Comitato Direttivo Spi – 20 ottobre 1999
Introduzione del Segretario Generale
Maurizio Laini

 

La riunione del nostro Comitato Direttivo arriva in una fase nella quale si è già molto dibattuto sia sulla finanziaria che sulle diverse ipotesi relative al modo di affrontare la famosa "gobba" che la curva delle proiezioni dei costi del sistema presenta a partire dal 2005.

In particolare la discussione si è abbondantemente sviluppata negli organismi della CGIL e in quelli delle altre confederazioni; è approdata sui giornali sotto forma di scambi "dialettici" tra CGIL e CISL; autorevoli esponenti del governo, della Confindustria, della Banca d’Italia non hanno risparmiato contributi e proprie ipotesi sulla materia.

I Direttivi Nazionali e Regionali, della CGIL e dello SPI si sono già espressi, confermando un giudizio nel complesso positivo sulla manovra e proponendo di arrivare alla verifica sul sistema previdenziale prevista per il 2001 con un’ipotesi di estensione dell’ormai famosissimo sistema "contributivo pro-rata"; la CISL è ormai impegnata sul fronte della mobilitazione: ha già del tutto chiuso la partita della discussione interna bocciando i contenuti della finanziaria (liquidandoli come intempestivi, insufficienti, non adeguati ai problemi del paese) e restituendo seccamente al mittente la proposta CGIL di verificare concretamente la praticabilità dell’estensione del sistema contributivo pro-rata.

L’attivo CISL con i delegati lombardi svolto proprio a Bergamo descrive bene questo passaggio di fase: poche chiacchiere e una sola parola d’ordine, quella di "fare movimento"; di promuovere al meglio la giornata di mobilitazione nazionale unilaterale dell’Organizzazione, denunciando anzi la scarsa autonomia della CGIL e la sua mai risolta subalternità al quadro politico.

Fazio, Governatore della Banca d’Italia, nel frattempo non la smette di richiedere tagli strutturali al sistema pubblico, pur sostenendo la correttezza delle misure previste dalla finanziaria; la Confindustria si affanna dal canto suo a sostenere l’insufficienza delle proposte in campo per il ripianamento della "gobba" e l’inutilità di una finanziaria che non si dimostrerebbe coraggiosa perché non incide subito sulle pensioni e non flessibilizza a sufficienza il mercato del lavoro.

L’attacco alla contrattazione collettiva nazionale di categoria, reiterato in questi giorni, è il segno che a Confindustria non basta l’IRAP, non basta il ripristino accelerato dei profitti, non bastano sgravi e premi agli investimenti; l’obiettivo non sono né la maggiore occupazione né la presunta possibilità di nuovi investimenti ma la destrutturazione del sistema di regole contrattuali che riguardano lavoro e lavoratori.

Se i lamenti di Fazio e della Confindustria muovono nel segno della routine politica e si collocano al loro solito posto nel dibattito del paese, è certamente fuori dallo schema tradizionale (anche recentemente convalidato con il patto di Natale) la lacerazione tra le Confederazioni, lo strappo unitario consumato a partire dal giugno scorso e giorno per giorno allargato non solo a parole, sui giornali, ma con i comportamenti quotidiani, con gli sgambetti, le prese di distanze, l’assunzione sempre più concreta di una competizione a tutto campo, non solo organizzativa ma anche politica.

Sbaglia chi pensa che lo strappo si sia consumato sulla proposta di estendere il contributivo pro-rata: lo strappo si è consumato prima delle ferie, ad opera della CISL, con il patto per Milano, firmato senza nessuna volontà di concertazione unitaria con la CGIL: un accordo separato che ha reso esplicita la volontà di quella organizzazione di perseguire unilateralmente una propria strategia, per noi tutti (visti gli esiti del dibattito politico al nostro interno) inaccettabile: flessibilità dei diritti (non solo delle condizioni contrattuali) per coloro che ancora stanno fuori del mercato del lavoro e rigidità (oserei dire "corporativa") nell’affermare che il quadro normativo esistente per coloro che già sono tutelati non può in nessun caso essere messo in discussione.

