RSA e rete dei servizi per gli anziani Introduzione di Maurizio Laini, Segretario Generale SPI CGIL Bergamo
Dare voce a chi non ce l'ha
1. La conferma del ruolo del Sindacato dei pensionati
A quattro anni di distanza dall'avvio della vertenza regionale "dare voce a chi non ce l'ha" vale la pena di provare insieme a stilare un bilancio degli esiti che la vertenza ha conseguito sul fronte Regionale, ma anche sul fronte locale. Che cosa abbiamo spostato, complessivamente? In che maniera e in che misura CGIL CISL UIL, attraverso i loro Sindacati Pensionati, hanno promosso una riduzione dei costi dell'assistenza per le famiglie e per i singoli, e hanno garantito migliori condizioni di vita dentro le istituzioni? Il bilancio di questa esperienza non può essere fatto attraverso semplificazioni frettolose: tra l'altro il punto di partenza di questa vicenda è un vuoto. Non esisteva un'iniziativa sindacale sulle/con le RSA per i costi e i diritti prima che SPI FNP e UILP regionali "inventassero" l'obbiettivo della copertura integrale da parte del Servizio Sanitario Nazionale dei costi sanitari delle case di riposo. E quindi c'è da registrare, a quattro anni di distanza, una modifica significativa dentro la cultura sindacale e dentro le aspettative del territorio: su queste questioni oggi il Sindacato c'è; qualcuno se ne occupa; questa è materia sindacale, di confronto e di concertazione. Il sindacato è anzi via via diventato un interlocutore credibile, ha sviluppato una sua riflessione e una sua proposta sempre più ampia; oggi su questa materia è uno dei soggetti della concertazione delle scelte. Questa è una conquista di grande rilevanza: per quanto ci riguarda contribuisce a rideterminare il ruolo del Sindacato dei pensionati. Lo valorizza, gli attribuisce dei contenuti di tipo generale che lo sottraggono (se mai ne avesse) alle tentazioni di carattere corporativo, di chiusura. Voglio dire questo: anche solo dieci anni fa, il sindacato dei pensionati era impegnato prevalentemente a presidiare il valore d'acquisto delle pensioni (obbiettivo ovviamente importante e tuttora significativo); si trovava quasi esclusivamente, nella dimensione territoriale, a gestire un ruolo di mediazione tra il diritto del cittadino pensionato e l'inefficienza degli istituti previdenziali; la sua "missione" era giocata quasi per intero sul terreno della tutela individuale, del servizio e del contenzioso sulle pensioni e i trattamenti. Bene: quel Sindacato ha lasciato il posto ad un soggetto cento volte più articolato, dalle competenze non solo più alte ma più ampie, differenziate; un soggetto capace di mobilitare non solo sulle quantità, sulle rivendicazioni di carattere esclusivamente materiale, ma anche sulle analisi, sulle valutazioni, sulle proposte territoriali inerenti il complesso degli elementi che determinano la qualità della vita dei pensionati e delle persone anziane. Il Sindacato è in grado di avanzare oggi proposte selettive, mirate, più eque; per svolgere un ruolo più confederale, capace di coprire i pensionati su temi come quello della salute e dell'assistenza, di sviluppare un'iniziativa efficace di concertazione e di mobilitazione. Basta pensare a come sono cambiate negli ultimi anni le nostre aspettative in materia di difesa del valore delle pensioni: da quel Sindacato che chiedeva "l'aumento", ad un Sindacato più consapevole, maturo: il valore delle pensioni si può mantenere o incrementare attraverso interventi sulla curva delle aliquote fiscali, o più in generale attraverso l'utilizzo della leva fiscale; si può tutelare il reddito dei pensionati lavorando sul costo dei servizi, attraverso la generalizzazione dell'ISEE, per esempio; oppure sulle tariffe stesse, contrattando accessi agevolati o effettive riduzioni di rette (vedi RSA). Insomma: si può lavorare per la tutela dei redditi delle persone anziane non solo attraverso l'aumento del valore delle pensioni ma secondo un ventaglio di opzioni che va dall'obbiettivo sacrosanto del contenimento dell'inflazione, che anche in questi giorni preoccupa tutti, fino a quello degli sgravi fiscali per fasce d'età o riferiti a particolari situazioni assistenziali (per esempio la non autosufficienza totale combinata con una situazione di scarso reddito); la gamma degli interventi ormai ritenuti possibili, disponibili alla negoziazione sindacale, si allarga dalla quantità alla qualità, dalle pensioni al complesso dello stato sociale. La stessa legge per l'Assistenza (che vorremmo approvata definitivamente subito e che qualcuno in Parlamento ritiene possa essere spacciata per un regalo elettorale) contiene elementi di redistribuzione del reddito assolutamente nuovi e significativi: per chi ne ha bisogno, per chi ne ha diritto, non a pioggia, non per tutti; non