Comitato Direttivo Spi 20 ottobre 1999
Introduzione del Segretario Generale
Maurizio Laini
La riunione del nostro Comitato Direttivo arriva in una fase nella
quale si è già molto dibattuto sia sulla finanziaria che sulle diverse ipotesi relative
al modo di affrontare la famosa "gobba" che la curva delle proiezioni dei costi
del sistema presenta a partire dal 2005.
In particolare la discussione si è abbondantemente sviluppata negli
organismi della CGIL e in quelli delle altre confederazioni; è approdata sui giornali
sotto forma di scambi "dialettici" tra CGIL e CISL; autorevoli esponenti del
governo, della Confindustria, della Banca dItalia non hanno risparmiato contributi e
proprie ipotesi sulla materia.
I Direttivi Nazionali e Regionali, della CGIL e dello SPI si sono già
espressi, confermando un giudizio nel complesso positivo sulla manovra e proponendo di
arrivare alla verifica sul sistema previdenziale prevista per il 2001 con unipotesi
di estensione dellormai famosissimo sistema "contributivo pro-rata"; la
CISL è ormai impegnata sul fronte della mobilitazione: ha già del tutto chiuso la
partita della discussione interna bocciando i contenuti della finanziaria (liquidandoli
come intempestivi, insufficienti, non adeguati ai problemi del paese) e restituendo
seccamente al mittente la proposta CGIL di verificare concretamente la praticabilità
dellestensione del sistema contributivo pro-rata.
Lattivo CISL con i delegati lombardi svolto proprio a Bergamo
descrive bene questo passaggio di fase: poche chiacchiere e una sola parola dordine,
quella di "fare movimento"; di promuovere al meglio la giornata di mobilitazione
nazionale unilaterale dellOrganizzazione, denunciando anzi la scarsa autonomia della
CGIL e la sua mai risolta subalternità al quadro politico.
Fazio, Governatore della Banca dItalia, nel frattempo non la
smette di richiedere tagli strutturali al sistema pubblico, pur sostenendo la correttezza
delle misure previste dalla finanziaria; la Confindustria si affanna dal canto suo a
sostenere linsufficienza delle proposte in campo per il ripianamento della
"gobba" e linutilità di una finanziaria che non si dimostrerebbe
coraggiosa perché non incide subito sulle pensioni e non flessibilizza a sufficienza il
mercato del lavoro.
Lattacco alla contrattazione collettiva nazionale di categoria,
reiterato in questi giorni, è il segno che a Confindustria non basta lIRAP, non
basta il ripristino accelerato dei profitti, non bastano sgravi e premi agli investimenti;
lobiettivo non sono né la maggiore occupazione né la presunta possibilità di
nuovi investimenti ma la destrutturazione del sistema di regole contrattuali che
riguardano lavoro e lavoratori.
Se i lamenti di Fazio e della Confindustria muovono nel segno della
routine politica e si collocano al loro solito posto nel dibattito del paese, è
certamente fuori dallo schema tradizionale (anche recentemente convalidato con il patto di
Natale) la lacerazione tra le Confederazioni, lo strappo unitario consumato a partire dal
giugno scorso e giorno per giorno allargato non solo a parole, sui giornali, ma con i
comportamenti quotidiani, con gli sgambetti, le prese di distanze, lassunzione
sempre più concreta di una competizione a tutto campo, non solo organizzativa ma anche
politica.
Sbaglia chi pensa che lo strappo si sia consumato sulla proposta di
estendere il contributivo pro-rata: lo strappo si è consumato prima delle ferie, ad opera
della CISL, con il patto per Milano, firmato senza nessuna volontà di concertazione
unitaria con la CGIL: un accordo separato che ha reso esplicita la volontà di quella
organizzazione di perseguire unilateralmente una propria strategia, per noi tutti
(visti gli esiti del dibattito politico al nostro interno) inaccettabile: flessibilità
dei diritti (non solo delle condizioni contrattuali) per coloro che ancora stanno fuori
del mercato del lavoro e rigidità (oserei dire "corporativa")
nellaffermare che il quadro normativo esistente per coloro che già sono tutelati
non può in nessun caso essere messo in discussione.
