Relazione introduttiva
del Segretario Generale Edoardo Bano
ai lavori del Comitato Direttivo

Spi Cgil del 6 febbraio 2003

 

 

 

La Finanziaria 2003
e i riflessi sui pensionati

 

La legge finanziaria è stata approvata in un paese in forte calo produttivo (meno 2,3% sul 2001, a sua volta in calo dell’1,3% sul 2000), accompagnato da un brusco calo della fiducia delle imprese. La crescita dell’occupazione registrata dall’ISTAT appare come un dato effimero, come già segnala l’aumento della disoccupazione nelle regioni del Nord, che guidano la dinamica del mercato del lavoro italiano.

Come ci ha ricordato il CENSIS, il paese ha le pile scariche e la Finanziaria 2003 non solo non ha provato a ricaricarle ma le depotenzia ulteriormente. Il nostro modello di specializzazione produttiva non regge più, ma la struttura del nostro capitalismo, troppo sbilanciata verso le piccole e piccolissime imprese, non è in grado di innovare nei prodotti, di competere nei mercati globalizzati.

Occorrerebbe concentrare tutti gli sforzi sugli investimenti soprattutto nella ricerca, nell’innovazione, nel capitale umano. Il governo non ha fatto nulla di tutto questo, anzi ha ridotto i fondi per l’istruzione e per la ricerca.

La riduzione d’imposta sulle imprese e sulle famiglie non riuscirà a migliorare le nostre prospettive. Non solo perché è da dimostrare che il taglio delle imposte generi crescita in ogni contesto, ma anche perché gli effetti delle modeste riduzioni delle imposte statali saranno annullati dalle altre decisioni della Finanziaria.

Le riduzioni sull’IRPEF saranno infatti assorbite dall’aumento delle imposte e delle tariffe locali, dall’aumento dei ticket e delle compartecipazioni, dal taglio dei servizi locali. Quelle su IRPEG e Ira saranno cancellate dalla radicale contrazione degli incentivi per i nuovi investimenti e per l’occupazione.

Ma c’è di più: gli spazi per i bonus fiscali sono stati ottenuti con una selva di sanatorie e di condoni, cioè con entrate una tantum destinate non solo ad esaurirsi ma a provocare danni incalcolabili in termini di minor gettito futuro.

Alle incertezze derivanti dai condoni si sommano poi quelle delle cartolarizzazioni, che nei casi migliori sono l’anticipo di futuri introiti, mentre in quelli peggiori sono misure di finanza creativa che generano nuove forme di debito occulto.

È quindi l’inaffidabilità la vera cifra di questa manovra di finanza pubblica che si fonda su presupposti macroeconomici (tasso di crescita, inflazione) del tutto arbitrari.

Anche per effetto della reinterpretazione del Patto di stabilità, che rende più stringente il rientro su un livello di indebitamento non superiore al 60% del Pil, la prospettiva è quella di una o più manovre correttive in corso d’anno e dell’uso reiterato di decreti blocca-spese che rendono del tutto rituali i livelli di spesa decisi dal Parlamento.

Ma vediamo in modo sintetico i principali capitoli della Finanziaria.

Condoni

Sono ben quindici le opportunità di sanatoria offerte ai contribuenti. Si va dal concordato per gli anni pregressi al condono tombale, alla sanatoria delle scritture contabili, alla possibilità di regolarizzare le scorte.

Viene riaperta la possibilità di utilizzare la scudo fiscale per regolarizzare la propria posizione se si ha un accertamento in corso, chiudere le controversie precedenti con il fisco presso le commissioni tributarie (con cifre distanti anni luce da quelle regolarmente versate dai cittadini onesti).

Ma non è tutto. Si potranno sanare in via agevolata INVIM e imposte di registro, successione e donazioni, canone tv e affissioni illegali. Per non far torto ad evasore alcuno, viene concessa a Regioni, Province e Comuni la possibilità di prevedere condoni relativi ai propri tributi. Malgrado la correzione imposta dal Quirinale in sede di approvazione, rimane ampia la copertura penale. È esclusa così la punibilità per molti reati, compreso il falso in bilancio.

Irpef

La riduzione annunciata è di 5,5 miliardi di euro. In realtà, se si tiene conto delle riduzioni previste dalla Finanziaria Amato-Visco e della mancata restituzione del drenaggio fiscale, il beneficio aggiuntivo è di soli 700-800 milioni di euro.

Tale riduzione è completamente riassorbita dai tagli al welfare locale che ammontano a 1,7 miliardi di euro. Alcuni nuclei familiari che non potranno più usufruire di asili nido, assistenza domiciliare, trasporto scolastico ecc., subiranno una drastica contrazione del reddito disponibile.

La Finanziaria non prevede nulla per gli incapienti, cioè per i più poveri, i quali non potranno più sperare neanche nella futura estensione del reddito minimo di inserimento a tutto il territorio nazionale. Questa politica, su sui era avviata una significativa sperimentazione, viene infatti cancellata.

Cumulo pensione lavoro

Viene ampliata la platea dei titolari di pensione di anzianità che possono cumulare totalmente pensione e retribuzioni o altri redditi da lavoro: basteranno d’ora in avanti 58 anni di età e 37 anni di contributi. Chi è già in pensione potrà ottenere un analogo beneficio pagando una somma di denaro. In compenso, i pensionati che lavorano come collaboratori si vedranno aumentare il contributo del 5%.

