Maurizio LainiSegretario generale Spi Cgil di Bergamo
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| La percezione sulla dimensione del fenomeno |
Sembra che in provincia di Bergamo tutti i pensionati siano lavoratori in nero: stando ai giudizi, alle valutazioni, alle percezioni rappresentate nella ricerca, il fenomeno del lavoro irregolare coinvolgerebbe il 90% dei pensionati (almeno stando alle risposte di qualche intervistato nel corso della ricerca dell'ing. M. Onnis che presentiamo questa mattina).
Nella percezione comune, nel senso comune diffuso, non c'è pensionato che in qualche modo non arrotondi.
Nelle assemblee che lo SPI convoca tra i pensionati così come nel dibattito certamente più informato che si svolge negli organismi della CGIL, nel mio condominio così come tra coloro che possono essere considerati "esperti" (docenti, quei funzionari di banca che "vedono girare i soldi", imprenditori) la convinzione è che moltissimi pensionati, ancorchè risorsa per la società, siano profittatori emeriti:
| si precipitano in pensione appena possibile e continuano, da pensionati, a lavorare; | |
| esentasse, in nero; | |
| producendo per sé un doppio reddito; | |
| ma un danno grave alla comunità e ai conti del sistema delle protezioni sociali; | |
| innescando, per giunta, una competizione sleale con i giovani in cerca di occupazione. |
Questa immagine è largamente prevalente sul territorio: dipende poi dagli interlocutori e dai luoghi nei quali questa immagine viene rappresentata il grado di durezza o di tolleranza dei toni; la severità o la comprensione usata nel giudicare; il tasso di clandestinità o di trasparenza che accompagna il dibattito o il momento stesso di offrire/chiedere prestazioni in nero a persone in pensione.
Per lo SPI CGIL di Bergamo, si capisce bene, riflettere sulle dimensioni reali di questo fenomeno, sulle sue caratteristiche, sul suo significato sociologico, culturale ed economico è vitale.
Anche da questa riflessione dipende infatti l'enfasi e la rilevanza da dare ai giudizi di carattere sindacale e politico sul lavoro in nero dei pensionati (giudizi che hanno valore in sé e in gran parte prescindono dai dati e dai numeri).
Le dimensioni reali del fenomeno contano: se il lavoro in nero riguarda in Bergamasca effettivamente i 62.000 potenziali pensionati lavoratori in nero indicati nella ricerca di M.Onnis (1 su 4 pensionati bergamaschi, più o meno) è un conto; se il fenomeno è esteso (si fa per dire) ai mille/duemila pensionati stimati dall'ISTAT (1-2 su 250 in provincia) è un altro conto.
Un conto, poi, è dare un giudizio sindacale (non morale) su quell'attività saltuaria, occasionale, limitata dal punto di vista del reddito, del coinvolgimento e dell'impegno; un conto è dover denunciare un lavoro continuativo, pesante, con un'agenda settimanale o un orario di otto ore.
Per intenderci: un conto è il vecchietto che per cinquemila lire ti aggiusta la foratura della bici, un conto è l'idraulico che chiami per comodità dal condominio vicino che ti fa risparmiare le 30.000 lire di chiamata e ha una "giornata" fatta di uno o due appuntamenti; un conto è il pensionato che continua a lavorare nell'azienda piccola o piccolissima per "insegnare" il mestiere al suo sostituto; un conto è quello che continua a fare le otto/dieci ore entrando - di nascosto - dalla porta di servizio; un conto è il parrucchiere che dopo la pensione fa come se nulla fosse cambiato e via di questo passo ..
| Il giudizio (la denuncia) del sindacato sul lavoro in nero dei pensionati |
Utilizzando un metro sindacale, il giudizio non può che essere severo e lo ribadiamo:
| lavorare in nero per un pensionato significa approfittare dei benefici dello stato sociale e contemporaneamente sfuggire alla necessità di sostenerlo; | |
| significa violare le regole sociali: mettere insieme due redditi, uno dei quali sottratto arbitrariamente alle esigenze della solidarietà sociale della quale pure si sta approfittando; | |
| significa potenzialmente competere con i giovani, i propri stessi figli, in cerca di prima occupazione; oppure partecipare ad un sistema di competizione tra imprese assolutamente sleale. |
Siano mille o 62.000 i pensionati che lavorano in nero, il giudizio su questa pratica non può essere caratterizzato da tolleranza e comprensione.