In quella fase, prima delle ferie, lOrganizzazione di
DAntoni è passata come un carroarmato sulle resistenze della CGIL; coperta da una
disponibilità almeno del Governo DAlema (almeno per quanto riguardava la
"filosofia" della flessibilità), ha affermato in perfetta armonia con il fronte
dei lamenti Confindustriali che la strategia (la posizione non era del resto nuova) giusta
è la flessibilizzazione delle posizioni contrattuali fino allaccantonamento dei
contratti collettivi di lavoro per le "figure deboli" del mercato del lavoro
(immigrati, giovani in cerca della prima occupazione e disoccupati di lungo periodo).
Lipotesi (scambio?) offerta con successo (almeno in quel primo
periodo precedente alle ferie) da DAntoni è stata la rottura del sistema minimo di
protezione per quelli che non hanno ancora tutele sindacali né rapporti di forza e
lallentamento della tensione attorno agli occupati e alle loro attese contrattuali.
Insomma: si aprisse il tavolo della flessibilità normativa e salariale
e si chiudesse quello previdenziale.
Tutto questo per la CGIL è risultato inaccettabile. Punto.
E chi non si ricorda dellisolamento di Cofferati stretto dal
comune rimprovero di DAlema, Fossa e DAntoni? Chi non si ricorda il Cofferati
"conservatore", la CGIL accusata di immobilismo, di staticità, di essere nemica
del progresso e addirittura delloccupazione? "Fordista" era
linsulto: la CGIL vecchia e "fordista".
Se si aggiunge (non va dimenticato) il giudizio severo che in quelle
settimane fu dato dalla CGIL al DPEF del Governo (mancanza di unorganica politica di
sviluppo, bassa crescita, ingiustificata ipotesi di ridiscussione delle pensioni) si
ricostruisce un quadro che solo qualche mese fa aveva nella CGIL isolata e testarda
l'antagonista insensibile di un quadro politico e sociale in pieno movimento.
Per giunta proprio a Milano, non al sud: proprio in un luogo capace di
rappresentare un modello, aprire una strada, innovare nel profondo nord la concezione del
diritto contrattuale.
La CGIL ha ritenuto inaccettabile, semplicemente e per motivi di
"valore" (addirittura si potrebbe scomodare la parola "ideologia", se
non si temesse di bestemmiare, di questi tempi; va bene anche la parola
"principio") uno scambio basato sulla rottura del valore di solidarietà tra
lavoratori; ha preferito affermare la necessità di non distruggere un sistema
contrattuale basato sullomogeneità delle regole, per giovani e vecchi, per deboli e
forti; sul valore del contratto collettivo di lavoro come fonte di identità e di diritto
per tutti i lavoratori; sullunità dei lavoratori, che davvero è una forza,
piuttosto che sulla loro divisione in sottocategorie, in gruppi, i nuovi lontano dai
vecchi assunti, i giovani lavoratori dagli anziani.
Nessuno, in CGIL, in quella fase, ha definito "subalterna" o
poco "autonoma" la posizione della CISL. Si sono usati argomenti di merito per
sostenere che la firma sotto il patto di Milano era sbagliata, che il diritto dei
lavoratori era indisponibile per la contrattazione anche delloccupazione.
La CGIL ha scontato il proprio isolamento politico, prendendo atto
delle difficoltà ad affermare fino in fondo, nel dibattito e nel paese, la propria
posizione considerata giustamente irrinunciabile.
Cofferati ha difeso strenuamente quel principio e poi ha rilanciato,
utilizzando il medesimo metro delluguaglianza dei diritti: "se ci sarà, a suo
tempo, nel 2001 al tavolo della verifica che lì andrà fatta, un problema di conti; se ci
sarà "gobba", la CGIL propone a CISL e UIL di definire assieme una proposta di
estensione del contributivo pro-rata a quella parte di lavoratori che ancora godono di un
diverso metodo di calcolo. Anzi: per accelerare e generalizzare la costituzione di fondi
complementari, per promuovere ladesione a quelli esistenti, per aiutare i lavoratori
ad adeguare le proprie tutele pensionistiche si può pensare ad uno smobilizzo del TFR a
condizioni vantaggiose per chi lo investa in pensioni".
Questa posizione è una bestemmia? E il tradimento
dellautonomia? Il Direttivo della CGIL aggiunge, per buona misura, che mai la CGIL
si presterà alla firma di accordi separati e dunque che lunica ipotesi percorribile
è la ricerca nel merito di unintesa con CISL e UIL. Cosa che storicamente la CISL
non ha sempre fatto. Dalla scala mobile al patto di Milano.