Regioni, Comuni, Province

La manovra non si fa minimamente carico delle sofferenze finanziarie delle Regioni. Mancano le risorse per l’applicazione del decentramento amministrativo mentre si manifestano problemi di cassa per trasporti, assetto del territorio, edilizia residenziale pubblica.

Quanto a Province e Comuni, le modifiche introdotte dal Parlamento al testo originario della Finanziaria non hanno alleggerito la situazione: blocco alle entrate tributarie, taglio ai trasferimenti erariali e mancata soluzione del ristorno dell’Iva sull’esternalizzazione dei servizi pesano come macigni sui bilanci degli enti locali.

Sanità

In un clima di scontro totale sulla sanità tra Regioni e governo, è stato operato un ulteriore giro di vite negli acquisti di beni e servizi.

E’ stata introdotta una franchigia di 50 euro per le cure termali e confermati i ticket nazionali per diagnostica e specialistica. Ma il piatto forte della linea del governo in questo campo non è rappresentato da queste misure, né dalla creazione di un nuovo organismo che dovrà organizzare in classi e sottoclassi, con relativi prezzi di riferimento, le attrezzature utilizzate dalle Asl e dagli ospedali.

Tremonti ha approfittato delle difficoltà riscontrate da alcune Regioni a rispettare l’accordo sulla Sanità dell’8 agosto 2001 per ritardare i trasferimenti dovuti. Le Regioni, infatti, sono ancora in credito dei fondi loro spettanti per la gestione 2002. È ormai palese il tentativo di nascondere in questo modo un’evidente crisi di liquidità del governo Berlusconi.

Questo spiega la pesante invasione di campo operata con il decreto taglia-spese che riduce retroattivamente del 15% i costi delle Asl per mense, lavanderie, manutenzione, riscaldamento ecc. Le Regioni, giustamente, hanno reagito con estrema decisione a difesa del servizio sanitario.

Occupazione e investimenti nel Mezzogiorno

La Finanziaria ha stravolto e riscritto le diverse norme che i precedenti governi avevano realizzato per sostenere l’attività produttiva e l’occupazione al sud in modo mirato e qualificato. Di fatto si è depotenziato l’effetto incentivante per le attività produttive e ridotto fortemente (e non più garantito) il credito d’imposta per i nuovi assunti, riducendolo al sud da 619 a 400 euro e nel resto del paese da 413 a 100 euro mensili.

Da segnalare anche l’estensione nei limiti di 30 milioni di euro, e previo parere positivo della Unione europea, del contributo alle aree depresse del Centro-Nord.

Pubblica amministrazione

Per il 2003 è previsto, salvo alcune deroghe, il blocco del turn-over mentre per il 2004 e il 2005 le amministrazioni con più di 200 addetti sono tenute a ridurre dell’1% il proprio personale.

La parte più consistente dei risparmi è affidata al rafforzamento del meccanismo delle aste on-line. Si tratta di ben 3,7 miliardi di euro, cifra di pura fantasia che non mancherà di produrre un consistente buco nella finanza pubblica. Restano del tutto insufficienti gli stanziamenti per i rinnovi dei contratti pubblici.

Scuola

È confermata sia la riconduzione delle cattedre a 18 ore settimanali con il taglio degli "spezzoni", sia la drastica riduzione delle dotazioni organiche dei collaboratori scolastici. La Finanziaria, mentre trova 90 milioni di euro per le famiglie che mandano i figli nelle scuole private, rinvia la messa in sicurezza degli edifici scolastici al programma per le infrastrutture strategiche e a un fondo rotativo presso la Cassa depositi e prestiti.

Università’ e ricerca

Un noto quotidiano economico ha titolato: la ricerca si affida al fumo. Non si è trovato di meglio per dare una risposta alle clamorose dimissioni di massa dei rettori delle Università italiane. L’imposta di consumo sulle sigarette sarà aumentata per assicurare un maggiore gettito di 435 milioni di euro. All’Università andranno 195 milioni; in questo modo le risorse resteranno al livello del 2002, insufficienti per evitare il blocco delle assunzioni anche di docenti e ricercatori e il taglio dei contratti a termine. Alla ricerca andranno 225 milioni, insufficienti a compensare i tagli agli enti di ricerca, a partire dal CNR. È disarmante che CONFINDUSTRIA abbia giudicato positivamente questa misura.

Inflazione e potere d’acquisto delle pensioni

In queste ultime settimane si è molto discusso di inflazione, di paniere ISTAT, di potere d’acquisto di salari e pensioni. Ne abbiamo sentite di tutti i colori. Il 18 prossimo verrà presentata a Roma una ricerca del CER commissionata dallo SPI su "L’aumento dell’inflazione e gli effetti sulle famiglie con pensionati", i cui risultati sono stati anticipati sul n. 4 di Rassegna sindacale e ci aiutano a comprendere meglio cosa è successo.

La ricerca, che ha utilizzato i dati ufficiali dell’ISTAT, aveva lo scopo di verificare l’eventuale scostamento tra l’inflazione che grava sulle famiglie con anziani e i valori medi registrati; se, in buona sostanza, il potere d’acquisto dei pensionati è diminuito più o meno dell’inflazione dichiarata.