Per quanto ci riguarda, come sindacato difendiamo l'immagine di pensionati utili alla società, risorsa importante per le comunità, addirittura elemento di flessibilità nell'organizzazione economica e sociale, soprattutto nel caso che si mettano a disposizione di progetti socialmente utili, pratichino iniziative di volontariato, si rendano disponibili a produrre servizi dentro un quadro di mutualità sociale e di autoorganizzazione (l'AUSER è testimone di quanto utile e gratificante possa essere partecipare a progetti di solidarietà, di assistenza, di valorizzazione ambientale mettendo a disposizione tempo e competenze al solo rimborso delle spese).
Percepiscano cioè che il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati che il sistema previdenziale universale, obbligatorio, pubblico realizza è delicato, basato sì sulla solidarietà, ma anche sulla consapevolezza e sulla trasparenza dei reciproci comportamenti: non dovrebbe essere dato a nessuno di "arrangiarsi" secondo logiche tutte individuali, o addirittura rivendicare un "diritto" a chiamarsi fuori dal sistema delle regole.
Il "patto" tra le generazioni va convalidato in ogni momento; non è un dato immodificabile: soprattutto in questo periodo, nel quale la discussione è a senso unico sui costi dello stato sociale.
Da parte degli anziani in generale (dei pensionati giovani in particolare) il tentativo di rappresentarsi come risorsa, di accreditare un'immagine positiva di sé come opportunità, va invece sostenuta da un sistema di esplicite approvazioni/incentivazioni (e non solo di sanzioni) verso coloro che intendono continuare a trasferire dentro la comunità le proprie competenze, le proprie conoscenze, la propria creatività, il proprio tempo (volontariamente, gratuitamente, oppure per produrre reddito dentro e non fuori il sistema delle regole).
C'è infatti un sistema di convenienze reciproche che oggi tiene in piedi questo fenomeno del lavoro in nero dei pensionati (qualsiasi dimensione abbia): è evidente e fortissima la connivenza tra padroncino e operaio pensionato/giovane; tra massaia e pensionato/idraulico; tra giovane coppia e pensionata baby-sitter o assistente o infermiera per il nonno.
Conviene a tutti ed è comodo, evadere: c'è una "economia minore" che gira a pieno ritmo su questa chiarissima reciproca convenienza.
Oggi il quadro normativo mantiene una certa rigidità e una certa severità: per fare qualsiasi tipo di lavoro (grande o piccolo, corto o lungo) il pensionato di oggi deve rinunciare a parte della pensione.
Questo quadro normativo disincentiva obbiettivamente non solo il lavoro dei pensionati, non solo la regolarità e la trasparenza delle loro prestazioni, ma persino l'impegno dentro le associazioni di volontariato, che difficilmente sono in grado di riconoscere in chiaro anche solo il rimborso delle spese, di mobilitare delle disponibilità garantendo ai volontari almeno di non rimetterci dei soldi.
Questo quadro normativo, pure ritoccato secondo logiche molto deboli nell'ultima finanziaria (sconti fiscali per gli anziani che avendo un reddito inferiore ai 18.000.000 annui partecipano a progetti degli enti locali di pubblica utilità) , non contribuisce a chiarire il discrimine tra attività di volontariato e prestazioni professionali nominalmente volontarie in realtà offerte sul mercato del lavoro a costi più bassi di quelli contrattuali.
Anche in questo caso le convenienze sono fortissime: amministrazioni che mirano al massimo contenimento dei costi e scambiano servizi potenzialmente in grado di produrre occupazione vera, in chiaro, con progetti o convenzioni con Associazioni di volontariato.
La non chiarezza rischia di interpretare come lavoro in nero la generosa disponibilità di centinaia di anziani e pensionati impegnati in servizi alla persona o progetti di pubblica utilità e viceversa di legittimare (addirittura promuovere) vere e proprie prestazioni in nero.