"Nessun accordo separato" per la CGIL è una parola
dordine assolutamente rispettosa dei percorsi e delle necessità di mediazione
unitarie.
Si corregga unerrata interpretazione che corre in giro: non è la
CGIL a sostenere una battaglia politica per legemonia. Non ne ha bisogno: basterebbe
che la legge sulla rappresentanza (che è urgente perché definisce un quadro di regole
fondamentale per un rapporto democratico con i lavoratori e tra le organizzazioni) fosse
rapidamente approvata e il giudizio di lavoratori e pensionati effettivamente vincolasse i
comportamenti per verificare fino in fondo il grado di consenso per ciascuna
organizzazione.
Per quanto ci riguarda come SPI poi, lipotesi che la CGIL ha
assunto è coerente sia con le nostre riflessioni che con le proposte che da tempo abbiamo
avanzato: la platea dei lavoratori che ancora godono del sistema di calcolo retributivo si
è decisamente assottigliata (molti dal 95 se ne sono andati in pensione e coloro che
avevano meno di 18 anni di contributi già dal 95 hanno per la pensione il calcolo
contributivo); il "gradino" (così è chiamato) che separa lavoratori giovani da
quelli anziani esiste oggi (dal 95) al di là della "gobba" nel grafico della
spesa pensionistica dopo il 2005. Lomogeneità di condizioni non è certo un
disvalore, soprattutto se lestensione del pro-rata è accompagnato da ammortizzatori
anche sul fronte della pensione complementare.
In ogni caso questa proposta è giustamente descritta dalla CGIL come unofferta
alla discussione unitaria e ad una verifica che non avrà date diverse che il 2001: la
CGIL si è dotata di unopzione, di una ipotesi per la soluzione (qualora i numeri
fossero confermati) di un problema di squilibrio finanziario del sistema.
Nel 1995 CGIL CISL UIL fecero giuramenti importanti: i conti previdenziali, una volta
separata lassistenza dalla previdenza vera e propria, sarebbero stati mantenuti in
equilibrio attraverso un rapporto adeguato tra contribuzione e prestazioni;
complessivamente i conti dellINPS e quelli di ciascuna singola posizione avrebbero
risposto ad una logica di pareggio tra contributi versati e prestazioni ottenute o
erogate.
Per questo (anche) ci si convinse come sindacato che il sistema contributivo poteva
essere una soluzione interessante: si convinsero anche i lavoratori (e in particolare
quelli più giovani, sotto i 18 anni di anzianità) che un nuovo sistema di calcolo
accompagnato dallavvio della previdenza complementare co-finanziata con le imprese e
un sistema di pensionamento con incentivi e disincentivi legati alletà anagrafica
avrebbe potuto pareggiare i conti in prospettiva, senza penalizzare eccessivamente i
lavoratori, mantenendo inalterato il valore di un sistema pensionistico universale,
pubblico, obbligatorio, a ripartizione.
Questo infatti era in discussione nel 95: CGIL CISL UIL si impegnarono a
mantenere lequilibrio nei conti del sistema previdenziale, tantè che alcuni
ritocchi furono ancora nel 97 introdotti; si impegnarono infine, e non è da poco,
ad una verifica nel 2001 relativamente al mantenimento di questo equilibrio.
Se ci sarà "gobba" dovrà quindi essere affrontata con una proposta,
DAntoni volente o nolente. Meglio se unitariamente definita. Comunque
unipotesi di rientro dei conti, con qualcuno di nuovo "toccato": un
contributo di solidarietà di tutti i pensionati? La cancellazione definitiva e secca
dellanzianità? Laumento dei contributi o peggio ancora delle tasse (qualcuno
molto furbo pensa di poter distribuire il costo della gobba sulla fiscalità generale,
negando le responsabilità anche politiche che il Sindacato Confederale si è assunto
sullequilibrio del sistema)?
Va detto che anche lipotesi sulla quale ci muoviamo non è priva di sofferenze:
tre milioni di lavoratori, quelli del baby boom, sarebbero di nuovo oggetto di una
penalizzazione; è evidente che alcune categorie, soprattutto quelle che ancora oggi hanno
in questa base di lavoratori il loro principale insediamento, si considerano in grave
difficoltà a reggere il rapporto con questi lavoratori.
Del resto già nel 95 un referendum ha consacrato la scelta del contributivo e
già la gran parte dei lavoratori (tutti i giovani) si riferiscono a questo sistema: si
tratta di lavorare con decisione ed estrema determinazione per velocizzare lavvio
della previdenza complementare, studiando soluzioni adeguate per ammortizzare (TFR, fondi
complementari etc.) le penalizzazioni conseguenti.