La ricerca mette chiaramente in evidenza che in questi ultimi due anni le persone anziane e le famiglie con anziani rientrano tra coloro che vedono ridotto il loro potere d’acquisto, in quanto colpite da un’inflazione più elevata. In particolare risultano svantaggiate le famiglie residenti al Sud e quelle con redditi più bassi.

A partire dal 1999, per la tipologia di famiglia con pensionati, il tasso di inflazione è risalito da circa il 2,5% a oltre il 4%. Ciò è dovuto in particolare all’incidenza, nel "paniere" degli anziani, dei consumi alimentari; consumi che sono passati dallo 0,7% per anno fino al 1999 al 3,7% nel triennio 2000-2002, rappresentando così oltre tre quarti dell’aumento medio dei prezzi.

Ciò ha provocato negli ultimi due anni una netta divaricazione nella quota di popolazione penalizzata da un aumento dei prezzi superiore alla media, tra l’insieme delle famiglie e quelle con anziani. Per l’intero periodo 1996-2002 la quota per entrambe le tipologie al di sotto del 50% (circa il 40%); nell’ultimo biennio, nel quale abbiamo registrato una forte accelerazione inflattiva, mentre la percentuale della popolazione arrivava al 47%, quella delle famiglie con pensionati balzava al 51,3%.

Un peggioramento, quindi, delle condizioni di vita per oltre la metà dei pensionati e anche un arretramento nel rapporto con il complesso della popolazione. Si pensi, per comprenderne le ragioni, all’incidenza nel consumi degli anziani delle spese per l’abitazione e per alcuni servizi pubblici.

Questo dato già preoccupante diviene ancora più grave se si considera che la quota del 51,3% sale al 55,4% per i nuclei familiari con capofamiglia che ha più di 75 anni, al 57,4% per la famiglia anziana monocomponente, al 57,5% per le famiglie dei pensionati risiedenti al Sud.

Dalle elaborazioni svolte nella ricerca del Cer appare con evidenza che siamo in presenza non di un dato contingente, ma di una dinamica che si protrae negli anni.

Nell’intero periodo 1996-2002 il 46,5% delle famiglie con pensionati ha subito una perdita del 3%: nell’ultimo biennio la perdita è salita al 52,5% dei nuclei familiari e all’1,1% annuo. Siamo in presenza di un dato permanente che subisce una forte accelerazione, in un periodo di incremento inflattivo dei prezzi, provocando una ridistribuzione ingiusta delle risorse a danno dei settori più deboli della società, segnalando quindi una carenza di difesa dei redditi da pensione davanti alla ripresa dell’inflazione. Con il rischio, non solo teorico, di aumentare la fascia delle persone che cadono nella povertà e nell’emarginazione sociale.

In poche parole la ricerca conferma che:

La tipologia e l’incidenza dei consumi dei pensionati è diversa da quella del paniere ufficiale.
La tipologia di consumi dei pensionati (generi alimentari, abitazione e alcuni servizi) ha subito aumenti più alti.
Il meccanismo di recupero basato sulla media dell’inflazione non è in grado né di riconoscere né di tutelare le pensioni da tali aumenti.
Questa dinamica si potrae negli anni e determina una crescente perdita di potere d’acquisto delle pensioni e uno spostamento graduale ma progressivo di famiglie con pensionati verso l’area della povertà e dell’emarginazione.

Nonostante le ripetute richieste d’incontro avanzate dai sindacati dei pensionati confederali per affrontare, fra l’altro, il tema della difesa del potere d’acquisto delle pensioni, nessun tavolo di confronto è stato aperto dal governo.

È chiaro che l’attuale sistema di recupero legato all’inflazione non garantisce interamente il potere d’acquisto delle pensioni. "Si sta riproducendo il problema delle pensioni d’annata" dice Renato Bacconi della segreteria SPI, nel commento della ricerca.

È necessario quindi, nonostante l’attuale quadro politico non sia favorevole, riprendere l’attivazione di quel secondo elemento di recupero annuale legato all’andamento del Pil già introdotto dal governo Amato nelle misure di riforma del 1992.

Proprio per rispondere a questo problema, Betty Leone, segretario generale dello SPI nazionale, nel documento presentato al CD del 22 gennaio scorso per il dibattito nelle assemblee regionali e nazionali dello SPI, tra i terreni prioritari di proposta e di iniziativa mette al primo punto il "Potere d’acquisto delle pensioni".

Credo che questo fatto richieda coerenza anche in sede di eventuale e auspicabile definizione della piattaforma unitaria dei pensionati 2003, ed in ogni caso nelle elaborazioni della nostra organizzazione.

 

La manovra fiscale del Governo

Il valore mediatico e propagandistico del primo modulo della manovra fiscale a tutto vantaggio dei redditi più alti è a noi tutti evidente. Il "risparmio fiscale" ha il compito di sostituire il battage realizzato nella campagna elettorale del 2001 dal "milione delle beffe" che aveva pagato molto bene in termini di voti e di consenso. Campagna che ha poi deluso oltre cinque milioni di pensionati gabbati, e con mille miliardi delle vecchie lire (sui 4.200 stanziati) non spesi e dirottati altrove.

