Lo Spi e l'Auser di Bergamo tornano in Kosovo

di Luigi Battaglia

 

Ci risiamo. E’ mercoledì 11 ottobre e siamo di nuovo sull’autostrada, sul pulmino dell’associazione "Bergamo per il Kosovo" diretti a Pec/Peje. Se ci arriviamo, rimarremo fino al giorno 19.

Siamo quasi tutti quelli che l’anno scorso, di questi tempi, si cimentarono con pale e picconi per aiutare coloro che ne avevano bisogno. Quest’anno non sappiamo bene cosa andiamo a fare: ci hanno chiesto qualcuno che assomigli ad un elettricista e noi abbiamo rafforzato la squadra con un pensionato dell’Enel, Giovanni Franchina. Con noi c’è anche un sindacalista "attivo", Romeo Lazzaroni, della segreteria comprensoriale dei chimici e un altro "nuovo", Mario Rota, di 62 anni. Gli altri 6 sono ormai noti: il sottoscritto, l’autista tuttofare Elio Mazzoleni, un lavoratore dell’Enel ancora in servizio, Fausto Rota, il falegname e idraulico Giovanni Caffi, il prezioso manovale Giovanni Giupponi e il presidente dell’Auser di Alzano Andrea Licini. Il pulmino è stracarico. Oltre a noi, e alle nostre "cose" (borse, valigie, zaini, ecc.) trasportiamo delle pietre per affilare gli attrezzi di campagna, lana e cotone per alimentare la produzione di una associazione di donne locali e cibo e bevande per 10 giorni per 9 persone. Riuscite ad immaginare? Per fortuna non ci ha tamponato nessuno, altrimenti ancora oggi si starebbe asciugando la strada del vino versato.

Questa volta il viaggio non ci riserva sorprese. Non sbagliamo strada e, dopo una notte su un mare abbastanza mosso, uno sbarco particolarmente lungo, verso le 22 del giorno 12 arriviamo a Peje.
La prima cosa che ci colpisce è il fatto che i posti di blocco dal confine col Montenegro verso Peje sono diminuiti.

Ci sono sempre i nostri militari ma i posti di blocco sono soltanto due.
Ci sorprende anche il fatto che nonostante l’ora ci sia ancora gente lungo i marciapiede e la quantità di finestra illuminate. Bene! La vita sembra ritornata.

L’impressione positiva si conferma anche il giorno successivo; alla luce del sole compaiono i tetti rifatti, le case riparate, i negozi aperti e funzionanti.

al mercato di Pec

Andiamo a vedere il "da farsi" (mai così letterale) con più ottimismo. E il da farsi è sempre quello. Volete vedere i progetti nascere dal basso? E allora scavate!

C’è una casa da rendere abitabile; è una donazione di una associazione umanitaria (credo americana) ad una signora vedova con 5 figli. Nelle clausole del contratto sta scritto che entro un certo tempo (già scaduto) deve essere abitata, altrimenti deve passare ad altri. Ma in quella cultura chi aiuta una vedova? Una vedova, una donna che attorno ai 30 anni non è ancora sposata o una ragazza attiva anche al di fuori della propria famiglia, da chi viene aiutata? Il rischio è che queste persone vengano lasciate da sole, specialmente nei villaggi rurali come è questo nel quale vive la signora in questione. In città le cose stanno un po’ cambiando, ma nei villaggi è ancora forte il sentimento di possesso, di gelosia; le donne vengono tenute nascoste ai vicini di casa e hanno agibilità di movimento dentro le mura dei cortili. Queste mura definiscono il territorio di vita della famiglia allargata della quale fanno parte tutti i nuclei familiari che discendono da un dato patriarca. Noi siamo sempre meravigliati dal numero impressionante di bambini che vediamo correre per i cortili.

Per svolgere il lavoro assegnatoci dobbiamo attrezzarci con carriole, badili, picconi, cazzuole, ecc. dobbiamo comprarli ma prima vediamo gli altri lavori. C’è una intera scuola che ospita circa 500 alunni che ha problemi all’impianto elettrico. Niente paura. I nostri due maghi dell’elettricità ci penseranno; perché avrebbero portato con loro i tester e i cacciaviti altrimenti?

scavo della fognatura

Altro lavoro che ci aspetta è lo scavo per una fognatura lunga 70 metri comprensivo di attraversamento stradale. Poi, se avremo ancora tempo, porteremo l’acqua nel bagno, installeremo la turca, con relativo sciacquone ecc.

C’è di che essere soddisfatti. Sicuramente hanno una buona opinione di noi e non vogliono lasciarci in ozio. Siamo o no Bergamaschi? Vi risparmio i particolari; vi basti sapere che abbiamo lavorato venerdì pomeriggio, sabato, lunedì e martedì e tutti i lavori previsti erano eseguiti.

L’ottima collaborazione, il buon umore, l’affiatamento tra noi si sono dimostrati elementi formidabili per ottenere i risultati di cui parlavo. Solo 3 episodi voglio citare per dimostrare quanto detto.