Le Associazioni di volontariato, persino quelle più attrezzate e importanti, hanno il problema della tenuta dei conti, del riconoscimento economico delle prestazioni; in una parola operano sotto il peso di una normativa tanto rigida quanto confusa e nella assoluta difficoltà di perseguire l'obbiettivo della reale trasparenza.
Basta leggere in questi giorni i giornali, anche a Bergamo.
La rigidità normativa non aiuta: organizza un sistema di divieti e di obblighi e non offre nessuna prospettiva di valorizzazione del lavoro, della disponibilità eventuale delle persone in pensione.
E' un problema, questa rigidità, già nel momento in cui il lavoratore decide di andare in pensione.
In quel momento la cesura è netta: dalle otto/dieci ore dell'azienda al nulla.
Nessuna possibilità di accompagnare questo stacco né con una progressiva riduzione degli orari né con un alleggerimento successivo delle mansioni e neppure con un'opportuna informazione/formazione sulla condizione che lo aspetta.
Eppure il suo lavoro di nuovo pensionato può essere considerato (persino al di fuori di un contesto esplicito di utilità sociale) un valore: dal punto di vista individuale (ci si mantiene in forma) e dal punto di vista sociale (lavori e professionalità magari obsolete, difficilmente reperibili; aiuto, tutoring ai giovani; .).
Si può pensare anche solo in queste ipotesi a incentivi espliciti per l'emersione e la trasparenza, anche solo al fine di recuperare risorse per i conti previdenziali?
E' evidente che in una società che invecchia, nelle dimensioni sempre più pesanti della fascia di cittadini ultrasessantacinquenni, nel prolungarsi dell'attesa di una vita ragionevolmente attiva, il problema degli anziani e dei pensionati va valutato dal lato dei costi ma va anche risolto dal lato delle potenzialità che essi stessi rappresentano per la comunità.
Sottrarsi alla necessità di ripensare radicalmente il quadro dei rapporti tra anziani e lavoro, di ridisegnare uno scenario, è sbagliato; dal punto di vista individuale e dal punto di vista politico: va da sé che sono ancora lontane scelte di incentivazione ad un nuovo ruolo dei pensionati (parleremo dopo di cose importanti ma non risolutive come il disegno di legge Turco o le ipotesi di revisione della legge sul cumulo tra pensione e reddito da lavoro).
| La dimensione reale del fenomeno |
La ricerca di Mario Onnis dice quindi che, a dispetto della percezione e del giudizio diffuso, in realtà tra i pensionati quelli che praticano un lavoro stabile, continuativo, redditivo in nero sono un numero limitato.
La ricerca non prevedeva un'indagine sul valore economico per Bergamo del fenomeno, per esempio la sua incidenza sul prodotto interno lordo: calcolo praticamente impossibile da fare anche approssimando o stimando con l'accetta.
(La ricerca di Mario Onnis è la prima in Italia su questo tema specifico e, per quanto riguarda Bergamo, si pone nel filone dell'indagine commissionata dalla CGIL di Bergamo nel novembre 1995 sul tema generale del lavoro in nero: Onnis fa i conti non solo con l'oggettiva difficoltà di illuminare una zona di ombra, per definizione, sommersa, ai limiti della legalità, nascosta comunque; ma anche con l'assenza di dati di riferimento, di precedenti, di un quadro con il quale confrontare le conclusioni. Per questo all'ing. Onnis, che si è assunto un rischio anche professionale rilevante, va il riconoscimento più pieno e il nostro più totale apprezzamento).
Ma se le dimensioni reali sono anche solo vicine a quelle stimate sulla base di dati obbiettivi (mille/duemila) si può tranquillamente ritenere che la dimensione economica del fenomeno sia decisamente poco rilevante.
Così come poco probabile è lo scenario di una competizione di un certo rilievo tra pensionati che lavorano in nero e disoccupati o giovani in cerca di occupazione: la tipologia dei lavori prevalentemente svolti da pensionati è tale da non costituire un margine appetibile dal punto di vista occupazionale.