La proposta di merito della CGIL, pur scontando alcune sofferenze che
sarebbe inutile nascondere, ci convince: quello che invece, come SPI, ci sembra di dover
ancora rivendicare presso la Confederazione è unattenta valutazione del complesso
delle politiche del welfare: se sulla previdenza ci siamo, non così ci sembra sulle altre
materie dello stato sociale. Servono decise prese di posizione (e di merito) sulla riforma
dellassistenza che rischia di scivolare ancora in avanti nel tempo, sulla chiusura
della questione ammortizzatori sociali, sul riordino di assegni e sussidi previdenziali,
sui redditi di cittadinanza, sulla implementazione del decreto Bindi sulla sanità e via
di questo passo.
Auspichiamo una posizione che affronti in maniera organica le questioni
del welfare, ne ridisegni alla fine le regole e soprattutto ridefinisca la ripartizione
delle risorse correggendo finalmente la composizione della spesa: la correzione dei conti
pensionistici va resa contestuale a nuovi investimenti sul terreno della protezione
sociale, e gli anziani sono particolarmente interessati a questi capitolo della questione.
Infine sembrerebbe il caso anche di rivedere il sistema di adeguamento
delle pensioni e della loro rivalutazione: la proposta di Minelli di ancorare
ladeguamento alletà e tutelare gli anziani attraverso detrazioni fiscali
progressive è di grandissimo interesse e al più presto deve trovare un tavolo di
discussione sindacale e poi istituzionale.
Ma i motivi di polemica tra CGIL e CISL non riguardano solamente il
modo di affrontare la "gobba": la mobilitazione della CISL, la sua denuncia al
paese, riguarda anche la finanziaria e i suoi contenuti, oltre che la presunta scarsa
autonomia della CGIL.
E vediamo allora i contenuti (almeno quelli che ci interessano di più
come Sindacato dei Pensionati e come CGIL) della Finanziaria del Governo DAlema:
- ci sono 1.900 miliardi per lavvio della riforma dellassistenza in Italia (a
correggere unimpostazione del 1890);
- ci sono 10.300 miliardi riduzione delle tasse: labbattimento dellaliquota
del 27% di un punto nel 2000; una manovra fiscale fatta per inquilini in affitto che va
dallaumento delle detrazioni a sostegno di quelli con basso reddito alla riduzione
delle tasse sulla casa; unattenzione fiscale specifica alla presenza nel nucleo
familiare di anziani ed handicappati; la riduzione dellIVA sui servizi alle persone
a domicilio; scende al 10% lIVA in edilizia e viene riconfermata la detrazione
fiscale sulle ristrutturazioni;
- sono rinforzate le misure di sostegno alla maternità e alla famiglia: sale a 3 milioni
lassegno già previsto dal luglio 99 per le madri (cittadine italiane o immigrate)
in condizioni di basso reddito; il contributo di maternità a carico delle aziende scende
dello 0,20% dal luglio 20000;
- sono 42.000 i miliardi previsti per investimenti a favore delloccupazione:
lavoro/formazione/istruzione (5.800 mld), aree depresse, sicurezza (3.000 mld);
- sul fronte delle riduzioni di spesa: cè un 2% di contributo di solidarietà per
le pensioni sopra i 140 milioni; vengono sciolti i fondi speciali di elettrici e
telefonici; per un valore complessivo di 1.000 mld: a) nel pubblico impiego viene esteso
il part-time, introdotto il lavoro interinale, ridotto dell1% il personale in
organico; b) vengono adottate misure di razionalizzazione degli acquisti (sanità) e
contenuti i valori dei trasferimenti agli enti locali attraverso la rinegoziazione del
"patto di stabilità".
Questa finanziaria è una Finanziaria accettabile.
Legge adeguatamente i segnali di ripresa produttiva del paese (ip.
+2,2% del pil nel 2000) e tiene conto del buon andamento delle entrate fiscali così come
avevamo chiesto criticando il DPEF: da unidea di finanziaria fatta solo di tagli di
spesa si è approdati a una finanziaria con 11.000 mld di tagli e 4.000 mld di entrate
extratributarie (vendita di immobili del patrimonio pubblico); i tagli non toccano la
platea di lavoratori e pensionati (salvo verificare la rinegoziazione del patto di
stabilità e la capacità di spesa dei comuni e degli enti locali): è cancellato
qualsiasi accenno alla questione previdenziale e addirittura il Governo accede alla
richiesta dei Sindacati dei Pensionati di accollare alle imprese iscritte (ENEL in
particolare) a fondi speciali lonere di trasferimento allINPS delle posizioni;
si investe per 42.000 mld, si spende per lassistenza, si abbassano le tasse.