Anche la campagna fiscale 2003 è truccata, perché si tratta del primo modulo, quello populista, che riduce le tasse ai redditi più bassi dove si annunciano 5,5 miliardi di euro di sgravi fiscali. Voglio ricordare ancora che, in realtà, se si tiene conto delle riduzioni previste dalla Finanziaria di Amato-Visco del 2001 e della mancata restituzione del drenaggio fiscale, il beneficio aggiuntivo è di soli 700-800 milioni di euro. Tale riduzione è completamente riassorbita dai tagli al welfare locale (aumenti di tariffe e servizi) che ammontano a 1,7 miliardi di euro.

Queste quindi i grandi numeri, ma nel merito seguiamo il percorso tracciato per smascherare quella che Ronzoni nelle Note/sintesi chiama "La mascherata degli sgravi fiscali"

La Finanziaria 2003 ripete l’operazione della Finanziaria 2002 a tutto danno del potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni, per effetto della mancata applicazione da parte del Governo della legge n. 154/1989 che prevede il recupero del drenaggio fiscale in presenza di una inflazione superiore al 2% mediante adeguamento degli scaglioni di reddito e delle aliquote IRPEF.

Nel 2002 quanto negato a lavoratori e pensionati venne dirottato verso i più ricchi e le imprese (abolizione delle imposte sui grandi patrimoni in eredità e donazione, Tremonti bis con la detassazione di ogni sorta di investimento, ad esempio anche in autovetture di lusso ad uso aziendale/personale) e l’operazione venne "mascherata" con l’aumento delle detrazioni fiscale per i figli a carico.

Nel 2003 lavoratori e pensionati, che pagano regolarmente le tasse, subiscono l’insulto di condoni fiscali per ogni sorta di evasore a livelli mai prima d’ora visti nel nostro Paese e l’operazione viene "mascherata" con qualche sgravio fiscale ai redditi più bassi, peraltro vanificato dall’inflazione che, in proporzione, colpisce, come noto, in misura maggiore tali redditi.

Nelle Note/sintesi n. 1 sono contenuti diversi esempi che dimostrano come in realtà anche nei singoli casi è possibile dimostrare quanto perde un lavoratore o un pensionato con la manovra 2003 rispetto a quanto previsto nella manovra 2001 (quella di Amato-Visco).

Decisivo sarà il lavoro di informazione e contrasto che dovremo realizzare con ragionamenti e con conteggi pratici rispetto al primo modulo della manovra fiscale, che, come è noto, nel secondo modulo prevede due sole aliquote e premia in modo sfacciato i redditi più alti.

In questi giorni si sta esaltando il calo del fabbisogno pubblico (differenza tra entrate e uscite del mese) che, in gennaio, pur restando in rosso per 700 milioni di euro, si riduce del 78% rispetto ai 3.153 allo stesso mese dello scorso anno. Quindi si usano questi dati per santificare la capacità di fare cassa del ministro delle Finanze. Peccato che ci siano alcuni particolari che non quadrano: un miliardo di euro, ad esempio, è stato risparmiato attraverso il calo di rendimento dei BOT, quindi a carico dei piccoli risparmiatori.

La capacita di fare cassa di Tremonti è dovuta anche al fatto che rinvia impunemente scadenze e pagamenti. Proviamo infatti a chiedere ai lavoratori del pubblico impiego da quanto aspettano il rinnovo del loro CCNL, che nella primavera scorsa sembrava già fatto. Oppure chiediamo alle Regioni a quanto ammontano le esposizioni dello Stato nei loro confronti. Chiediamo anche ai nostri CAAF e all’INCA nazionale quanto costano in termini di interessi i ritardi dei ristorni che attendono.

Per non parlare dei condoni di vario genere, compreso quello offerto ai pensionati che lavorano, che possono ora cumulare pagando una modesta cifra (di pedaggio) purché il pagamento avvenga entro il 17 marzo, cioè prima della scadenza della trimestrale di cassa.

Quanto si sta concentrando sulla trimestrale di cassa di fine marzo (nel tentativo di scongiurare una probabile manovra aggiuntiva) dice chiaramente che si sta vivendo alla giornata. Siamo alla filosofia spicciola e brutale nella quale "tutte le mele sono buone, l’importante è riempire la cesta".

E pensare che solo poche stagioni fa con Visco abbiamo raggiunto livelli di qualità e stabilità dei conti pubblici che questi "creativi" neanche immaginano.

 

La riforma (della riforma) delle pensioni

Ogni volta che si ritorna sul problema di riformare le pensioni in realtà si pensa a come fare cassa. L’unico ritegno è la paura del consenso elettorale. Si prende la scusa che l’Europa preme perché la riforma si faccia alla svelta. Poi si pensa alle amministrative di primavera e si dice che è necessario il consenso.

Qualcuno ipotizza che le decisioni siano già state prese e che il problema sia solo quello di come gestirne l’attuazione. Allo studio ci sarebbero anche disincentivi, blocchi e misure drastiche come quella di conteggiare con il metodo contributivo tutta la vita lavorativa e non solo gli ultimi anni per chi va in pensione prima dei 63 anni. Evidentemente, ciò significherebbe una sensibile decurtazione dell’assegno mensile.

Si rinnovano così gli allarmismi che fanno fuggire dal lavoro anche coloro che vorrebbero restarci ancora, rendendo ridicoli tutti i discorsi sul prolungamento della permanenza al lavoro anche dopo i 65 anni.

