Introduzione al Direttivo Spi
del 14 gennaio 1999

FINANZIARIA 99

Già nella ultima riunione di questo Direttivo abbiamo accennato ai contenuti della legge finanziaria allora in discussione e oggi definitivamente approvata dal Parlamento: avevamo concluso i nostri lavori con un apprezzamento sostanziale della manovra così come si veniva delineando sia per le soluzioni che specificamente riguardavano la materia previdenziale e pensionistica sia più in generale per i contenuti di svolta che la finanziaria riusciva a farci intravedere in materia di stato sociale, di sostegno alle famiglie, di interventi a favore dell’occupazione e del rilancio dell’economia nel nostro paese.

La legge finanziaria 1999 è apprezzabile perché usa una "mano leggera" nel governo dello sbilancio dello stato (i lavoratori e i pensionati hanno in questi ultimi anni duramente pagato per il conseguimento di obiettivi comuni al paese) ma soprattutto perché (con qualche timidezza) si ripromette di conseguire due risultati: consolidare gli indicatori (secondo la logica e i vincoli del patto di stabilità) che faticosamente sono stati aggiustati con la rincorsa all’Europa e introdurre alcuni segnali che chiaramente attestino la volontà dell’esecutivo di attenuare progressivamente e gradualmente la pressione fiscale.

Su questo secondo terreno rappresentano una svolta politica (certamente non decisiva dal punto di vista delle risorse impegnate), un cambio di rotta, un’inversione nella qualità delle politiche alcuni elementi che ormai tutti abbiamo dato per scontati nel nostro dibattito ma che vanno in qualche modo ricordati:

la restituzione parziale dell’eurotassa (sembrava irreversibile la rincorsa all’aumento della pressione fiscale finalizzata al ridimensionamento del debito e quindi impossibile pensare ad un sistema fiscale riformato e meno pesante),
il ridimensionamento dei tikets (sembrava in Italia che non ci fosse fine all’incremento nell’utilizzo di questo strumento che invece viene timidamente messo in discussione),
il sostegno alla maternità con l’introduzione dell’assegno (due poi trecentomila lire dal 2000) per le madri non coperte dalla previdenza e l’assegno (duecentomila lire) per le famiglie a basso reddito con tre figli minori;
l’aumento (centomila lire) delle pensioni sociali e degli assegni sociali 8sembrava che poveri in questo paese non esistessero più e "assistenza" fosse una brutta parola, da tacere, al cospetto di problemi come i parametri, l’unificazione della moneta, il disavanzo dello stato….).
Infine meriterebbe un capitolo a sé la questione dell’assegno per i libri, quel "buono libro" escogitato come modo per superare gli scogli anche costituzionali del sostegno alla scuola non statale: messo come è messo in finanziaria si inserisce invece in un capitolo che (senza nascondersi la valenza del provvedimento) viene incontro alle famiglie meno abbienti (sarà il riccometro a stabilire tra le famiglie quali – utenti della scuola pubblica o non statale – avranno diritto al "buono libro").

Una finanziaria in sostanza molto attenta alle compatibilità europee e proiettata a dimostrare che sul terreno sociale si può finalmente riaprire una discussione che abbia contenuti anche economici.

Sul terreno degli investimenti, dell’occupazione, dello sviluppo probabilmente lo sforzo di questa finanziaria (che pure va decisamente coniugato – e in questo modo si ritrova un senso pieno – con i contenuti del patto di Natale, del patto per il lavoro) avrebbe potuto essere più incisivo: il prodotto interno lordo si prevede crescerà nel ’99 del 1,5%, un valore tra i più bassi in Europa, dopo che nel ’98 la crescita inizialmente prevista del 2,5% si è attestata sul 1,5%. Un valore decisamente basso, non in grado di assicurare una ripresa spontanea dell’occupazione: per il lavoro la finanziaria apre degli spiragli ma decisamente solo se la leggiamo insieme al patto si può recuperare un poco di ottimismo.

LA PIATTAFORMA SPI ‘99

In questo quadro lo SPI e i Sindacati Confederali dei pensionati si accingono a ripartire con la propria contrattazione nazionale, con la piattaforma ’99; già il prossimo 27 gennaio a Roma (direttivo Nazionale) e il 28 e 29 a Milano (direttivo Regionale) si affronteranno i temi della nuova stagione di confronto con il Governo.

