| Volontari Spi e Auser di Bergamo in Kosovo Diario dalle rovine di Luigi Battaglia
Il 13 ottobre, da Bergamo parte un pulmino, pieno di pensionati, alla volta di Ancona. Da lì, dopo aver attraversato l'Adriatico e il Montenegro, arriva a Pec nel Kosovo dove è atteso dagli operatori del "Progetto Bergamo per il Kosovo". Premessa. Bisogna sapere che dopo la fine della guerra in Jugoslavia si è costituita a Bergamo una associazione di associazioni denominata "Bergamo per il Kosovo". Opera a Pec, nel Kosovo nord occidentale, ed è prevalentemente impegnata a ricostruire le abitazioni, in lotta contro il tempo, perché linverno ormai è alle porte. L'associazione è formata da varie organizzazioni bergamasche che operano nellambito del volontariato (per il sindacato c'è Nord/Sud). Dentro questo quadro, uno dei compiti della delegazione dello Spi e dell'Auser di Bergamo, era, oltre che compiere il lavoro tipico dei volontari (pic e pala), anche quello di esplorare possibili locali iniziative di assistenza e cooperazione con il sindacato indipendente.
L'esperienza. Il gruppo dei volontari è formato da: il sottoscritto; ha già qualche esperienza di volontariato nell'ex Jugoslavia, membro di segretaria dello Spi di Bergamo. Elio Mazzoleni, segretario della lega Spi di Dalmine, pensionato. Giovanni Giupponi, pensionato, collaboratore Spi. Giovanni Caffi, pensionato di Pradalunga. Andrea Licini, pensionato, presidente dell'Auser di Alzano. Adriano Pendesini, pensionato. Fausto Rota, dipendente Enel di Villa d'Almè. Giuseppe Rebuzzi, volontario, giornalista e fotografo. Ci imbarchiamo ad Ancona alla sera del 13 e, il giorno dopo, attraversiamo il Montenegro; la sera arriviamo a Pec. Roby, il responsabile organizzativo del Progetto, ci spiega cosa si sta facendo e come vengono individuati gli interventi umanitari più urgenti. Ci illustra anche il lavoro che dovremo fare il giorno dopo. Scavare le fondamenta di una casa. Alle 8,30 del 15 abbiamo il primo contatto con la città. La prima impressione è di caos totale. Tutte le macchine sono senza targa e si muovono senza una logica, se non quella di avanzare schivando le enormi buche della strada. La città è semi distrutta; non ci sono semafori e negli incroci si creano degli ingorghi incredibili. Arriviamo in un villaggio colpito dalle rappresaglie serbe e ci viene mostrato il terreno da scavare. Si tratta di fare uno scavo profondo 60 centimetri, largo 30 e lungo, in totale, circa 60 metri. C'è molta allegria tra di noi, tanto che contagiamo anche i bambini e le donne che, nel grande cortile, ci guardano con curiosità. Gli uomini e i ragazzi lavorano con noi. Dopo una breve pausa per un panino e qualche scatoletta, finiamo il lavoro. Siamo meravigliati e soddisfatti. La sera, Guido, altro Bergamasco, ci accompagna in un ristorante carino. Il giorno dopo, stesso lavoro in un altro villaggetto. Anche qui si crea lo stesso clima che ci permette di lavorare di buon umore e alle 16 circa abbiamo finito. Sono un po' preoccupato perché se si sparge la voce che facciamo uno scavo al giorno ci tengono qui a fare tutti quelli previsti dal Progetto! Dobbiamo rallentare il ritmo, quindi domani faremo festa. Al mattino visitiamo il "Patriarcato". E' un monastero nel quale vivono i preti cristiano-ortodossi, qualche civile serbo e le massime autorità religiose ortodosse del Kosovo. I civili Serbi si rifugiano qui perché c'è in atto una vera e propria caccia all'uomo da parte di gruppi di Kosovari albanesi che si vogliono vendicare. Nel pomeriggio, ospiti di un'altra organizzazione umanitaria italiana, festa grande. Lunedì 18 ottobre. Riprendere confidenza con i badili e le carriole è davvero dura. Torniamo a Velika Jablanica, dove