In quella fase, prima delle ferie, l’Organizzazione di D’Antoni è passata come un carroarmato sulle resistenze della CGIL; coperta da una disponibilità almeno del Governo D’Alema (almeno per quanto riguardava la "filosofia" della flessibilità), ha affermato in perfetta armonia con il fronte dei lamenti Confindustriali che la strategia (la posizione non era del resto nuova) giusta è la flessibilizzazione delle posizioni contrattuali fino all’accantonamento dei contratti collettivi di lavoro per le "figure deboli" del mercato del lavoro (immigrati, giovani in cerca della prima occupazione e disoccupati di lungo periodo).

L’ipotesi (scambio?) offerta con successo (almeno in quel primo periodo precedente alle ferie) da D’Antoni è stata la rottura del sistema minimo di protezione per quelli che non hanno ancora tutele sindacali né rapporti di forza e l’allentamento della tensione attorno agli occupati e alle loro attese contrattuali.

Insomma: si aprisse il tavolo della flessibilità normativa e salariale e si chiudesse quello previdenziale.

Tutto questo per la CGIL è risultato inaccettabile. Punto.

E chi non si ricorda dell’isolamento di Cofferati stretto dal comune rimprovero di D’Alema, Fossa e D’Antoni? Chi non si ricorda il Cofferati "conservatore", la CGIL accusata di immobilismo, di staticità, di essere nemica del progresso e addirittura dell’occupazione? "Fordista" era l’insulto: la CGIL vecchia e "fordista".

Se si aggiunge (non va dimenticato) il giudizio severo che in quelle settimane fu dato dalla CGIL al DPEF del Governo (mancanza di un’organica politica di sviluppo, bassa crescita, ingiustificata ipotesi di ridiscussione delle pensioni) si ricostruisce un quadro che solo qualche mese fa aveva nella CGIL isolata e testarda l'antagonista insensibile di un quadro politico e sociale in pieno movimento.

Per giunta proprio a Milano, non al sud: proprio in un luogo capace di rappresentare un modello, aprire una strada, innovare nel profondo nord la concezione del diritto contrattuale.

La CGIL ha ritenuto inaccettabile, semplicemente e per motivi di "valore" (addirittura si potrebbe scomodare la parola "ideologia", se non si temesse di bestemmiare, di questi tempi; va bene anche la parola "principio") uno scambio basato sulla rottura del valore di solidarietà tra lavoratori; ha preferito affermare la necessità di non distruggere un sistema contrattuale basato sull’omogeneità delle regole, per giovani e vecchi, per deboli e forti; sul valore del contratto collettivo di lavoro come fonte di identità e di diritto per tutti i lavoratori; sull’unità dei lavoratori, che davvero è una forza, piuttosto che sulla loro divisione in sottocategorie, in gruppi, i nuovi lontano dai vecchi assunti, i giovani lavoratori dagli anziani.

Nessuno, in CGIL, in quella fase, ha definito "subalterna" o poco "autonoma" la posizione della CISL. Si sono usati argomenti di merito per sostenere che la firma sotto il patto di Milano era sbagliata, che il diritto dei lavoratori era indisponibile per la contrattazione anche dell’occupazione.

La CGIL ha scontato il proprio isolamento politico, prendendo atto delle difficoltà ad affermare fino in fondo, nel dibattito e nel paese, la propria posizione considerata giustamente irrinunciabile.

Cofferati ha difeso strenuamente quel principio e poi ha rilanciato, utilizzando il medesimo metro dell’uguaglianza dei diritti: "se ci sarà, a suo tempo, nel 2001 al tavolo della verifica che lì andrà fatta, un problema di conti; se ci sarà "gobba", la CGIL propone a CISL e UIL di definire assieme una proposta di estensione del contributivo pro-rata a quella parte di lavoratori che ancora godono di un diverso metodo di calcolo. Anzi: per accelerare e generalizzare la costituzione di fondi complementari, per promuovere l’adesione a quelli esistenti, per aiutare i lavoratori ad adeguare le proprie tutele pensionistiche si può pensare ad uno smobilizzo del TFR a condizioni vantaggiose per chi lo investa in pensioni".

Questa posizione è una bestemmia? E’ il tradimento dell’autonomia? Il Direttivo della CGIL aggiunge, per buona misura, che mai la CGIL si presterà alla firma di accordi separati e dunque che l’unica ipotesi percorribile è la ricerca nel merito di un’intesa con CISL e UIL. Cosa che storicamente la CISL non ha sempre fatto. Dalla scala mobile al patto di Milano.

