiore, non diventi praticamente insostenibile.

Non si capisce a questo punto, considerata anche l'idea di cedere una serie di prestazioni territoriali come l'assistenza domiciliare integrata, che senso abbia mantenere in vita le Aziende sanitarie locali nei territori.

Dovrebbe competere a loro, infatti, la funzione di analisi dei bisogni e la conseguente contrattazione della qualità e delle quantità delle prestazioni con le aziende erogatrici.

Se anche questa funzione viene loro sottratta – è pur vero che non l'hanno mai praticata - sarebbe forse più coerente che le Asl diventassero semplici filiali burocratiche ed amministrative, con tutto ciò che questo comporta, della regione.

Direzioni generali, amministrative e sanitarie servirebbero a questo punto a ben poco.

Dopo questa breve riflessione sugli aspetti critici evidenziati dal sindacato e ripresi nella sostanza, seppur e giustamente con toni e punti di vista diversi, dalla stampa locale è opportuno passare alle proposte per ovviare a questa difficile ed insostenibile situazione.

Alcune di queste idee sono già state avanzate in passato e si basano sul presupposto legislativo esistente, non essendo praticabile al momento una revisione significativa dell’impianto normativo.

La prima riguarda la messa in rete del sistema sanitario con quello socio assistenziale, in qualche misura definito nei piani di zona in tutti gli ambiti distrettuali del nostro territorio.

Per poterlo fare è necessario passare da una fase in cui si è esercitata una fortissima pressione, in molti casi impropria, sugli enti locali perché fossero adempienti rispetto ai dettati della legge sull’assistenza, in una in cui Asl e regione svolgano il proprio compito istituzionale: la definizione dei piani di salute dei distretti sanitari, coinvolgendo in modo organico i medici di medicina generale.

La seconda riguarda la definizione formale di un processo, in qualche misura in corso con tempi inadeguati, di razionalizzazione e di riorganizzazione del sistema e della rete ospedaliera dei territori.

Per Bergamo si tratta di riprendere una nutrita serie di documenti, di osservazioni avanzate da diversi soggetti sociali, sufficientemente convergenti che, partendo dalla definizione della funzione ad alta ed altissima specializzazione dei nuovi Riuniti, senza dimenticare una risposta ai bisogni di salute meno complicati della popolazione cittadina, rimetta in ordine il sistema dei 12 ospedali e delle 7 cliniche private bergamasche

Il disegno potrebbe vedere un assetto della rete basato sulle scelte già fatte in materia di emergenza ed urgenza, completandolo con funzioni integrative, di natura riabilitativa o "di comunità" degli ospedali a ciò non deputati.

La terza riguarda l’inserimento nella rete integrata dei servizi, immediatamente a ridosso di quella ospedaliera ed aperta sull’altro versante al territorio, delle 61 Residenze sanitarie assistenziali.

La quarta riguarda sia in chiave politica che tecnica, di priorità di finanziamenti e di scelte, un forte investimento negli ambiti della educazione e della prevenzione sanitaria, ambientale e nei luoghi di lavoro.

L’ultima, non certo per importanza, attiene allo sviluppo delle politiche di domiciliarità e la previsione di un fondo pubblico regionale, in un quadro di compatibilità con una analoga politica nazionale omogenea ed universale, sulla non autosufficienza, in particolare delle persone anziane.

Tutte queste ( ed altre ) ipotesi e proposte andrebbero organizzate nei contenitori di partecipazione politica, delle forze sociali, delle istituzioni già attivate nel nostro territorio.

Gianni Peracchi
segreteria Spi Bergamo

Bergamo, 2 aprile 2003

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