Intanto il 29 gennaio scorso la Commissione lavoro della Camera ha approvato la delega sulle pensioni proposta dal Governo, che contiene la Decontribuzione (riduzione del 3-5% dei contributi a carico delle imprese per i nuovi assunti) che produrrà un drastico ridimensionamento delle entrate previdenziali.

Minori entrate che produrranno sicuramente un terremoto nei delicati equilibri previdenziali e comporteranno pensioni più basse, per i pensionati di oggi e per quelli futuri. Il tutto in presenza di uno scenario che presenta l’insufficienza dei trattamenti pensionistici e la costante perdita di valore delle pensioni.

Gli altri dissensi espressi da CGIL CISL UIL nel merito della delega riguardano: l’assenso del datore di lavoro per poter proseguire a lavorare dopo aver maturato il diritto alla pensione e il trasferimento obbligatorio del TFR nei fondi pensione.

La Finanziaria ha inoltre previsto per la gestione separata dei collaboratori l’aumento dei contributi del 5% in due anni, passando dal 10 al 15%. Infine voglio ricordare che nonostante la spesa sociale in Italia non sia superiore a quella degli altri paesi europei, si continua a parlare di tagli e non del futuro pensionistico delle giovani generazioni che, dice Maroni, non sono un problema perché andranno in pensione fra 30-40 anni.

 

La sanità e l’assistenza

L’altro giorno il ministro del lavoro Maroni ha presentato il "Libro Bianco sullo stato sociale".

Si vuole bloccare il calo demografico e sostenere la famiglia attraverso la leva fiscale. In sintesi, il documento del Governo prevede agevolazioni per le coppie sposate e le famiglie numerose, interventi a favore dei disabili, aiuti a genitori che si associano per asili o assistenza. Sono dei buoni propositi; peccato che si basino su una strategia sbagliata e su risorse che non ci sono.

Dai primi commenti, letti sulla stampa di ieri, si capisce il senso dell’operazione: Epifani dice "il libro non risponde ai problemi veri. C’è un’area di povertà che sta crescendo soprattutto tra gli anziani, ma nel libro di questo non si dice nulla e intanto si cancella il RMI (reddito minimo di inserimento), una delle poche misure mirate di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale".

Betty Leone lo giudica "sbagliato e virtuale perché scarica la responsabilità sulle famiglie e promette sgravi fiscali che non ci sono". Infatti nella Finanziaria non sono previste risorse, se si esclude la modesta misura già in vigore, per aiutare le giovani coppie sul problema della casa.

Passoni conferma "lo Stato si ritrae, taglia i servizi e lascia sole le famiglie, in cambio di due lire che non avrà mai. Parlano di un tipo di famiglia che non c’è più, ed escludono le coppie di fatto che non sono riconosciute. Pensano ai buoni invece che ai servizi; chissà che tipo di pedagogia potrà sviluppare un’asilo nido di condominio, che al massimo può ragionevolmente svolgere un ruolo di parcheggio custodito".

La CISL attraverso il segretario confederale Luigi Bonfanti si mostra più possibilista "il documento è un buon punto d’inizio, ma un giudizio ora sarebbe pretestuoso".

Vedremo gli sviluppi e le iniziative.

Sanità, le risorse mancano

Intanto nel paese l’intesa Stato regioni - per la suddivisione del fondo nazionale sulla sanità – sconta notevoli difficoltà e si gioca su una coperta che è sempre più corta e che vale per l’anno in corso 77 miliardi di euro, che le regioni ritengono pochi. Tanto più che con la regolarizzazione di 700.000 immigrati, la spesa 2003 di fatto si allargherà di almeno 900 milioni di euro.

A proposito di cassa, ricordo che le pendenze non pagate dallo Stato alle regioni dal 1995 in poi contavano al 31 gennaio scorso qualcosa come 12,7 miliardi di euro.

Il tutto di fronte a stime che dicono che il buco complessivo della sanità per il 2003 potrebbe superare i 5,5 miliardi di euro. Queste scarne cifre danno il senso del quadro d’insieme nel quale dobbiamo lavorare per realizzare livelli essenziali (LEA e LEAS) elevati e omogenei.

Inoltre, la discussione sul Federalismo e la ripartizione dei poteri, sotto l’anomala spinta della Devolution leghista, rischia di creare non solo disuguaglianze, ma anche sprechi e doppioni di spesa insopportabili (ad esempio scuola e polizie locali).

In Lombardia questi problemi fanno da sfondo ad un modello che sulla salute sta mostrando la corda e si regge sulle massiccia introduzione dei ticket sui farmaci e sul pronto soccorso. L’odiosa tassa sulla salute che colpisce i più deboli.

Pagina nerissima per Formigoni, che ha dovuto incassare la mobilitazione unitaria del 21 gennaio scorso, quando siamo andati in 20.000 sotto le sue finestre a chiedere una modifica radicale della sua politica. Obiettivo immediato: ridiscutere radicalmente i ticket. Prossimo obiettivo: modificare il modello di sanità, che ha fatto esplodere la spesa e non riesce a rispondere alle nuove domande di servizio in particolare quelle degli "ultimi": le persone non autosufficienti.