"Nessun accordo separato" per la CGIL è una parola d’ordine assolutamente rispettosa dei percorsi e delle necessità di mediazione unitarie.

Si corregga un’errata interpretazione che corre in giro: non è la CGIL a sostenere una battaglia politica per l’egemonia. Non ne ha bisogno: basterebbe che la legge sulla rappresentanza (che è urgente perché definisce un quadro di regole fondamentale per un rapporto democratico con i lavoratori e tra le organizzazioni) fosse rapidamente approvata e il giudizio di lavoratori e pensionati effettivamente vincolasse i comportamenti per verificare fino in fondo il grado di consenso per ciascuna organizzazione.

Per quanto ci riguarda come SPI poi, l’ipotesi che la CGIL ha assunto è coerente sia con le nostre riflessioni che con le proposte che da tempo abbiamo avanzato: la platea dei lavoratori che ancora godono del sistema di calcolo retributivo si è decisamente assottigliata (molti dal 95 se ne sono andati in pensione e coloro che avevano meno di 18 anni di contributi già dal ’95 hanno per la pensione il calcolo contributivo); il "gradino" (così è chiamato) che separa lavoratori giovani da quelli anziani esiste oggi (dal 95) al di là della "gobba" nel grafico della spesa pensionistica dopo il 2005. L’omogeneità di condizioni non è certo un disvalore, soprattutto se l’estensione del pro-rata è accompagnato da ammortizzatori anche sul fronte della pensione complementare.

In ogni caso questa proposta è giustamente descritta dalla CGIL come un’offerta alla discussione unitaria e ad una verifica che non avrà date diverse che il 2001: la CGIL si è dotata di un’opzione, di una ipotesi per la soluzione (qualora i numeri fossero confermati) di un problema di squilibrio finanziario del sistema.

Nel 1995 CGIL CISL UIL fecero giuramenti importanti: i conti previdenziali, una volta separata l’assistenza dalla previdenza vera e propria, sarebbero stati mantenuti in equilibrio attraverso un rapporto adeguato tra contribuzione e prestazioni; complessivamente i conti dell’INPS e quelli di ciascuna singola posizione avrebbero risposto ad una logica di pareggio tra contributi versati e prestazioni ottenute o erogate.

Per questo (anche) ci si convinse come sindacato che il sistema contributivo poteva essere una soluzione interessante: si convinsero anche i lavoratori (e in particolare quelli più giovani, sotto i 18 anni di anzianità) che un nuovo sistema di calcolo accompagnato dall’avvio della previdenza complementare co-finanziata con le imprese e un sistema di pensionamento con incentivi e disincentivi legati all’età anagrafica avrebbe potuto pareggiare i conti in prospettiva, senza penalizzare eccessivamente i lavoratori, mantenendo inalterato il valore di un sistema pensionistico universale, pubblico, obbligatorio, a ripartizione.

Questo infatti era in discussione nel ’95: CGIL CISL UIL si impegnarono a mantenere l’equilibrio nei conti del sistema previdenziale, tant’è che alcuni ritocchi furono ancora nel ’97 introdotti; si impegnarono infine, e non è da poco, ad una verifica nel 2001 relativamente al mantenimento di questo equilibrio.

Se ci sarà "gobba" dovrà quindi essere affrontata con una proposta, D’Antoni volente o nolente. Meglio se unitariamente definita. Comunque un’ipotesi di rientro dei conti, con qualcuno di nuovo "toccato": un contributo di solidarietà di tutti i pensionati? La cancellazione definitiva e secca dell’anzianità? L’aumento dei contributi o peggio ancora delle tasse (qualcuno molto furbo pensa di poter distribuire il costo della gobba sulla fiscalità generale, negando le responsabilità anche politiche che il Sindacato Confederale si è assunto sull’equilibrio del sistema)?

Va detto che anche l’ipotesi sulla quale ci muoviamo non è priva di sofferenze: tre milioni di lavoratori, quelli del baby boom, sarebbero di nuovo oggetto di una penalizzazione; è evidente che alcune categorie, soprattutto quelle che ancora oggi hanno in questa base di lavoratori il loro principale insediamento, si considerano in grave difficoltà a reggere il rapporto con questi lavoratori.

Del resto già nel ’95 un referendum ha consacrato la scelta del contributivo e già la gran parte dei lavoratori (tutti i giovani) si riferiscono a questo sistema: si tratta di lavorare con decisione ed estrema determinazione per velocizzare l’avvio della previdenza complementare, studiando soluzioni adeguate per ammortizzare (TFR, fondi complementari etc.) le penalizzazioni conseguenti.

