| Lombardia, piani di zona e federalismo
La lettera che segue è stata inviata a tutti i comuni della provincia di bergamo
Piani di zona, recentemente approvati dai Comuni associati negli ambiti previsti dalla Legge 328/2000, stanno incontrando un notevoli ostacoli nella fase di acquisizione dell'intesa da parte dellìAsl, prevista dalle disposizioni regionali, per la ripartizione delle quote indistinte del Fondo Nazionale delle Politiche Sociali. Questo perchè la generalità dei piani non rispetterebbe l'indicazione regionale, ribadita nella circolare 14 del 18 novembre scorso della Direzione Generale Famiglia e solidarietà sociale, di vincolare il 70 % delle risorse destinate all'erogazione di servizi mediante titoli sociali. Risulta che dopo l'approvazione in sede di consiglio comunale dei Piani, due di essi abbiano avuto il nulla osta da parte dell'Asl mentre per gli altri sia stata avviata una fase di ricontrattazione, relativamente alle quantità percentuali di titoli e di servizi in essi indicate. Tale indicazione trova conferma nella circolare 14 sopraindicata. A questo riguardo si rendono opportune alcune osservazioni. Sul piano politico, istituzionale ed amministrativo non è accettabile il tentativo da parte della regione di vincolare organizzativamente le risorse da attribuire ai singoli piani di zona. Ciò lede il principio di autonomia degli enti locali, statuito non soltanto dalla Legge 328/2000 ma anche dalla modifica apportata al titolo V della Costituzione con la legge n. 3 del 2001. In termini più generali non è accettabile una ingerenza di natura organizzativa, effettuata , peraltro, mediante un soggetto non elettivo quali sono le Aziende sanitarie locali, in ambiti che la legge assegna ai Comuni. Sul piano degli effetti pratici, che questo tentativo conseguirebbe se concretizzato, non è pensabile immaginare che assetti socio assistenziali, costruiti con anni di attività nel territorio dalle istituzioni più vicine ai cittadini i comuni, appunto , siano rimessi drasticamente in discussione. Non si capisce, ad esempio, perchè in un ambito in cui i Comuni erogassero il 90% dei servizi socio assitenziali ai propri cittadini, direttamente o mediante esternalizzazione, si dovrebbe, pur nell'arco di tre anni, abbassare al 30% questa percentuale e complicare la vita al cittadino consegnandoli un "buono spesa" da restituire nella maggior parte dei casi agli stessi soggetti erogatori (Comuni o cooperative sociali). Diverso è, così come è nei fatti avvenuto grazie al grande e proficuo lavoro della rete degli enti locali, delle associazioni di volontariato, del mondo del terzo settore, esaminare la possibilità di ricorrere ai titoli sociali in un contesto generale di rete dei servizi, in modo differenziato, in grado di cogliere al meglio i bisogni dei diversi ambiti territoriali. Tra l'altro non pare degna di rilievi positivi l'esperienza, nei termini in cui è stata sperimentata, dei buoni socio assistenziali per gli ultrasettancinquenni invalidi dello scorso anno. Per queste semplici ragioni si invitano i Comuni a mantenere forte la rivendicazione della propria autonomia organizzativa in capo ai servizi socio assistenziali e ad assumere tutte le iniziative del caso perchè questo venga affermato concretamente, a partire dalla garanzia del finanziamento che la Legge assegna loro. Orazio Amboni segreteria CGIL Bergamo
In regione Lombardia, patria del federalismo leghista, si sta sperimentando nei fatti cosa ciò possa significare nella programmazione e nella gestione dei servizi socio assistenziali. I Comuni elaborano, programmano, decidono su materie che competono loro da sempre ed ancora di più dopo l'approvazione della Legge di riforma dell'assistenza e la regione, tramite le Aziende sanitarie locali (organismi di diretta derivazione regionale) contesta queste scelte. L'operazione consiste nel condizionare, nei fatti, l'erogazione delle risorse che i Comuni dovrebbero ricevere da Fondo Nazionale delle Politiche Sociali per l'attuazione dei Piani di zona previsti dalla Legge 328/2000, al vincolo di impegnarle almeno nella misura del 70% per l'erogazione di buoni o voucher. Premesso che l'introduzione dei titoli buoni o voucher- può essere una nuova, integrativa ed utile modalità di organizzare l'erogazione delle prestazioni sociali, a condizione che ciò avvenga in un contesto generale di rete dei servizi ed in un quadro, comunque, di certezza di governo e di controllo del sistema, le decisioni della giunta regionale non vanno certo in questa direzione. Nel merito rischiano di compromettere esperienze socio assistenziali, costruite ed arricchite nel tempo, spesso con i soggetti della cooperazione del volontariato, capaci di cogliere i bisogni del territorio. Riconvertire drasticamente servizi erogati al cittadino, direttamente o per mezzo di altri soggetti delegati come l'asl o le cooperative sociali, in buoni con i quali si possono acquistare prestazioni analoghe pone evidenti problemi di natura organizzativa, gestionale e di efficacia delle stesse prestazioni. Dal punto di vista del principio è inammissibile che la regione, tramite l'Asl, possa imporre vincoli quantitativi in materie di competenza dei comuni singoli od associati. Tra l'altro un vincolo omogeneo, relativo alle quantità e alle modalità di erogazione dei servizi diverso sarebbe se riguardasse standard di qualità delle prestazioni - implica di per sé l'impossibiltà di saper rispondere correttamente ai diversi bisogni del territorio. La Legge, inoltre, prevede espressamente che i Comuni possano prevedere la concessione di titoli validi per l'acquisto di servizi sociali ed assegna alle regioni il solo compito di disciplinare criteri e modalità per la loro concessione, non certo di amministrare per conto dei Comuuni. Tornando al federalismo richiamato all'inizio e considerata lattuale, accesa discussione sulla ulteriore devoluzione di poteri alle regioni, verrebbe da pensare che se il buon giorno si vede dal mattino i Comuni non hanno proprio di che stare tranquilli.
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