Nella vertenza regionale "Dare voce a chi non l’ha" è stata raggiunta un’intesa sulle rette e sulla nuova classificazione degli ospiti delle case di riposo. L’importanza dell’intesa è dovuta anche al fatto che consente di riaprire il confronto con tutte le case di riposo sugli aumenti delle rette 2003, dal momento che si è convenuto che la quota a carico della regione aumenta del 5,37%.

Quanto poi al confronto con la regione e lo sviluppo delle iniziative, credo che Melgari ci aggiornerà nel suo intervento sulle scadenze e sulle prospettive.

Peracchi nella sua comunicazione al CD farà il punto sulle vicende relative alla sanità e l’assistenza in sede locale, dopo le nuove nomine dei responsabili di ASL e Ospedali pubblici, e informerà sulle iniziative che unitariamente stiamo realizzando a Bergamo assieme a FNP e UILP, per contribuire alla costruzione della rete integrata dei servizi previsti nei diversi piani di zona. Con FNP e UILP stiamo realizzando 12 convegni unitari sui piani di zona, a dimostrazione che quando è possibile noi le iniziative unitarie le facciamo.

Per il diritto alla salute, un sistema di qualità

Volevo solo aggiungere che nel CD CGIL nazionale del 13-14 gennaio scorso è stata approvata la piattaforma programmatica CGIL "Per il diritto alla salute un sistema di qualità", che rappresenta un punto di riferimento importante per la nostra iniziativa e riposiziona il tema della salute sulla centralità del territorio, imperniata sul distretto e non sugli ospedali, per la sanità, e sui piani di zona per l’assistenza.

La piattaforma - che punta sugli investimenti, sulla qualificazione delle risorse e sulla qualità dei servizi – è largamente condivisibile, anche se nel merito avanziamo alcune prime osservazioni. Introduce proposte innovative che fanno discutere, come quella delle assicurazioni sanitarie integrative (Mutue?). Inoltre, come dice Peracchi, in alcune sue parti è un po’ datata - vedi ad esempio la stroncatura senza nessuna differenziazione tra buoni e voucher - dimenticando che in ordine di priorità, prima vengono i servizi, poi i voucher e infine i buoni. Contano anche il livello e la qualità dei servizi disponibili: in Emilia Romagna i voucher e i buoni hanno un diverso impatto rispetto a realtà che hanno servizi scadenti o non li hanno affatto.

Infine, come dice Amboni, la piattaforma non mette in discussione la forma di governo monocratico di ASL e Ospedali pubblici, proprio mentre in Lombardia questa riflessione è stata riaperta dal consigliere delegato alla sanità Saffiotti (F.I.).

 

21 febbraio: sciopero dell’Industria e dell’Artigianato
(No al declino e alla precarietà, Sì allo sviluppo e ai diritti)

Chi di voi ha partecipato al Direttivo CDLT della scorsa settimana, oppure era a Milano all’attivo con Epifani, ha potuto sentire di persona le motivazioni che hanno portato la CGIL a dichiarare lo sciopero generale dell’industria e dell’artigianato. Per chi non le conosce, cercherò di riassumerle in breve, ricordando che per domani all’Auditorium di piazza della Libertà la CGIL di Bergamo ha organizzato un apposito attivo dei delegati al quale siamo tutti invitati.

Credo che - di fronte al declino della nostra industria, alle tante crisi aziendali (con la FIAT in testa), alle lotte in difesa del lavoro e dell’occupazione, alla volontà di Governo e CONFINDUSTRIA di precarizzare i rapporti di lavoro e ostacolare il rinnovo dei Contratti - la CGIL non poteva non raccogliere la domanda di iniziativa e unificazione del fronte produttivo di industria e artigianato.

Credo sia altrettanto chiaro a voi tutti che, con uno sviluppo di qualità, riusciremmo meglio a ridistribuire risorse, a difendere e sviluppare diritti e tutele. Gli 80.000 posti in più dello scorso anno sono quasi tutti a tempo determinato.

I problemi di crisi, rallentamento e scarsa qualità, non riguardano solo l’auto e la FIAT, ma investono anche altri settori quali:

Telefonini ed Elettronica fine
Chimica fine
Farmaceutica
Telecomunicazioni
Aeronautica
Tessile, moda, calzaturiero.

La base si restringe, la qualità non tiene.

Salvo poche eccezioni, i grandi gruppi, quei pochi rimasti in Italia, sono in difficoltà.

Per queste ragioni sono a rischio decine di migliaia di posti di lavoro.

Gli stessi servizi e la new economy non hanno futuro, se non c’è un’industria che fa qualità e per fare qualità c’è bisogno di scuola, formazione, ricerca e innovazione.

Per contare bisogna cambiare politiche e fare investimenti di qualità. L’arma vincente nella competizione sono l’affidabilità e la qualità. La differenza tra la FIAT e la Wolswagen sta lì.

Un esempio? Il costo del lavoro FIAT è la metà di quello Wolswagen: eppure in Europa vendono molto di più loro.

Detto questo, vorrei tornare su una domanda che è circolata tra di noi nelle scorse settimane:

Perché scioperiamo da soli?

Le risposte le abbiamo sentite sia dalla Camusso al Direttivo CdLT che da Epifani a Milano.