La proposta di merito della CGIL, pur scontando alcune sofferenze che sarebbe inutile nascondere, ci convince: quello che invece, come SPI, ci sembra di dover ancora rivendicare presso la Confederazione è un’attenta valutazione del complesso delle politiche del welfare: se sulla previdenza ci siamo, non così ci sembra sulle altre materie dello stato sociale. Servono decise prese di posizione (e di merito) sulla riforma dell’assistenza che rischia di scivolare ancora in avanti nel tempo, sulla chiusura della questione ammortizzatori sociali, sul riordino di assegni e sussidi previdenziali, sui redditi di cittadinanza, sulla implementazione del decreto Bindi sulla sanità e via di questo passo.

Auspichiamo una posizione che affronti in maniera organica le questioni del welfare, ne ridisegni alla fine le regole e soprattutto ridefinisca la ripartizione delle risorse correggendo finalmente la composizione della spesa: la correzione dei conti pensionistici va resa contestuale a nuovi investimenti sul terreno della protezione sociale, e gli anziani sono particolarmente interessati a questi capitolo della questione.

Infine sembrerebbe il caso anche di rivedere il sistema di adeguamento delle pensioni e della loro rivalutazione: la proposta di Minelli di ancorare l’adeguamento all’età e tutelare gli anziani attraverso detrazioni fiscali progressive è di grandissimo interesse e al più presto deve trovare un tavolo di discussione sindacale e poi istituzionale.

Ma i motivi di polemica tra CGIL e CISL non riguardano solamente il modo di affrontare la "gobba": la mobilitazione della CISL, la sua denuncia al paese, riguarda anche la finanziaria e i suoi contenuti, oltre che la presunta scarsa autonomia della CGIL.

E vediamo allora i contenuti (almeno quelli che ci interessano di più come Sindacato dei Pensionati e come CGIL) della Finanziaria del Governo D’Alema:

  1. ci sono 1.900 miliardi per l’avvio della riforma dell’assistenza in Italia (a correggere un’impostazione del 1890);
  2. ci sono 10.300 miliardi riduzione delle tasse: l’abbattimento dell’aliquota del 27% di un punto nel 2000; una manovra fiscale fatta per inquilini in affitto che va dall’aumento delle detrazioni a sostegno di quelli con basso reddito alla riduzione delle tasse sulla casa; un’attenzione fiscale specifica alla presenza nel nucleo familiare di anziani ed handicappati; la riduzione dell’IVA sui servizi alle persone a domicilio; scende al 10% l’IVA in edilizia e viene riconfermata la detrazione fiscale sulle ristrutturazioni;
  3. sono rinforzate le misure di sostegno alla maternità e alla famiglia: sale a 3 milioni l’assegno già previsto dal luglio 99 per le madri (cittadine italiane o immigrate) in condizioni di basso reddito; il contributo di maternità a carico delle aziende scende dello 0,20% dal luglio 20000;
  4. sono 42.000 i miliardi previsti per investimenti a favore dell’occupazione: lavoro/formazione/istruzione (5.800 mld), aree depresse, sicurezza (3.000 mld);
  5. sul fronte delle riduzioni di spesa: c’è un 2% di contributo di solidarietà per le pensioni sopra i 140 milioni; vengono sciolti i fondi speciali di elettrici e telefonici; per un valore complessivo di 1.000 mld: a) nel pubblico impiego viene esteso il part-time, introdotto il lavoro interinale, ridotto dell’1% il personale in organico; b) vengono adottate misure di razionalizzazione degli acquisti (sanità) e contenuti i valori dei trasferimenti agli enti locali attraverso la rinegoziazione del "patto di stabilità".

Questa finanziaria è una Finanziaria accettabile.

Legge adeguatamente i segnali di ripresa produttiva del paese (ip. +2,2% del pil nel 2000) e tiene conto del buon andamento delle entrate fiscali così come avevamo chiesto criticando il DPEF: da un’idea di finanziaria fatta solo di tagli di spesa si è approdati a una finanziaria con 11.000 mld di tagli e 4.000 mld di entrate extratributarie (vendita di immobili del patrimonio pubblico); i tagli non toccano la platea di lavoratori e pensionati (salvo verificare la rinegoziazione del patto di stabilità e la capacità di spesa dei comuni e degli enti locali): è cancellato qualsiasi accenno alla questione previdenziale e addirittura il Governo accede alla richiesta dei Sindacati dei Pensionati di accollare alle imprese iscritte (ENEL in particolare) a fondi speciali l’onere di trasferimento all’INPS delle posizioni; si investe per 42.000 mld, si spende per l’assistenza, si abbassano le tasse.