Per quanto riguarda la Segreteria dello SPI di Bergamo la nostra discussione va in questa direzione:

  1. la piattaforma ha bisogno di essere conosciuta e discussa non solo negli organismi ma tra la nostra gente sui territori; non si può pensare ad una contrattazione tutta esaurita nell’ambito delle stanza romane ma, se contrattazione deve essere, questa operazione va legittimata con passaggi se non di democrazia piena almeno di coinvolgimento e di confronto unitario dei pensionati e delle pensionate. Ci sembra tra l’altro di aver sostenuto questa tesi anche nella gestione delle nostre piccole piattaforme territoriali o comunali: a maggior ragione la legittimazione ad un sindacato che contratta va ricercata nel coinvolgimento e nel consenso;
  2. la piattaforma del ’99 ha bisogno di un respiro significativo: il quadro delle cose che sono in movimento (lo vediamo sul nostro territorio, lo tocchiamo nella parte sociale delle finanziaria) è tale per cui non possiamo limitarci ad estrarre dal cilindro una piattaforma che sia l’elenco delle piccole o medie code rimaste sul terreno dalle precedenti contrattazioni. E’ ora, per noi, di rivendicare una coerenza piena tra la nostra attività territoriale e la contrattazione nazionale; pensiamo sia utile affrontare in maniera organica tre grandi questioni: sanità, assistenza e previdenza.
  3.  

  4. In particolare sull’assistenza va sviluppata un’iniziativa di grande respiro: si sta ridiscutendo la legge quadro sulla quale (circa 80.000 mld/anno) si scaricano resistenze e freni rappresentati interessi consolidati e che invece avrebbe una grandissima portata innovativa: in termini di modello del welfare (attribuzione delle competenze e delle responsabilità ai comuni e ai territori, coinvolgimento strutturale del privato sociale, sostituzione della politica degli assegno con quella dei servizi…..) e di equità (introduzioni di elementi obiettivi di valutazione dello stato di bisogno, copertura di nuove forme di povertà non tradizionali….).

Non mancheremo di rappresentare negli organismi regionali e nazionali la nostra opzione a favore di un sindacato che anche nel suo livello nazionale colga la portata di un intervento complessivo sui problemi di qualità della vita della pensionata e del pensionato e calchi il palcoscenico della rappresentanza attraverso una contrattazione a tutto campo legittimata dal consenso.

Aperto con qualche problema è il tema della coerenza tra i contenuti del patto per il lavoro e le politiche di tipo previdenziale e pensionistico: si tratta di coniugare la politica dei redditi (di tutti i redditi, quindi anche delle pensioni) con la attualità dei problemi di recupero del potere d’acquisto delle pensioni che oggi è totale per due volte la minima, parziale fino ad un certo importo poi nullo. La riforma Dini del resto ipotizzava un adeguamento delle pensioni in base all’andamento del prodotto interno lordo: questa ipotesi non è mai stata praticata ed è forse il caso di valutare (dati anche i maggiori margini di manovra conseguiti anche attraverso il sacrificio di pensionati e lavoratori) le modalità di un avvio della sua applicazione.

IL PATTO PER IL LAVORO

Intanto va detto che il Patto per il lavoro costituisce (se si può dire) il prolungamento della finanziaria, la sua espansione sul terreno dello sviluppo, dell’occupazione, del lavoro e della formazione.

Il patto per il lavoro va letto nella duplice veste di un definitivo (almeno fino al 2003) consolidamento del sistema delle relazioni sindacali in Italia secondo una logica che dal 93 ad oggi si è dimostrata vincente per il paese e per i lavoratori e la descrizione di un quadro organico di interventi a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione.

Sul piano delle relazioni sindacali mi sembra che il paese abbia dato per una volta prova di grande buon senso: dopo aver a lungo cincischiato pasticciando proposte sui livelli contrattuali (la CISL inventando di sana pianta il contratto territoriale, la Confindustria insistendo sui riferimenti europei per tagliare strumentalmente un livello contrattuale e ridurre non solo il costo del lavoro ma anche i salari) l’ipotesi della CGIL, per un periodo sostenuta in totale isolamento, è stata assunta in toto: confermiamo l’accordo del 23 di luglio, senza inventare null’altro, perché quell’accordo ha dato prova di produrre un governo positivo dell’economia e ha innescato un circolo virtuoso insperato nel 93; perché (bene o male) ha prodotto una tutela delle pensioni e dei salari che ( se non fosse stata in qualche modo ridimensionata dal trend delle tariffe e dal progressivo inasprirsi della pressione fiscale – stangate, stangatine, stangatone - ) sarebbe ancor più evidente ai più.

Sul versante degli elementi di quadro a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione direi che tre capitoli sono fondamentali per cogliere la portata anche innovativa del protocollo: quello relativo alla formazione, quello sulla riduzione del costo del lavoro e dell’accorpamento delle incentivazioni alle nuove imprese, quello dell’impegno alla progressiva riduzione della pressione fiscale (sullo scaglione d’aliquota del 27%, di due punti).