Non si riesce a capire come si possano giudicare negativamente i
contenuti, il merito della finanziaria: la direzione dei provvedimenti adottati è giusta,
vicina (per le parti su previdenza, tasse, casa e fisco) alle piattaforme che
unitariamente i Sindacati dei Pensionati hanno in questi anni ripetutamente presentato.
Non si capisce laccusa di subalternità o di scarsa autonomia.
Non si capisce il livore con il quale la CISL affronta i problemi del
proprio isolamento oggi che tocca a questa organizzazione sostenere il peso di un
dibattito con il paese non certo facile: la CISL ha lonere di convincere lavoratori
e pensionati (non il padronato, con il quale qualche sintonia pure conserva) che si poteva
fare di più, o addirittura che le misure sono sbagliate.
Per quanto riguarda la CGIL proprio i mesi passati fanno giustizia di
giudizi scomposti e decisamente strumentali: leditoriale di Sergio Borsi su
LEco di sabato scorso aiuta a capire come sia difficile per la CISL sostenere
posizioni così inutilmente radicali e forzate. Il Direttore de LEco giudica
necessaria una rapida composizione delle posizioni sindacali, perché il paese ha ancora
bisogno della concertazione e del Sindacato Confederale unito per portare il paese alle
mete di sviluppo che stanno di fronte a noi.
E qui la nostra riflessione deve ritornare su considerazioni di fondo
che non possono essere nascoste neppure in un momento di significativa distanza: non
esistono più motivi di carattere ideologico, di carattere politico, di competizione
organizzativa che giustifichino in Italia la presenza di tre Confederazioni Sindacali.
La fine della guerra fredda in Europa, il crollo del muro di Berlino,
le esperienze di concertazione gestite insieme negli anni 90 e laffermarsi di
questo modello che ha grandissimi meriti nellapprodo europeo del nostro paese, la
stessa qualità del quadro politico che in Italia è maturato a seguito delle
straordinarie crisi di carattere istituzionale, economico e sociale a cavallo degli anni
80 e 90 non possono che consigliare al Sindacato di imboccare rapidamente la strada
dellunità: le stesse attuali divisioni nel giudizio sulle proposte da avanzare o
sulle valutazioni da consegnare al governo potrebbero benissimo essere regolate
dialetticamente allinterno di un unico sindacato unitario, pluralista, autonomo,
concertativo, legittimato da regole di verifica del consenso dei lavoratori e da procedure
interne democratiche nellassunzione delle decisioni.
Se questo non cè è solo perché alle resistenze di carattere
organizzativo, quelle che tendono ad esaltare la competizione ma che in realtà puntano a
conservare organigrammi e posizioni di potere, oggi si aggiungono strategie politiche
diverse.
Non sindacali, politiche. Ed è il progetto della CISL di DAntoni
a presentarsi come il piano di chi punta a determinare esiti di quadro politico più che a
difendere il merito dellinteresse di lavoratori e pensionati.
E il disegno di un Sindacato non solo forza sociale, ma forza
politica accanto alle forze politiche; titolare di una propria visione relativamente alle
dinamiche politiche tra partiti; il disegno pansindacale capace di costruire nella
società prima e in Parlamento poi il "grande centro" cattolico, ad egemonia
CISL; la grande CISL.
Non un Sindacato: non, come intende la CGIL, unorganizzazione di
rappresentanza sociale di segmenti del mondo del lavoro, sul terreno contrattuale, delle
tutele e del merito delle scelte di governo anche locale dei processi.
No: un soggetto politico capace di giustapporsi o addirittura di
sostituirsi alle forze politiche proprio in virtù della capacità di rappresentare non
solo il lavoro dipendente, ma la complessità delle articolazioni sociali; per la
capacità di ricomporre in sé, mediante la straordinaria ampiezza delle alleanze,
lintera rappresentanza del sociale; per la capacità e il potere anche di carattere
economico, che deriva dal nuovo business sociale, dei servizi ma anche della
privatizzazione di funzioni fin qui pubbliche.