Mi sembra che il ragionamento svolto dal curatore della ricerca porti a considerare le nicchie di lavoro svolto da pensionati non in grado di essere aggregate fino a diventare posti e neppure ore di lavoro: il tipo di prestazioni, la loro consistenza economica, la loro dimensione oraria difficilmente possono essere considerate pregiudizievoli (se non in qualche caso) della nuova occupazione.
Tra l'altro su questo territorio i livelli di disoccupazione sono tra i più bassi del paese.
Il lavoro in nero dei pensionati a Bergamo va letto da un punto di vista sociale, culturale, sociologico, insomma, più che da un punto di vista economico e/o occupazionale.
Le soluzioni vanno ricercate più nell'ambito degli scenari di carattere sociale, per intenderci, che in quello dell'economia e delle attività produttive.
C'è una distinzione non marginale da fare dentro l'area del sommerso: l'impressione che si ricava leggendo la ricerca è proprio che la nozione di lavoro in nero assuma per i pensionati un significato più ambiguo, meno netto, meno radicale.
C'è infatti, sul nostro territorio, un lavoro in nero decisamente più rilevante, utilizzato come elemento di competizione sleale sia tra le aziende sul mercato, sia tra lavoratori che si offrono a condizioni diseguali sul mercato del lavoro.
C'è un lavoro in nero ancora oggi in qualche caso espressione massima di sfruttamento; di ricatto, in particolare per immigrati extracomunitari irregolari.
C'è un lavoro in nero del quale ancora oggi si muore, cadendo da un ponteggio, respirando sostanze tossiche, finendo negli ingranaggi di una macchina. Un lavoro in nero espressione di una competizione povera, stracciona, fondata solo sul costo del lavoro; senza investimenti, senza tecnologie, senza organizzazione: pronto a competere con le produzioni dei paesi cosiddetti "emergenti".
Un lavoro in nero vissuto come profonda violazione dei diritti e, dall'altra parte, come espressione di una furia di deregolamentazione e di affermazione tout court dei rapporti di forza.
Questo lavoro in nero merita denunce, politiche e penali, interventi sanzionatori del Ministero e dell'INPS; merita un giudizio senza appello e un duro contrasto sindacale e politico.
Il lavoro in nero dei pensionati merita probabilmente il medesimo giudizio di valore, ma va contrastato con politiche di fiscali e sociali tese a salvarne l'utilità e la convenienza.
Recuperando le persone coinvolte ad una logica di trasparenza, di solidarietà sociale, di valorizzazione delle potenzialità individuali e delle disponibilità.
| La cultura del lavoro, gli incidenti sul lavoro |
Del resto Bergamo si caratterizza, come tutto il nordest, per una cultura del lavoro piuttosto particolare: un maschio adulto senza un lavoro, senza un'occupazione, qui, a Bergamo, è una nullità ingombrante.
E ne è consapevole: un pensionato che non fa nulla ha un problema ed è un problema.
Ha passato una vita a lavorare, magari pendolare, magari sui cantieri, da quando aveva tredici o quattordici anni: altro che scuola; fuori casa dalla mattina alle cinque fino a sera alla sette per anni; e poi, se abita in valle, a costruirsi mattone per mattone la casa o ad occuparsi di altri piccoli commerci o affari nel tempo libero.
Adora in fotografia la famiglia, ma conosce poco i figli; non sa fare la spesa, guarda la televisione distratto e si occupa solo dei problemi suoi.
Litiga con il Sindacato e magari vota Lega perché spera di non essere mai interrogato sulla qualità della sua vita o sulla fondatezza dei suoi obbiettivi esclusivamente di carattere economico.
C'è tanta gente che la pensa come lui, esattamente come lui. Si sente quasi rassicurato dalla cultura del suo paese, omogenea, dura. Anche sul posto rilevante da assegnare al lavoro.
Bene: in pensione cosa fa? Cosa può fare? Quali proposte ha a disposizione? Quale via di uscita gli si pone davanti, se non di inventarsi di nuovo un lavoro, un'occupazione, meglio se fuori casa?