Non si riesce a capire come si possano giudicare negativamente i contenuti, il merito della finanziaria: la direzione dei provvedimenti adottati è giusta, vicina (per le parti su previdenza, tasse, casa e fisco) alle piattaforme che unitariamente i Sindacati dei Pensionati hanno in questi anni ripetutamente presentato.

Non si capisce l’accusa di subalternità o di scarsa autonomia.

Non si capisce il livore con il quale la CISL affronta i problemi del proprio isolamento oggi che tocca a questa organizzazione sostenere il peso di un dibattito con il paese non certo facile: la CISL ha l’onere di convincere lavoratori e pensionati (non il padronato, con il quale qualche sintonia pure conserva) che si poteva fare di più, o addirittura che le misure sono sbagliate.

Per quanto riguarda la CGIL proprio i mesi passati fanno giustizia di giudizi scomposti e decisamente strumentali: l’editoriale di Sergio Borsi su L’Eco di sabato scorso aiuta a capire come sia difficile per la CISL sostenere posizioni così inutilmente radicali e forzate. Il Direttore de L’Eco giudica necessaria una rapida composizione delle posizioni sindacali, perché il paese ha ancora bisogno della concertazione e del Sindacato Confederale unito per portare il paese alle mete di sviluppo che stanno di fronte a noi.

E qui la nostra riflessione deve ritornare su considerazioni di fondo che non possono essere nascoste neppure in un momento di significativa distanza: non esistono più motivi di carattere ideologico, di carattere politico, di competizione organizzativa che giustifichino in Italia la presenza di tre Confederazioni Sindacali.

La fine della guerra fredda in Europa, il crollo del muro di Berlino, le esperienze di concertazione gestite insieme negli anni ’90 e l’affermarsi di questo modello che ha grandissimi meriti nell’approdo europeo del nostro paese, la stessa qualità del quadro politico che in Italia è maturato a seguito delle straordinarie crisi di carattere istituzionale, economico e sociale a cavallo degli anni 80 e 90 non possono che consigliare al Sindacato di imboccare rapidamente la strada dell’unità: le stesse attuali divisioni nel giudizio sulle proposte da avanzare o sulle valutazioni da consegnare al governo potrebbero benissimo essere regolate dialetticamente all’interno di un unico sindacato unitario, pluralista, autonomo, concertativo, legittimato da regole di verifica del consenso dei lavoratori e da procedure interne democratiche nell’assunzione delle decisioni.

Se questo non c’è è solo perché alle resistenze di carattere organizzativo, quelle che tendono ad esaltare la competizione ma che in realtà puntano a conservare organigrammi e posizioni di potere, oggi si aggiungono strategie politiche diverse.

Non sindacali, politiche. Ed è il progetto della CISL di D’Antoni a presentarsi come il piano di chi punta a determinare esiti di quadro politico più che a difendere il merito dell’interesse di lavoratori e pensionati.

E’ il disegno di un Sindacato non solo forza sociale, ma forza politica accanto alle forze politiche; titolare di una propria visione relativamente alle dinamiche politiche tra partiti; il disegno pansindacale capace di costruire nella società prima e in Parlamento poi il "grande centro" cattolico, ad egemonia CISL; la grande CISL.

Non un Sindacato: non, come intende la CGIL, un’organizzazione di rappresentanza sociale di segmenti del mondo del lavoro, sul terreno contrattuale, delle tutele e del merito delle scelte di governo anche locale dei processi.

No: un soggetto politico capace di giustapporsi o addirittura di sostituirsi alle forze politiche proprio in virtù della capacità di rappresentare non solo il lavoro dipendente, ma la complessità delle articolazioni sociali; per la capacità di ricomporre in sé, mediante la straordinaria ampiezza delle alleanze, l’intera rappresentanza del sociale; per la capacità e il potere anche di carattere economico, che deriva dal nuovo business sociale, dei servizi ma anche della privatizzazione di funzioni fin qui pubbliche.

