| Il lavoro nero dei pensionati: riflessioni in calce
Questo argomento è senzaltro molto delicato e complesso e rinvia
necessariamente a riflessioni sociali e culturali molto difficili, che non saprei affatto
governare. Mi limito perciò a proporre alcuni stimoli per lapprofondimento e la
ricerca, privilegiando lesperienza che si sviluppa per lo più nellambiente
ecclesiale, oggi in forte e significativa evoluzione.
Il titolo della nostra riflessione induce alla prudenza e invita a non
essere integralisti o minimalisti. Lespressione "lavoro nero" oggi non
può più riferirsi, come in passato, a una situazione omogenea, proprio perché non è
più omogeneo il concetto stesso di lavoro. Oggi si parla di "nuovi lavori" e,
conseguentemente, di nuove identità personali e sociali, legate alle nuove configurazioni
operative, sia professionali, sia volontarie. Il rimando, che il concetto di lavoro nero
ha alle situazioni fiscali e previdenziali e alla loro organizzazione, chiede di valutare
in modo critico e creativo, almeno in sede di riflessione, la rigidità e
linevitabile sclerosi del sistema burocratico. Ciò comporta che alcune situazioni
rileggano il riferimento fiscale e previdenziale in modo nuovo, più adatto alle nuove
situazioni e quindi esigano una reinterpretazione della nozione di lavoro nero.
Il legame delle previdenze sociali al lavoro e alla sua organizzazione
oggi richiede una rilettura dellintero sistema della ridistribuzione delle ricchezze
e dei servizi, che tenga conto del mutato quadro organizzativo del lavoro e
dellinsieme dellorganizzazione sociale. In particolare vorrei indicare alcuni
elementi di riflessione, che non saprei articolare in modo efficace e giusto.
- Il problema della terza età è un problema che lumanità non ha mai avuto in modo
cosi massiccio. Esso determina una serie di problemi sociali, culturali ed economici che
mettono a dura prova ogni forma di modello sociale nel passato. Il rapporto tra la
produzione della ricchezza e i criteri della sua distribuzione non è stabile e perciò
esige una costante verifica socio-economica. Il sistema delle pensioni, pensato
trentanni fa non funziona più, anche solo dal punto di vista economico e dal punto
di vista della valutazione dei servizi richiesti. Casa, sanità, occupazione del tempo,
cultura .. sono elementi che la nostra civiltà ha elaborato con modelli ormai superati e
che risultano essere forse troppo refrattari al cambiamento che costituisce una delle
caratteristiche principali della società contemporanea. Tutte queste cose costano e il
denaro non è più molto.
- Il sistema pensionistico tende a non coprire più i bisogni economici delle famiglie e
degli individui, specie se portatori di situazioni di salute non ottimali. La soglia della
povertà è molto vicina a quella del reddito da pensione e le spese non tendono a
diminuire. Occorre sempre più perciò integrare il reddito e non sembra che il debito
pubblico italiano inviti a ulteriori spese sociali. Questo diviene evidentemente un
problema politico. Qui però mi limito ad accennarlo in termini generali.
- Il sistema fiscale italiano rende di fatto non percorribile la via di un lavoro di
integrazione del reddito da pensione, perché di fatto non conveniente. Ogni forma
remunerativa, almeno in linea di massima, riduce le tutele della pensione e lascia
inalterato il reddito: si lavora e non si guadagna nulla. E tuttavia la prestazione di
volontariato, alla lunga pesa e magari aggiunge costi.