Ha fatto percorsi di consapevolezza sulla qualità della vita? Ha discusso di tempi di vita e tempi di lavoro? Qualcuno gli ha parlato della possibilità di valorizzare il tempo liberato dal lavoro? In azienda, la riduzione di orario, è mai stato un suo obbiettivo?
In provincia di Bergamo, in quattro mesi si sono verificati 14 incidenti mortali sul lavoro: un record tragico, pesante, terribile, impossibile da giustificare.
Di queste 14 vittime almeno tre potevano essere da un'altra parte.
Un sessantenne travolto da un gatto delle nevi mentre batteva piste da sci; un sessantaduenne travolto da una bobina di cellulosa; un sessantanovenne (che pietosamente, a 69 anni, L'Eco di Bergamo definisce "operaio edile") caduto da sei metri in un cantiere.
Occorre una cultura diversa sulla condizione anziana: occorre un profondo ripensamento delle politiche sociali alla luce degli obbiettivi mutamenti di carattere demografico e di composizione stessa della società.
Non scorciatoie, ma una qualità diversa nel pensare gli anziani e i pensionati e collocarli in un disegno dell'organizzazione della società in modo adeguato; per loro, ma anche per le comunità. Occorre mettere in atto delle politiche attive e non solo dei rimedi per accogliere tutte le potenzialità che molti giovani pensionati possono esprimere nel sociale.
| Le idee: come uscirne |
Si può pensare ad alcune strade, da percorrere tutte insieme e rapidamente, per invertire la tendenza a lavorare anche dopo il pensionamento, in nero.
Va da sé che la strada maestra è rappresentata da uno sforzo di lunga lena che su questo territorio specifico aggiorni le competenze professionali, le qualifichi, le alzi.
Una formazione professionale ricorrente e un tasso di scolarità magari più vicino al dato europeo qualificherebbero certamente il rapporto tra le persone e il mercato del lavoro: aggiungerebbero consapevolezza, capacità critica, capacità di scegliere, di selezionare le opportunità; contribuirebbero insomma a modificare il quadro del mercato del lavoro dentro il quale prestazioni di bassa professionalità vengono a piene mani, in modo irregolare, con una retribuzione bassissima, offerte e domandate.
Questo discorso ci porta ovviamente molto lontano, ma in qualche modo va reso esplicito: riqualificare il tessuto produttivo bergamasco investendo sull'innovazione e accelerando i processi di innovazione anche dei prodotti è una esigenza largamente condivisa; per questa via modificare la composizione del mercato del lavoro e indurre una formazione professionale più qualificata è altrettanto urgente.
il ddl sul servizio civile degli anziani; il lavoro volontario e socialmente utileC'è, approvato dal Consiglio dei ministri del precedente governo, un disegno di legge (denominato ddl "Turco" sul servizio civile degli anziani) che definisce i casi nei quali i pensionati che prestano la propria opera dentro Associazioni di Volontariato che svolgono lavori di pubblica utilità possono godere di sconti fiscali: fino ad una certa somma i rimborsi e le entrate più diverse sarebbero detassate.
E' un modo di affermare che per gli anziani è possibile gestire una disponibilità, assumere il ruolo di risorsa per la propria comunità, valorizzare le proprie competenze partecipando ad un impegno civile di miglioramento della qualità della vita.
metà lavoro metà pensioneDal lavoro alla pensione il passaggio è spesso traumatico, troppo.
Ci si giunge impreparati, magari sognando uno scenario e poi calcandone un altro, totalmente insoddisfacente.
Questo passaggio va accompagnato:
| con metà lavoro e metà tempo libero negli ultimi periodi prima della pensione; il part time garantisce un'uscita "morbida" e maggiormente consapevole; | |
| con la sollecitazione e il riconoscimento, dove è possibile, dell'attività di trasferimento ai più giovani delle competenze professionali, offrendo agli anziani ruoli nei percorsi di formazione e di apprendistato dei giovani, dentro e fuori le aziende e, a maggior ragione, nel caso di professionalità artigiane; | |
| con una formazione specifica al mutamento di condizione: affrontando le dimensioni psicologiche del cambiamento, valorizzando le opportunità disponibili sul territorio per un uso intelligente e produttivo del tempo libero (attività culturali, artistiche, ludiche, di volontariato, .). |
L'impegno diretto del Sindacato pensionati si esprime nell'ambito della negoziazione con i comuni sulle politiche sociali: è ben presente il problema del lavoro domestico in nero, in particolare quello di cura.
