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rete dei servizi sociali: la necessità di "fare sistema" anche per i servizi agli anziani
Nel nostro territorio, da qualche tempo a questa parte, va, via via, facendosi più insistente il richiamo ad una maggiore unità di strategie, a fare, per usare un termine ormai entrato nel lessico quotidiano di rappresentanti politici, istituzionali e della società civile ed economica, sistema. Questo vale anche nel campo delle prestazioni sociali ed assistenziali rivolte alla persona ed agli anziani in particolare, come da esempio in tema di segretariato sociale, assistenza domiciliare, ecc. Più che una opzione di opportunità, questo richiamo evoca una vera e propria necessità, imposta dalla crisi del nostro assetto produttivo ed economico e da quella di mezzi - in cui versano sempre più le istituzioni locali. E una scelta giusta ed ormai improcrastinabile. Intendo soffermarmi, con alcune considerazioni, sulla necessità di cooperare e di fare sistema, più che in passato, da parte delle autonomie locali. In particolare dei 244 comuni bergamaschi che, se rappresentano, da una parte, una realtà ricca di identità locali, dallaltra costituiscono un esempio di eccessiva frammentazione. Sullargomento si è aperto un dibattito interessante in consiglio regionale, dove alcune forze politiche hanno presentato delle condivisibili proposte per incentivare laggregazione delle attività dei piccoli comuni. Inoltre, questo tema è di stretta attualità, considerata loccasione di rivisitare e riprogettare i servizi socio assistenziali degli enti locali, con la stesura dei nuovi Piani di Zona. Purtroppo la loro definizione avviene in un contesto di inopinate riduzioni delle risorse messe a disposizione del sistema delle autonomie locali e dei servizi sociali. Ma come si conviene, insieme alla denuncia politica e sindacale bisogna anche governare le situazioni che derivano dalle scelte del legislatore, senza dimenticarle quando si tratterà di esprimere nuovamente il proprio voto, politico od amministrativo che sia. Senza dimenticare, soprattutto, quanto le "parole dordine" di decentrare poteri e risorse cozzino vistosamente con la realtà, che si presenta diametralmente opposta. La prima considerazione è che se si vuole promuovere spirito cooperativistico allinterno di qualsiasi sistema organizzato è bene procedere per gradi. Lo dimostra la storia degli ultimi anni: una buona legge, la riforma delle autonomie locali del 1990, aveva tentato con forme di incentivazione di superare leccessiva frammentazione delle entità comunali nel nostro paese, ma i risultati sono stati inconsistenti. A Bergamo, ad oltre 15 anni di distanza, non si è realizzata nessuna fusione o accorpamento di comuni e pochissime sono state le unioni (alta valle Seriana, valle Cavallina) o aggregazioni di altro genere. Diverso risultato, invece, ha sortito la legge di riforma dei servizi socio assistenziali del 2000, che pur tra alcune timidezze, ha cominciato a produrre laggregazione di alcuni servizi su base sovracomunale. Di rilievo sono anche le iniziative autonome di alcuni enti che hanno messo in campo forme associative dei servizi mediante gli istituti delle convenzioni o di uffici comuni. Ora si tratta di fare un passo ulteriore consolidando o scegliendo modelli organizzativi, sovracomunali appunto, per organizzare meglio queste forme di aggregazione. Il dibattito sul tema e le esperienze nel territorio ci consegnano diversi modelli: la gestione di servizi attraverso società di capitali, convenzioni con enti capofila, la delega alle comunità montane. E giunto il momento, anche sulla scorta di alcune indicazioni regionali, di passare ad una formula più organica, di natura pubblica, quale ad esempio quella del consorzio tra comuni, sufficientemente flessibile e rispettosa delle autonomie delle singole realtà municipali. Ne discenderebbe una opportuna unità di direzione nella gestione dei servizi socio assistenziali ed una migliore utilizzazione delle sempre più esigue risorse a disposizione. Il consorzio potrebbe, inoltre, esercitare sia la funzione di direzione che quella gestionale, oppure modulare la seconda in ragione degli spazi che si volessero lasciare a società di capitali o al terzo settore. Insomma, prima di ipotizzare il superamento dei "campanili" è più plausibile pensare ad una messa in comune delle proprie esperienze ed attività sulla base di progetti, ambiti specifici di attività, così come in parte è già stato fatto. Senza mai perdere di vista, visto che stiamo parlando di modelli e di forme organizzative, i contenuti che le riempiranno, cioè servizi alla persona universali, qualificati ed accessibili, dal segretariato sociale allassistenza domiciliare. Con il consolidamento di forme aggregate di gestione dei servizi comunali si potrà procedere meglio alla integrazione con i servizi sanitari. Va detto che se ci sono ritardi da questo punto di vista non sono certo dei comuni. Infine, se il processo di aggregazione ha un senso per i servizi e le attività dei comuni medi e piccoli, potrà averlo in futuro anche per quelli di alcune R.S.A., come sembra indicare qualche positiva esperienza in altre realtà della nostra regione. Gianni Peracchi Bergamo, giovedì 12 gennaio 2006
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