Stefano Cofini

Unione Industriali di Bergamo
Scaletta della relazione
al convegno Spi

su lavoro nero e pensionati nella Bergamasca

 

Congratulazioni per l’indagine: difficile, esauriente e coraggiosa, perché il tema è delicato.

Delicato sia sul versante della domanda (perché le aziende e la società lo richiedono?) che quello dell’offerta di lavoro (perché e come le persone - nel caso in specie, i pensionati — lo ricercano e fanno?).

Delicato perché ha forti implicazioni sociali ed etiche. Da questo punto di vista è pregevole che lo studio non si accodi a facili giudizi moralistici. Cercherò, per quanto possibile, di schivarli anch’io per tentare qualche, certamente azzardata, valutazione sulle cause e sugli effetti del lavoro in nero.

Non mi avventuro sul tema - disperato - dei numeri del fenomeno e la ricerca "prova" quanto la quantificazione dei pensionati che lavorano in nero sia ardua. Il campo di variazione va da 1.000 a 60 mila. Mi limito a dire che se adottiamo una definizione che comprenda i lavoratori abituali ed escluda, come è giusto, "quelli che dipingono la palizzata del vicino" o "assistono e curano più per spirito di solidarietà che per denaro" possiamo immaginare che il fenomeno possa riguardare, a Bergamo, intorno alle 20 mila persone. Tanti dovrebbero essere i pensionati che lavorano "abitualmente" mossi "prevalentemente" da interesse economico. Il numero con tante approssimazioni viene da stime desumibili dalla contabilità nazionale.

Non mi avventuro in quello, a me sconosciuto, degli interventi normativi necessari.

Mi interessa di più fare qualche considerazione - che resta estemporanea - sulle condizioni, le cause e gli effetti del fenomeno.

Partiamo dall’offerta. Credo che la leva economica costituisca una condizione necessaria - nella nostra società il denaro è il motore primo dei fenomeni diffusi - ma non sia sufficiente e nemmeno totalmente esplicativa: tutti hanno bisogno di soldi e soprattutto le persone che hanno pensioni basse o che, come i pensionati, hanno subìto una decurtazione dei livelli di reddito conseguiti nel periodo di maturità professionale.

Quattro aspetti giocano un ruolo fondamentale e su alcuni di questi l’indagine dà risposte esaurienti: il sesso, l’età, la salute e la possibilità di accedere a questo mercato parallelo. Le condizioni di salute sono una ovvia pre-condizione; a proposito del sesso mi sembra che il mercato del lavoro nero tenda esattamente a riprodurre quello non sommerso. Mettiamo un momento da parte questa banalità che credo di poter dimostrare essere più importante di quanto possa sembrare a prima vista.

Quello dell’età è un fattore chiave non solo perché incide sulla produttività e sulla disponibilità; ma anche perché i giovani pensionati hanno fabbisogni di reddito più elevati, spesso ancora una famiglia a carico. E’ indubbio che i prepensionamenti ed il gioco degli ammortizzatori sociali costituiscano la leva principale del lavoro nero dalla parte dell’offerta.

A proposito della professionalità l’indagine, a prima vista, mi sembra dia risposte ambigue. Da alcune domande risulta che lavorano in nero coloro i quali hanno professionalità medio-alte, il cui contributo al processo produttivo è competitivo sul piano della produttività; in altri passaggi sembra che l’elemento decisivo sia la disponibilità a coprire mansioni scoperte, ancorché marginali. Anche qui il mercato del lavoro nero è una proiezione di quello regolare ed allora lo studio esce dall’ambiguità per centrare quella che ritengo essere la vera chiave d’analisi. Mercato del lavoro nero come mercato parallelo e funzionale a quello legale ed emerso.

Certamente basilare è invece la questione che riguarda l’opportunità di accedere al lavoro nero. Il mercato è semi-clandestino, quindi non trasparente e non aperto a tutti. Qualcuno, l’indagine lo mette in luce, continua col precedente datore di lavoro; chi faceva il doppio lavoro normalmente lo continua e poi c’è il tam-tam che costituisce, più della rete, il canale di comunicazione principale. Anche qui non molto diversamente dal lavoro regolare.

In ogni caso si devono escludere tutte quelle prestazioni che hanno la logica del "baratto".

Tutto più semplice dal versante della domanda.

Le imprese vogliono risparmiare sui costi contributivi. Le imprese richiedono flessibilità totale. Le imprese non trovano alcune professionalità. Le imprese non trovano persone disposte a fare alcuni lavori a determinate condizioni.

Le imprese guardano al lavoro nero come un segmento marginale del mercato del lavoro. Le imprese marginali talvolta possono accedere solo a questo segmento.

I pensionati, soprattutto se giovani, ne sono una componente evidentemente privilegiata perché dispongono già di una base di reddito ed accedono già al sistema dei servizi sociali.

La tesi è semplice: il mercato del lavoro è uno solo. Il lavoro in nero dei pensionati ne rappresenta un segmento.

Il lavoro nero si batte non solo e non tanto con operazioni di polizia ma riformando il mercato del lavoro.

Una riforma che interviene su un mercato complesso e che quindi è difficile da declinare anche nei suoi indirizzi generali. Sono quindi contento di poter dire che discuterla ci porterebbe fuori dai temi del convegno.

Ma una considerazione si può fare: per eliminare le discriminazioni in ingresso - dei regolari e degli irregolari - è necessario semplificare e togliere burocrazia al rapporto di lavoro. In questo senso una flessibilità intelligente e governata da regole semplici e da poche norme controllabili costituisce un pezzo di soluzione. In questo caso dico sempre che una norma in cui la sanzione non esiste o non è applicabile non costituisce una legge. Il caso del lavoro nero ripropone in tutta evidenza questa teoria del diritto.

Concludo con una domanda che è alla base della questione economica sul lavoro nero: l’economia sommersa o marginale danneggia o è funzionale allo sviluppo? Mi do una risposta provocatoria. Sul piano della teoria economica danneggia la concorrenza ed è iniqua; in un’analisi di sistema si può ipotizzare che sia funzionale e che nel suo ruolo di servizio trovi le ragioni per cui non viene debellata, in Italia come altrove, al nord come al sud.

Conseguentemente anche il lavoro nero - compreso quello dei pensionati - ha una sua funzionalità sociale nonostante l’illegalità e le discriminazioni.

Ma dato che un po’ moralisti dobbiamo essere si ritorna alla questione di doverlo combattere non vanificando i fabbisogni cui risponde, che comunque vanno soddisfatti sia sul versante della domanda che su quello dell’offerta.

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