E’, questo disegno, qualcosa di più che la semplice ambizione di un Segretario Nazionale CISL di proporsi come "politico" di razza capace di riunire il centro, vincendo là dove hanno fallito Marini e gli altri: è il tentativo di ricostruire uno scenario di carattere politico più rassicurante, di distinguere tra "noi" e "gli altri", di proporre in versione moderna una dialettica già sperimentata, fatta di lunghe teorie sull’identità e cortissimi confronti sul merito.

E sul nostro territorio questa pianticella pansindacale, consapevoli o no i protagonisti, rischia di trovare terreno fertilissimo: la fine della Lega Lombarda e del suo generoso quanto sbagliato tentativo di rivoluzionare il costume amministrativo, rischia (Comune di Bergamo e Provincia) di riconsegnare le Istituzioni ai medesimi uomini, alle medesime logiche, allo stesso modo di governare di quella che viene ricordata come la prima repubblica. Con buona pace dei sentimenti di ripulsa per una gestione del potere tutta fatta di ammiccamenti, clientele e distribuzione dei posti di sottogoverno.

Ricomporre la diaspora degli uomini della balena bianca, ovunque (politicamente) si trovino, comunque in un "grande centro" è una prospettiva abbracciata da molti, qui. E in fondo non può dispiacere al Sindacato, la CISL, che per molto tempo ha giocato di sponda con quel quadro politico, in quei tempi di indiscutibile collateralismo ma anche di assoluta egemonia.

Il rischio che si vede su questo territorio è che il vecchio modello che credevamo di aver battuto si ricomponga pezzo per pezzo: che le accuse rivolte alla CGIL di subalternità e mancanza di autonomia facciano velo (a Roma come a Bergamo) ad una pratica, ad un disegno politico tendente ad escludere la CGIL, ad isolarla e ad affermare un quadro politico nuovo dove il "centro" sia garanzia per la CISL di protagonismo e centralità.

Non possiamo del resto pensare che non ci sia dibattito, dentro la CISL, su queste prospettive; che non ci sia una discussione sulla possibilità di riprendere il cammino unitario fin qui faticosamente percorso e oggi fermo inesorabilmente.

La Segreteria dello SPI di Bergamo continua a credere nella possibilità di una ricomposizione politica sui temi aperti tra Confederazioni: anzi, auspica da subito la ripresa di un dialogo finalizzato alla sintesi delle posizioni. Confida che dai lavoratori e dai pensionati si vada con una sola posizione che riavvicini CGIL CISL e UIL ripristinando il metodo del confronto unitario.

L’opzione dello SPI CGIL (anche a Bergamo) è quella di una ricerca testarda, ostinata, dell’unità. Nessun immobilismo di fronte alla competizione organizzativa che la CISL propone, nessun timore di fronte ad una politica aggressiva sui servizi e sull’organizzazione e grande, invece, ricerca di condivisione delle valutazioni politiche, anche sui grandi temi in discussione delle pensioni e della finanziaria.

Tradotto in impegni per noi è vitale reggere la competizione con la CISL sul red, sul servizio fiscale, sull’ISE, sul proselitismo così come è assolutamente vitale proseguire unitariamente nelle iniziative di negoziazione territoriale, con i Comuni, con le Case di Riposo, nei confronti degli interlocutori Istituzionali, sulla sanità.

Tutte le iniziative unitarie in cantiere per noi sono luoghi di resistenza ad un processo che complessivamente indebolisce i lavoratori e i pensionati, quello della disunità. Terremo strettamente ferme le nostre opzioni unitarie in materia di piattaforme, nazionali e locali; in materia di rapporto con i pensionati sul territorio: stiamo dalla parte della tenuta unitaria e anzi della sperimentazione di forma più organiche di unità perché crediamo che questo sia per i nostri rappresentati un valore importante.

Proporremo a CISL e UIL a Bergamo la formulazione di ordini del giorno unitari agli esecutivi già convocati per il prossimo 3 novembre; proporremo assemblee unitarie su un documento di sintesi condivisa relativamente a finanziaria e pensioni; cercheremo il minimo comune denominatore sempre: non ci lasceremo, a Bergamo, trascinare sul terreno della rissa politica ma rilanceremo sempre. Non abbiamo rinunciato all’unità: una nottata prima o poi ha da finire.

 

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