Da tempo la CGIL aveva sottoposto a CISL e UIL la necessità di promuovere insieme iniziative contro il declino e per rivendicare una politica economica e industriale degna di tale nome. CISL e UIL prima hanno preso tempo poi hanno risposto che si trattava della solita volontà egemonica della CGIL e della voglia di uno sciopero politico.

Di fronte a risposte che confermavano l’indisponibilità a disturbare il Cavaliere, la CGIL non poteva venire meno al suo impegno e lasciare centinaia di migliaia di lavoratori soli in situazioni di difficoltà (anche nel nostro territorio) senza organizzare una iniziativa.

Inoltre si trattava di realizzare l’iniziativa in tempi utili, e cioè:

Prima della trimestrale di cassa
Prima dell’approvazione delle deleghe su Fisco e Previdenza
Prima dell’approvazione della controriforma del mercato del lavoro, passata ieri al Senato
Prima che il declino si trasformi in deriva.

Quindi, ragioni forti, assunte dopo aver verificato l’indisponibilità degli altri, stanno alla base della decisione della CGIL.

Siamo da soli, non per scelta ma per necessità.

Finché non si modifica la situazione, dobbiamo prendere atto che quando le nostre proposte di iniziativa non vengono accolte, al di là delle motivazioni pretestuose che abbiamo sentito, non possiamo restare inerti. Anche se è sicuramente difficile, dobbiamo provare a realizzarle anche da soli.

Purtroppo l’accordo di luglio (Patto) continua a pesare su ogni iniziativa che proponiamo a livello generale, perché ci divide sul merito dei problemi che affrontiamo.

In un paese che declina, di fronte ad un’industria che dà meno lavoro e ricchezza, un governo che non sceglie la qualità e lo sviluppo, bensì l’attacco ai diritti nel lavoro, sta chiaramente mettendo in discussione gli stessi diritti di cittadinanza e lo stato sociale di tutti.

Per tutte queste ragioni, lo sciopero del 21 febbraio ci riguarda direttamente e noi vogliamo partecipare alle iniziative promosse.

In particolare, al presidio davanti all’entrata della Casa di riposo del Gleno, che la RSU ha promosso nello stesso pomeriggio un presidio "contro il declino dei servizi sociali".

Declino, o meglio ridimensionamento, che di fronte alle difficoltà di bilancio, la dirigenza della struttura ha teorizzato e programmato, prevedendo da subito l’aumento del 20% delle rette e programmando in pochi anni la riduzione del numero dei posti letto e del personale dipendente.

 

Il Referendum sull’articolo 18

Come sapete, il referendum per l’estensione dell’articolo 18 è stato ammesso dall’apposita Corte. Nella CGIL, nella sinistra e nel paese si è aperto un difficile e delicato confronto.

Il rischio di una divisione dell’ampio fronte unitario costruito e messo in campo per la difesa e l’estensione dei diritti nel lavoro è presente a tutti noi. Già in fase di raccolta delle firme, Cofferati stesso aveva espresso un giudizio negativo sul ricorso a tale strumento per l’estensione dei diritti, precisando già da allora la necessità di percorrere la via legislativa sostenuta dalla raccolta di firme.

Siamo quindi chiamati ad una prova delicata.

La CGIL ritiene che non la via referendaria, ma la via di una legge estensiva - capace di raggiungere anche il nuovo, capace di coniugare il tema dei diritti con un mondo che ha caratteristiche diverse da quelle che storicamente sono state l’oggetto della battaglia sindacale per lo statuto - è la sola in grado di avvicinarci alla risoluzione dei problemi della rappresentanza del complesso dei lavoratori, anche nuovi. Su questo la CGIL ha chiesto mandato e consenso ai cittadini, ai lavoratori, ai pensionati, che in oltre cinque milioni hanno firmato per la campagna "tu togli io firmo".

Epifani lunedì scorso a Milano è ritornato sull’argomento, ricordando che "per noi è fondamentale mettere in campo una riforma che parli a tutti".

Nella serata dello stesso giorno, la segreteria CGIL nazionale a maggioranza ha approvato una proposta di legge "per l’estensione dei diritti nel lavoro e l’articolo 18 a tutte le imprese, anche quelle con meno di 15 dipendenti con la sola esclusione dei rapporti di lavoro domestici".

Il primo punto della proposta prevede che a tutti i lavoratori, anche a quelli in collaborazione coordinata e continuativa (Co.Co.Co.), venga esteso l’intero ordinamento "lavoristico" vigente (compreso l’articolo 18), attraverso la riformulazione in senso ampliativo dell’articolo 2094 del Codice Civile.

Nel secondo, ci si prefigge l’estensione delle tutele contro i licenziamenti ingiustificati (anche per i Co.Co.Co.). Per le aziende minori, dopo la sentenza di reintegro per licenziamento senza giusta causa, si riconosce al datore di lavoro la possibilità di optare per un risarcimento monetario equivalente.

Nel terzo punto, la proposta si prefigge di rendere più tempestivo ed efficace il processo del lavoro.

La proposta di legge approvata della segreteria, che sarà sottoposta al voto del CD, si basa sulla raccolta firme effettuata ed ha lo scopo di mettere in campo proposte percorribili anche su questo delicato fronte, cercando fino all’ultimo minuto utile la via legislativa. Dopo di ciò, dice Epifani, sarà il Direttivo CGIL che deciderà cosa fare nel voto sul referendum.