- Spesso la pensione è vista come ammortizzatore sociale per il problema della
disoccupazione. E chiaro che i pensionati è meglio che non portino via il lavoro ai
giovani, sia nel senso proprio del termine, sia nel senso di non occupare con il lavoro
nero gli spazi produttivi che potrebbero essere ricoperti da giovani. Qui il problema è
veramente complesso e io non saprei muovermi con sufficiente sicurezza. Mi basta però
accennare a due problemi seri. Il primo riguarda il fatto che molte prestazioni volontarie
del passato oggi sono campo specifico della nuova economia sociale. Una società che
sviluppa il terziario tende a professionalizzare anche le relazioni di cura della persona
e dellambiente che in passato erano terreno tipico del volontariato. Leconomia
sociale ha però lo svantaggio di costare di più del volontariato. Il secondo problema è
che parte della disoccupazione giovanile è proprio frutto, diretto o indiretto non
saprei, delle tutele sociali che permettono ai giovani di non preoccuparsi più di tanto
per trovare lavoro presto e a qualsiasi condizione. Il papà e la mamma pensionati non ti
scacciano di casa e tu puoi trovare il lavoro che più ti va. Luscita tarda dei
giovani di casa è segno che gli ammortizzatori sociali delle famiglie sono molto
rassicuranti, ma possono paradossalmente diventare controproducenti e richiedere
interventi sociali sempre più ampi.
- Cè poi un aspetto culturale che merita di essere considerato e che qui accenno
soltanto: non è assolutamente scontato che un pensionato possa dire di avere fatto la sua
parte per la società e che ora possa e debba solo riposare. Un tale concetto è
antropologicamente pernicioso e induce lidea che si possa essere mantenuti a vita,
benché dopo una certa età e dopo un certo numero di anni di contribuzione. Tale visione
discende da un sistema ideologico tutto da interpretare e che non si mostra pertinente in
modo evidente e apodittico. Ogni uomo e ogni donna deve sempre dare il suo contributo alla
società, benché in forme da pensare. Mi pare che ci siano troppi pensionati che hanno il
problema di riempire il loro tempo. Di fatto molti lo buttano via. Se però a questa
condizione si aggiunge il fatto che occorre arrotondare il reddito e che a nessuno fa
schifo avere due soldi in più in tasca, allora la tentazione del lavoro nero è forte.
Ciò ha ulteriormente valore se si considera che la mentalità culturale odierna è quella
di tipo individualistico e consumistico e per questo i bisogni indotti sono numerosi e
tutti costosi
- In passato molte realtà sociali ed ecclesiali si servivano di volontariato per
sopravvivere e prestare i loro servizi. La regolamentazione attuale del volontariato tende
a escludere alcuni soggetti sociali dalle caratteristiche previste e porta sempre più a
considerare il volontariato come un elemento sistemico della protezione sociale a costo
zero. Il rischio della perdita della dimensione di prossimità e di cura è sotto gli
occhi di tutti e il rischio della burocratizzazione del volontariato è sempre maggiore.
Questi ambiti in istituzioni che non riescono a sbarcare il lunario e che comunque erogano
servizi alla collettività diventano facilmente occasioni di illeciti sia dal punto di
vista fiscale, sia da quello previdenziale. Certo non è qui lo stesso delle situazioni
descritte dalla ricerca prima presentata, ma certamente si nota che le condizioni delle
comunità ecclesiali richiedono una riorganizzazione radicale che può riferirsi al
volontariato in modo sempre meno massiccio che non nel passato. I pensionati hanno
costituito una forte risorsa per queste attività e non era raro il caso che un piccolo
compenso in nero fosse tranquillamente accettato da tutti.
La rigidità del sistema di controllo fiscale e burocratico rischia
allora di impedire lo sviluppo di relazioni sociali nuove che possano dare risposte nuove
alla complessità sociale. Sembra strano, ma una riflessione sulla povertà non pare poi
così estranea al tema che affrontiamo, non certo per dire che i poveri devono essere
sempre quelli, ma che le condizioni per pensare una "politica della povertà"
sembrano avvicinarsi sempre di più. Ciò rinvia alla riconsiderazione politica del peso
dei rapporti di prossimità e di cura nel sistema sociale globale. Oggi si enfatizzano
troppo i rapporti di socialità e con essi quelli di conflittualità e di contrattualità.
Su questa strada si finisce per esasperare il ricorso alla legiferazione minuziosa e
farraginosa e per accentuare la lentezza e la pigrizia simbolica del sistema sociale.
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