  1. Verso la sera del venerdì quando, nonostante le catastrofiche previsioni del brontolone del gruppo (non ridete perché ognuno ha il suo) abbiamo capito che eravamo vicini alla conclusione dello scavo e che si poteva passare alla fase di impermeabilizzazione con carta catramata e catrame bollente delle fondamenta della casa, ognuno di noi disse: io di catrame non me ne intendo, non so applicare la carta. Uno in particolare escluse con molta convinzione un suo coinvolgimento in quell’affare. Bene, indovinate chi era, il mattino seguente, il più attivo nello spalmare il catrame e nell’incollare la carta alle pareti? Proprio lui. Tutti siamo stati coinvolti in questa fase delicata dall’unica persona, un capomastro locale, che quando ci ha visto iniziare il lavoro ha abbandonato la costruzione della sua casa ed è venuto a dirigere i nostri lavori.
  2. I nostri elettricisti hanno lavorato per due giorni presso la scuola da rimettere in sesto. Alla fine ci sono riusciti nonostante i loro predecessori (quelli che hanno ristrutturato la scuola) abbiano fatto di tutto per rendere difficile l’impresa. Pensate che i cavi elettrici sono fissati al muro con cemento e poi la parete vine intonacata. Non ci sono tubi nei quali fare scorrere i cavi elettrici e i quadri di distribuzione erano, per una buona metà, bruciati. Ebbene, i nostri sono riusciti a sistemare tutto (e questo fa parte della loro professionalità), ma in che lingua sono riusciti a conversare coi bidelli, col direttore della scuola, con coloro ai quali chiedevano collaborazione? Con una grande comunicativa, con la mimica ma soprattutto con una grande simpatia e umanità.
  3. La stessa moneta che ha usato il nostro Caffi quando siamo andati in un negozio di materiale idraulico a comprare i tubi e tutto l’occorrente per costruire il bagno. Dopo mezz’ora di contrattazioni e di valutazioni sulla congruità dei materiali, la commessa mi ha guardato con aria sconsolata e con un significativo segno delle mani (nel fumetto sopra la sua testa c’era un evidente "non ce la faccio più!"). il Caffi non si è scomposto neanche per un momento e, prima di uscire, è riuscito ad ottenere anche lo sconto.

Questo era il "clima" delle giornate di lavoro; quello delle giornate di festa non ve lo racconto perché era ancora meglio. C’era anche chi, non stanco del lavoro di "pic e pala", tagliava la legna nei momenti di pausa.

Altro scopo del viaggio era quello di continuare il lavoro avviato lo scorso anno con il sindacato locale e capire (o tentare di capire) la situazione politico - economica di quella zona.

Così abbiamo potuto vedere la sede ristrutturata (nel prossimo numero del giornale daremo conto delle spese effettuate) e attrezzata con il computer donato dal sindacato di Ferrara. Abbiamo impostato un lavoro di formazione da attuare dentro un progetto che è già strutturato dall’Isi (Istituto unitario sindacale internazionale di Cgil, Cisl e Uil) ed abbiamo discusso a lungo con Mahir Muhaxheri, il nostro interlocutore sindacale di Peje.

L’incontro non è stato solo formale. Dopo i saluti e i ringraziamenti siamo andati in un caffè ed abbiamo parlato a ruota libera. Emerge una assoluta necessità di formazione sui temi dell’economia, del mercato, della proprietà ecc. Come pensare che poteva essere altrimenti? Il loro passato e la condizione nella quale erano tenuti dai Serbi non può che produrre questo.

Interessante e, per certi versi, chiarificatore è stato l’incontro con un osservatore dell’Onu per le elezioni amministrative che si sarebbero svolte dopo pochi giorni.

La domanda che mi tormentava era: perché l’Onu decide di indire le elezioni amministrative in Kosovo staccate dal resto della Serbia? Così facendo non avvalla una convinzione sbagliata di separazione, indipendenza di quel territorio invece che di autonomia? D’altra parte oggi sappiamo che queste ragioni fanno dire a Kostunica che non ne riconosce l’esito.

Da quell’incontro sono emerse alcune cose che hanno contribuito a chiarire meglio le situazioni.

  1. La mancanza, da ormai 19 mesi, di strutture amministrative composte da persone locali porta la popolazione ad identificare l’Unmik spesso come controparte e ad affidarsi agli organismi internazionali nel bene e nel male (dal sindacato ci viene chiesto di intercedere affinché vengano riaperte le fabbriche).
  2. La mafia albanese è sempre più presente (negli affari ma anche nella politica). Bisogna accelerare la responsabilizzazione della classe politica (quella che c’è) prima di un degrado maggiore.
  3. Quello che prima era uno "stato sociale" parallelo (Associazione Teresa di Calcutta) che organizzava scuole, ospedali, sussidi ecc., oggi deve emergere e diventare "amministrazione" alla luce del sole.

Per tutto questo l’Onu ha deciso di correre il rischio che era alla base del mio dubbio, riconoscendolo come vero ma ritenendo più rischioso il rimandare.

 

Certo, questi brevi cenni non sono sufficienti a comprendere la situazione, ma forse sono un incentivo ad approfondire l’argomento e certamente sono utili per inquadrare le difficoltà.

Alcuni, nell’ultimo giorno prima del rientro, sono andati a visitare il Patriarcato, una fabbrica di mattoni, ed io sono andato a Gorasdevak, l’enclave vicino a Peje nella quale abitano 1000 Serbi che sono prigionieri nel loro villaggio. Ma di questo parleremo un’altra volta.

fabbrica di mattoni
 

Bergamo, novembre 2000

Il testo, ridotto, verrà pubblicato
sul bimestrale "Spi Insieme" dicembre 2000

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