E, questo disegno, qualcosa di più che la semplice ambizione di
un Segretario Nazionale CISL di proporsi come "politico" di razza capace di
riunire il centro, vincendo là dove hanno fallito Marini e gli altri: è il tentativo di
ricostruire uno scenario di carattere politico più rassicurante, di distinguere tra
"noi" e "gli altri", di proporre in versione moderna una dialettica
già sperimentata, fatta di lunghe teorie sullidentità e cortissimi confronti sul
merito.
E sul nostro territorio questa pianticella pansindacale, consapevoli o
no i protagonisti, rischia di trovare terreno fertilissimo: la fine della Lega Lombarda e
del suo generoso quanto sbagliato tentativo di rivoluzionare il costume amministrativo,
rischia (Comune di Bergamo e Provincia) di riconsegnare le Istituzioni ai medesimi uomini,
alle medesime logiche, allo stesso modo di governare di quella che viene ricordata come la
prima repubblica. Con buona pace dei sentimenti di ripulsa per una gestione del potere
tutta fatta di ammiccamenti, clientele e distribuzione dei posti di sottogoverno.
Ricomporre la diaspora degli uomini della balena bianca, ovunque
(politicamente) si trovino, comunque in un "grande centro" è una prospettiva
abbracciata da molti, qui. E in fondo non può dispiacere al Sindacato, la CISL, che per
molto tempo ha giocato di sponda con quel quadro politico, in quei tempi di indiscutibile
collateralismo ma anche di assoluta egemonia.
Il rischio che si vede su questo territorio è che il vecchio modello
che credevamo di aver battuto si ricomponga pezzo per pezzo: che le accuse rivolte alla
CGIL di subalternità e mancanza di autonomia facciano velo (a Roma come a Bergamo) ad una
pratica, ad un disegno politico tendente ad escludere la CGIL, ad isolarla e ad affermare
un quadro politico nuovo dove il "centro" sia garanzia per la CISL di
protagonismo e centralità.
Non possiamo del resto pensare che non ci sia dibattito, dentro la
CISL, su queste prospettive; che non ci sia una discussione sulla possibilità di
riprendere il cammino unitario fin qui faticosamente percorso e oggi fermo
inesorabilmente.
La Segreteria dello SPI di Bergamo continua a credere nella
possibilità di una ricomposizione politica sui temi aperti tra Confederazioni: anzi,
auspica da subito la ripresa di un dialogo finalizzato alla sintesi delle posizioni.
Confida che dai lavoratori e dai pensionati si vada con una sola posizione che riavvicini
CGIL CISL e UIL ripristinando il metodo del confronto unitario.
Lopzione dello SPI CGIL (anche a Bergamo) è quella di una
ricerca testarda, ostinata, dellunità. Nessun immobilismo di fronte alla
competizione organizzativa che la CISL propone, nessun timore di fronte ad una politica
aggressiva sui servizi e sullorganizzazione e grande, invece, ricerca di
condivisione delle valutazioni politiche, anche sui grandi temi in discussione delle
pensioni e della finanziaria.
Tradotto in impegni per noi è vitale reggere la competizione con la
CISL sul red, sul servizio fiscale, sullISE, sul proselitismo così come è
assolutamente vitale proseguire unitariamente nelle iniziative di negoziazione
territoriale, con i Comuni, con le Case di Riposo, nei confronti degli interlocutori
Istituzionali, sulla sanità.
Tutte le iniziative unitarie in cantiere per noi sono luoghi di
resistenza ad un processo che complessivamente indebolisce i lavoratori e i pensionati,
quello della disunità. Terremo strettamente ferme le nostre opzioni unitarie in materia
di piattaforme, nazionali e locali; in materia di rapporto con i pensionati sul
territorio: stiamo dalla parte della tenuta unitaria e anzi della sperimentazione di forma
più organiche di unità perché crediamo che questo sia per i nostri rappresentati un
valore importante.
Proporremo a CISL e UIL a Bergamo la formulazione di ordini del giorno
unitari agli esecutivi già convocati per il prossimo 3 novembre; proporremo assemblee
unitarie su un documento di sintesi condivisa relativamente a finanziaria e pensioni;
cercheremo il minimo comune denominatore sempre: non ci lasceremo, a Bergamo, trascinare
sul terreno della rissa politica ma rilanceremo sempre. Non abbiamo rinunciato
allunità: una nottata prima o poi ha da finire.