automaticamente, per "categorie", ma secondo valutazioni anche reddituali, anche territoriali, curate dall'Ente Locale. Proprio la vertenza "dare voce a chi non ce l'ha" è paradigmatica, dice bene del "nuovo" sindacato dei pensionati: se ripercorriamo a ritroso la storia della vertenza vediamo nei giorni scorsi una manifestazione (il 10 febbraio sarà ricordato come un successo importante) di sei/settemila persone fuori dal Pirellone a sostegno di obiettivi lungamente confrontati con la Giunta Regionale. Una capacità di mobilitare la sensibilità della gente su temi coerenti con le loro aspettative e il loro diritto attraverso una manifestazione unitaria, tra l'altro, come unitario è questo luogo pure in presenza di forti differenze nell'impostazione delle politiche confederali: questo depone per una capacità soggettiva dei Sindacati dei pensionati di fare la loro politica e di incidere, in qualche modo, sulla vita delle confederazioni. Prima ancora vediamo l'allargamento progressivo dei temi di confronto con la Giunta: la retta in primissima battuta, la quota sanitaria poi, la qualità della vita all'interno delle RSA successivamente, poi ancora l'accesso, la carta dei diritti degli ospiti, gli standard, il piano socio-assistenziale regionale. Vediamo ancora prima un contributo regionale sulle spese sanitarie sostenute dalle RSA di 47.000 lire al giorno, oggi un contributo di 70.000 lire, che ha obbiettivamente permesso il contenimento delle rette, anche se, come vedremo, comunque hanno subito aumenti. E sul territorio, a Bergamo, ha lavorato un Sindacato capace di gestire convegni di analisi e di lancio di prospettive (Convegno della Consulta, Convegni diversi di Organizzazione), di parlare con gli Enti Locali (confronti di negoziazione con i Comuni e in particolare con il Comune di Bergamo), con le RSA (di via Gleno, ma anche in particolare nella Bassa Bergamasca - Treviglio, Brignano, Urgnano .-, a Trescore, ad Albino e Nembro, Cene, Zogno .) con gli operatori (incontri con le RSU a Bergamo e ad Albino, esperienza dell'Osservatorio e dei Gut), con le Associazioni dei familiari (Nembro, Urgnano, Bergamo, Assemblee provinciali) e soprattutto con tutti coloro che hanno avuto bisogno di una consulenza, di un'indicazione, di un consiglio (interventi di sportello, nelle leghe, etc.). Questo modello di Sindacato è una conquista: va difeso, va consolidato, va esteso su tutto il territorio. Le sue competenze, la sua capacità di confrontarsi, di concertare e di negoziare vanno incrementate e i livelli di unità raggiunti vanno considerati il punto di una partenza.
2 . Il diritto e l'assistenza
In questo quadro va collocata una seconda riflessione di valore, che va assunta prima ancora di parlare concretamente di RSA o della nostra esperienza: la riflessione riguarda l'assistenza, la sua qualità, il diritto all'assistenza. Siamo rapidamente passati negli ultimi anni (e in questo senso la legge quadro sull'assistenza arriva - se arriva - in grande ritardo) da una concezione etica, morale dell'assistenza, ad una concezione dell'assistenza come diritto di cittadinanza. Cioè siamo passati dall'enunciato della "legge sui poveri" del 1890 di Crispi (legge che regola ancora oggi istituti dell'assistenza sociale e pezzi importanti del welfare) ad una logica di rispetto della cittadinanza che esprime valori almeno più moderni. Chi ha visto lo statuto di una qualsiasi casa di riposo (anche quello ancora oggi in vigore della RSA del Gleno a Bergamo, credo sia del 1919) può capire cosa intendo: vi si racconta di "pio ospitale"; di "ricovero" per indigenti, malati e barboni; di ospizio per "infetti" e comunque "poveri"; di luoghi istituiti dalla "carità", dovuti alla generosità delle persone più in vista; di lasciti e di pii testamenti. La nuova legge quadro afferma invece i "diritti" esigibili delle persone; parla di progetti individuali sul bisogno di ordine sanitario, psichiatrico, assistenziale; di percorsi fatti di una gamma diversificata di offerte territoriali "appropriate"; di assunzione da parte della società dell'obbligo di trovare risorse per supportare l'esercizio dei diritti. Tutto ciò significa, almeno, che le azioni concrete che danno sostanza al diritto all'assistenza non sono opzionali, facoltative, di incerta attribuzione, legate al caso o alla disponibilità occasionale di un territorio. Sono i contenuti di un sistema
Questa rete dei servizi di assistenza è il nuovo welfare territoriale; è la comunità che si prende cura, è il mix di pubblico e privato, è quella sussidiarietà sociale che si costruisce non attraverso affermazioni ideologiche o valutazioni di mercato, ma attraverso la partecipazione e il confronto; è la valorizzazione delle risorse disponibili sul territorio (il volontariato, per esempio) convocate dall'Ente Locale per la costruzione di un progetto. 3. La situazione demografica e sociologica