Su questi temi mi sembra che (lo vediamo subito entrando nel merito del testo) il Governo assuma impegni politici di grande significato: intanto scelga questa ipotesi di promozione del lavoro rispetto alle altre che pure erano circolate e che la CGIL aveva vivacemente combattuto (le gabbie salariali, l’ulteriore flessibilizzazione del collocamento e del mercato del lavoro) ma poi che segnali la propria disponibilità a proseguire sulla direzione di marcia tracciata con la finanziaria e di segno nettamente opposto alle ricette sin qui di necessità adottate: dal prelievo per l’Europa alla restituzione di quote fiscali; dal condono alla restituzione del recupero concreto (10.000 mld nel 98) dell’evasione fiscale; dal carico sul costo del lavoro di pezi addirittura del sistema assistenziale, allo scorporo e al trasferimento alla fiscalità generale di voci improprie da finanziarsi con i proventi di una politica di rigore e di trasparenza.

Ma vediamo concretamente i punti principali del testo del patto per il lavoro.

LE VALUTAZIONI FINALI

  1. Consolidare il quadro di regole contrattuali confermando il protocollo del 23 luglio è stata un’operazione di grande buon senso politico: l’Italia ha prodotto un modello una volta tanto vincente, lo propone come contributo all’Europa orgogliosamente; il Sindacato ha contribuito in questo paese a conseguire risultati ritenuti dai partners impossibili e lo ha fatto tutelando l’equità dei prezzi che i cittadini tutti per conseguire quest’obiettivo hanno pagato.
  2. Gran parte degli impegni assunti dalle parti nel patto per il lavoro gravano sulle spalle del Governo: ci sarà bisogno di un esecutivo forte, solidale, effettivamente capace per mantenere impegni gravosi e giusti, assunti nel solco di un dibattito che per prima la CGIL ha svolto ma non per questo più facili a conseguirsi. Probabilmente D’Alema ha sbagliato tempi e modi per intervenire sul futuro della contrattazione: sarebbe stato più produttivo un esercizio di determinazione e di concretezza sulle politiche che di questo patto per il lavoro costituiscono l’ossatura per l’occupazione e lo sviluppo.
  3. Questo significa che l’attenzione dei pensionati e soprattutto dei lavoratori attivi deve rimanere alta: senza i provvedimenti descritti nel patto per il lavoro (e con un piano per il lavoro – quello dei lavori socialmente utili di Prodi- bocciato perché "assistenziale" dai partners europei) non ci si chioda da una percentuale di disoccupati così terribilmente alta soprattutto al sud.
  4. Del resto il Governo deve fare ancora di più: il patto per il lavoro costituisce una cornice di riferimenti e di regole certe per i lavoratori impegnati nel rinnovo dei contratti (dai meccanici alla scuola, dai bancari agli ospedalieri, circa 5 milioni di persone); ciò significa che si può procedere (governo come datore di lavoro) al rinnovo dei pubblici e si possono difendere, relativamente all’arrogante atteggiamento di Federmeccanica le regole di nuovo suggellate. Ai meccanici in particolare va del resto anche la solidarietà dei pensionati: il tentativo di rimettere subito in discussione le regole appena scritte, di delegittimare un’operazione politica che insisto mi pare di grande buon senso merita una risposta dura, che gli stessi meccanici per primi sapranno dare.

INFINE: LA CONSULTAZIONE

Subito dopo il 23 luglio del 93 si sviluppò nel paese, tra i lavoratori e i pensionati, un dibattito storico e coinvolgente. Per la prima volta CGIL CISL UIL si misurarono con una consultazione reale e universale dei lavoratori e dei pensionati; a Bergamo furono coinvolti circa centomila persone; votarono circa in 50 mila, si fecero 1100 assemblee: numeri che danno la dimensione dell’impegno di democrazia che in quell’occasione per la prima volta positivamente si sviluppò, mettendo a dura prova la capacità di raccolta del consenso da parte del sindacato confederale che ebbe ragione tra i lavoratori e nella storia.

Oggi la consultazione che si propone per questo patto per il lavoro sembra avere la caratteristica della debolezza: c’è meno conflitto nel dibattito, c’è meno voglia di partecipare, c’è, soprattutto, una confusa indicazione nazionale sulle modalità della consultazione.

Lo SPI di Bergamo vuole organizzare una serie di attivi di zona unitari di pensionati e comunque confluire nelle assemblee programmate dalla CdLT per il 25 gennaio.

Oggi pomeriggio con le segreterie di CISL e UIL proveremo a scalfire la freddezza dei nostri vicini e a convincerli dell’opportunità che i pensionati stiano dentro il dibattito presidiando la propria titolarità ad essere protagonisti nella vita di CGIL CISL UIL.

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