A Milano Epifani ha solo escluso una possibilità; quella di votare No.

La CGIL di lotta e di proposta

La proposta di legge sui diritti approvata dalla segreteria va ad aggiungersi alla Piattaforma programmatica sulla salute e alla proposta di legge per la Riforma complessiva degli ammortizzatori sociali, ambedue approvate dal Direttivo CGIL del 13 e 14 gennaio. Quindi la CGIL non sta in campo solo per dire No, ma sta in campo con proposte di riforma, coniugando lotte a proposte, lotte a progetto.

Le proposte sono tanto più importanti, nel momento in cui il Governo sta spingendo sull’acceleratore per fare approvare dal Parlamento la delega sulle pensioni e il decreto 848 sul mercato del lavoro (quello del Libro Bianco sulla precarizzazione del lavoro e l’attacco ai diritti e all’articolo 18, che ieri è stato approvato dal Senato istituzionalizzando il precariato). Proposte importanti perché indicano un’alternativa, un percorso e un possibile sbocco. Di fatto rafforzano le possibilità di aggregazione, di unità e di lotta.

 

Per la Pace contro la Guerra

Abbiamo parlato di declino di un paese che ha bisogno di una diversa politica economica e sociale, di diritti, di lotte e di iniziative che la CGIL sta mettendo in campo. Siamo però coscienti che quanto abbiamo sin qui delineato sta dentro un quadro internazionale che potrebbe radicalmente modificarsi in peggio nel giro di poche settimane.

Per questa ragione, lo SPI e la CGIL ritengono che la prima emergenza, la prima priorità, sia la PACE. Di fronte al tentativo di accreditare come inevitabile l’attacco all’Iraq, la CGIL sta con chi ritiene che tutto quanto può essere tentato, fino all’ultimo momento per scongiurare questa guerra, deve essere tentato.

Persone e movimenti devono lanciare a voce alta una richiesta di pace, capace di legare la gente di diversi continenti, nella denuncia della distanza che separa una azione concertata di contrasto del terrorismo internazionale, da una guerra unilaterale "preventiva".

Non si può non vedere che un conto è un’azione di contrasto dentro le regole internazionali, che comunque abbia l’obiettivo di assicurare alla giustizia chi si è macchiato di criminali atti terroristici, un conto è la guerra ad un popolo, giustificata a priori, unilaterale e scoperta di consenso internazionale.

Non possiamo rassegnarci all’ineluttabilità e all’imminenza della guerra; a non vedere quanto siano evanescenti e lontani i motivi di questa guerra; quanto siano smarrite, oggi, sia la compattezza del fronte che pure responsabilmente si era detto disponibile alla lotta al terrorismo internazionale (vedi le posizioni di Germania e Francia), sia le ragioni dell’intervento militare contro l’Iraq.

Non si discute più di cause, non si vedono i pericoli di destabilizzazione di un’intera area e nemmeno quelli di una profonda recessione: si gioca con la data dell’azione, i comportamenti degli ispettori, con le immagini di Saddam. La situazione è arrivata al punto in cui il governo USA dice che "se c’è la copertura dell’ONU tanto meglio, se non c’è fa lo stesso".

Le accuse all’Iraq di avere armi di distruzione di massa, di perseguire il programma nucleare e di proteggere i terroristi di Al Qaeda formulate ieri da Powell, vengono considerate da molti paesi indizi e non prove. Indizi che gli ispettori devono accertare. Kofi Hannan ritiene che la pace sia ancora possibile. Noi con lui.

Le ipotesi di una cacciata di Saddam e della costituzione in Iraq di un protettorato USA ci riportano ai primordi del colonialismo, con buona pace dei principi dell’autodeterminazione e della libertà dei popoli.

Con il nostro governo che è sempre pronto a fiancheggiare gli USA, che dichiara inutile il vertice UE, che con alcuni paesi firma un documento che divide la stessa Europa, che concede agli USA basi e spazi aerei a prescindere dal contesto e dal voto del Parlamento Italiano, c’è poco da scherzare; bisogna solo essere in tanti e metterlo in minoranza nel paese e tra la gente.

Per supportare il movimento della pace, la CGIL lavora attivamente alla grande manifestazione che il 15 febbraio si terrà a Roma e contemporaneamente in moltissime città del mondo. Manifestazione alla quale hanno aderito con un appello unitario SPI, FNP e UILP nazionali.

Come a Bergamo il 18 gennaio, anche il 15 febbraio vedrà lo SPI e la CGIL fortemente impegnati perché la manifestazione riesca bene, perché la Tavola della Pace (alla quale partecipano anche CGIL, CISL e UIL) rinforzi il proprio ruolo di confronto e determinazione unitaria.

Quindi per la Pace "senza se e senza ma". La CGIL è contraria all’intervento militare in Iraq per ragioni di ordine politiche, sociali ed economiche, per ragioni etiche e per ragioni attinenti il ruolo degli organismi sovranazionali. Inoltre occorre confermare che è sempre urgente premere per il cessate il fuoco e inviare una forza di pace per fermare l’atroce spirale di violenza che insanguina la Palestina e Israele.

Non credo che tutto sia già scritto né scontato, dipende anche da noi; potremmo contribuire a cambiare positivamente il corso della storia.

Proviamoci, ne vale la pena.

 

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