abbiamo scavato venerdì; ci hanno assicurato che ben due bettoniere si trovano sul posto. Peccato che manchi la corrente elettrica per farle funzionare! Quindi si impasta il cemento coi badili. Vediamo la casa crescere. Si scherza e si lavora volentieri. Finalmente riusciamo a far intendere ai nostri ospiti che siamo volontari non pagati e pensionati, che rappresentiamo un sindacato e che siamo lì solo per dare una mano. Il capo famiglia passa dalla incredulità alla meraviglia; ci abbraccia tutti e vuole il cartello Spi-Auser da appiccicare sulla casa. Oggi ci hanno preparato anche il pranzo. Povero ma ottimo. Alle 16,30 abbiamo finito. Comincia a cadere un nevischio freddo. Ci salutiamo; alcuni hanno le lacrime agli occhi. Torniamo verso Pec cantando, ma la giornata non è finita: sono arrivati 8 tir di tegole. Sono da scaricare. Martedì riposo. La seconda casa non è pronta per la "gettata". Piove e fa freddo. Domenica avevo preparato, con Tiziana Salmistraro dell'Isi, un incontro con alcuni esponenti del sindacato di Pec. Incontriamo Mahir Muhaxheri, segretario del sindacato di Pec. Questo sindacato praticamente non esiste. Prima della guerra era clandestino; quello ufficiale era serbo e non esiste più. Ci incontriamo in una sede buia (non c'è corrente elettrica); c'è un tavolo e qualche sedia. Cerchiamo di capire cosa potremo fare in futuro per loro. La situazione è molto grave. Non c'è più niente che funziona. Non c'è un potere civile locale, né un potere economico che non sia la mafia. Gli esponenti dell'Uck fungono da potere politico, ma non hanno né le strutture né la cultura per farlo. Oggi l'Uck è stato smilitarizzato (funziona come la nostra protezione civile), ma i 47 giudici che operano in Kosovo e che applicano non si sa più quale legge, chiudono un occhio (qualche volta tutti e due) nei confronti delle vendette e dei soprusi. Cosa si produce e dove? E' attiva solo una fabbrica di birra ed è gestita dall'Unmik. L'Unmik è la branca dell'Onu che supplisce alla mancanza di amministrazione civile in Kosovo. Nomina i sindaci, organizza la polizia internazionale, decide quale fabbrica attivare e quanto pagare gli addetti. Gli incontri con l'Unmik vengono condotti dalle organizzazioni internazionali e bisogna ancora costruire una rappresentanza tra i lavoratori locali. Più tardi andiamo a visitare Prizren. E' una bella città poco toccata dalla guerra. La sera discutiamo a lungo sulla nostra esperienza di questi giorni, sul Kosovo e la sua storia, sul futuro. Alcuni dimostrano certezze e chiarezza di idee; beati loro. Io, più conosco questi posti e studio queste situazioni, più mi sento confuso. Sento che non ho da insegnare, ma molto da capire in questa parte del mondo nel quale si sono confuse mille razze e mille passioni. Mercoledì 20. Per fortuna piove. Non possiamo lavorare all'aperto e quindi dedichiamo tutto il giorno ai "lavori di casa". Chi taglia la legna, chi sigilla un lavello, chi costruisce scaffali, chi si occupa delle camere, eccetera. Sembriamo un formicaio. Osservando questo via vai, rifletto sul fatto che tra noi non c'è mai stato il minimo screzio. E' un peccato che domani si rientri e ognuno tornerà a coprire i soliti ruoli. La sera offriamo la cena a tutto l'ufficio nell'albergo della città. Pian piano la sala dell'albergo si riempie di Italiani che si uniscono alla compagnia; poi compare una chitarra comincia la festa. Giovedì partiamo per Bar dove ci imbarchiamo senza complicazioni. Anche questa è fatta. Ci vediamo alla prossima.
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| Articolo dal bimestrale dello Spi Cgil di Bergamo "Spi Insieme" novembre-dicembre 1999 |
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