Lo SPI di Bergamo ha addirittura favorito la costituzione di una cooperativa sociale no profit di ragazze immigrate extracomunitarie che ha come mission proprio l'assistenza domiciliare, con lo scopo primario di sostenere uno sforzo di regolarizzazione.
L'emersione di questa significativa fetta di prestazioni irregolari (riguardano in particolare immigrate/i extracomunitari, ma coinvolgono anche qualche pensionato ex infermiere o giù di lì) che trovano grandi opportunità di mercato nella carenza quantitativa dei servizi di assistenza domiciliare "istituzionale" da parte dei comuni e dell'ASL, potrebbe essere incentivata attraverso opportune scelte degli enti locali, per esempio il riconoscimento di un "assegno di cura" alle famiglie che hanno persone non autosufficienti da accudire e si affidano a prestazioni regolari, in chiaro.
Da questo punto di vista ci si aspetta un decisivo mutamento di situazione dall'approvazione della legge quadro sull'assistenza; finalmente le amministrazioni disporrebbero di una gamma, di un ventaglio di strumenti (fiscali, assegni, "buoni" servizio ) attraverso i quali realizzare (finalmente in piena titolarità) politiche socio-assistenziali.
la revisione della normativa sul cumuloAnche la non cumulabilità delle pensioni e dei redditi da lavoro di qualsiasi genere è probabilmente da rivedere. La disciplina va complessivamente (e non per pezze successive) aggiustata.
La rigidità della normativa non aiuta certamente né l'emersione né la valorizzazione di prestazioni che probabilmente hanno senso comunque.
Almeno introdurre una variabile ("la modica quantità") può certamente aiutare l'emersione.
Oppure individuare una casistica.
In ogni caso la normativa va ridisegnata a partire da una situazione che va gestita secondo principi "positivi" e non solo punitivi.
il controllo e la vigilanzaInfine un cenno alla vigilanza: il Sindacato dei Pensionati della CGIL ritiene comunque necessario che il giudizio sociale sulle forme grandi e piccole di lavoro in nero venga dato in maniera inequivoca.
In sé l'intervento degli organi di controllo non potrà mai essere risolutivo: certamente però va incrementato e sostenuto non solo in relazione alla sua efficacia, quanto al valore culturale e simbolico.
Il lavoro in nero merita una riprovazione sociale esplicita; la cultura che va affermandosi della "liberazione" da lacci e lacciuoli, fatta da percorsi individuali, fondata su ragioni e convenienze di tipo assolutamente personale, originata da un'ideologia semplicistica e radicale ("io, e di tutto il resto me ne frego"), va contrastata richiamando le regole della convivenza sociale fondata anche sulla solidarietà.
Controllare, vigilare, reprimere vuol dire affermare questo valore della regola, oggi pesantemente attaccato.
Per questi motivi lo SPI valuta positivamente sia gli sforzi di adeguamento organizzativo del Ministero del lavoro sul territorio e in particolare l'accorpamento dell'Ufficio Provinciale con l'Ispettorato del Lavoro e la dichiarata volontà di rinforzare l'attività ispettiva.
In questo senso stanno lavorando anche INPS, INDAP e INAIL: recentemente assistiamo ad un potenziamento del servizi Ispettivi e registriamo anche alcuni successi nella lotta all'evasione previdenziale: sarebbe per lo SPI rilevante pensare ad una gestione unificata dell'attività ispettiva sul territorio che prendesse le mosse da nuove sinergie create anche dalla costruzione di un'unica sede.
Sul fronte del lavoro in nero il rapporto, dentro il sindacato, tra categorie degli attivi e dei pensionati deve costituire un fronte comune: la battaglia per il lavoro, per un lavoro di qualità, per l'incontro tra le generazioni è una battaglia comune da vincere sul territorio.