E di questo progetto, di questa riforma del welfare, di questo protagonismo territoriale sull'assistenza, c'è sempre più bisogno. I dati sull'invecchiamento della popolazione sono ormai patrimonio di tutti. Il numero degli anziani è in notevole aumento per via della giusta impennata dell'attesa di vita, ma soprattutto il peso percentuale degli anziani sul totale della popolazione, data la denatalità e la presenza di immigrati ancora lontana dalle dimensioni europee, è in rapida crescita. Questo induce a riflessioni importanti sul welfare e sul tipo di revisione che si rende necessaria: una considerazione prioritaria del diritto all'assistenza e una rete di servizi "appropriati" sia dal punto di vista della qualità che dell'economicità. Del resto si tratta di costruire una rete dei servizi che non solo risponda alle dimensioni del fenomeno "anziani", che non solo sia capace di assumersi in carico le pluripatologie della quarta età, ma anche che sia in grado di rispondere ad una evidente modifica sociologica nelle dimensioni e nella composizione delle famiglie. Alle famiglie larghe, onnicomprensive, polivalenti di un tempo, dove c'era sempre una nonna in grado di badare all'ultimo nato o una sorella maggiore in grado di accudire la nonna, o il nonno attorniato dai più piccoli e una mamma-massaia sempre disponibile alla cura, a queste famiglie si sono sostituite famiglie difficilmente in grado di curare, di accudire, di risolvere in sé i problemi di assistenza. Si partoriva e quindi si nasceva in casa, ci si ammalava, si era assistiti, si moriva in casa, in famiglia: oggi la famiglia è stretta, i figli sono lontani nel momento in cui l'assistenza è necessaria, lavorano, così le donne; ogni nonno aveva un nugolo di nipoti, oggi ogni bambino ha quattro quando non cinque o sei nonni, non un fratello, non un cugino. Ciò significa che l'assistenza va proceduralizzata, gestita dall'esterno, fatta "servizio", assunta come costo. Ferma restando la necessità di trovare un modo di riconoscere nelle famiglie il lavoro di cura sia attraverso supporti, che attraverso assegni o agevolazioni di tipo contrattuale. Nel bel mezzo di questa evoluzione demografica e sociologica, vuoi che non cambi il ruolo della "casa di riposo"? Vuoi che non si debbano immaginare alternative più flessibili e servizi meno "definitivi"? Vuoi che non si riesca a capire il vantaggio della domiciliarità (vantaggio di tipo psicologico, affettivo; vantaggio di tipo economico e sociale) e quindi a rappresentarsi un percorso che cambia il ruolo delle RSA e quindi la loro missione, la loro organizzazione interna, la tipologia dei loro servizi?
4. La trasformazione della "casa di riposo"
Il luogo tranquillo dal quale il vecchietto con il bastoncino usciva (come per andare al lavoro) per passeggiare, sedersi sulla panchina del parco, salutare la gente del suo stesso paese che a sua volta era per il centro indaffarata in compere è bell'e che scomparso. La "casa di riposo" è RSA, residenza sanitaria assistenziale; la prevalenza sanitaria della sua missione è spesso un fatto compiuto. La RSA ha bisogno di dotarsi di tecnologie, di professionalità; deve disporsi ad accogliere e curare persone molto molto anziane e affette da pluripatologie quasi sempre invalidanti. Sempre più rari sono gli ospiti autosufficienti; prevalgono i non autosufficienti totali o parziali. Al processo è inutile resistere: il passo obbligato è l'accreditamento con la Regione Lombardia e l'acquisizione del contributo sanitario per i nat e i nap. E' il contratto con un direttore sanitario, è l'introduzione di figure professionali sconosciute (il geriatra, il fisioterapista) è l'applicazione del contratto della sanità per il personale, è l'adeguamento degli standard di carattere strutturale e gestionale, è insomma la moltiplicazione esponenziale dei costi per affrontare una necessità impegnativa come la "sanitarizzazione". Questo è il processo cui stiamo assistendo: la trasformazione rapidissima delle "case di riposo" concepite come luoghi di tranquillo soggiorno per arzilli vecchietti in "residenze sanitarie" a tutti gli effetti e la necessità sempre più impellente di dare assistenza medica (in qualche caso addirittura ad alta intensità) alle più diverse e invalidanti patologie della tarda vecchiaia.
5. Il rapporto con il servizio sanitario nazionale Questo processo viene compiuto senza il necessario governo regionale. Questa operazione a Bergamo interessa tutte, nessuna esclusa, le RSA, ovviamente in forme diverse. Le più piccole per esempio hanno il problema di stipulare congiuntamente, in modo consortile, contratti o convenzioni con figure sanitarie "alte"; le grandi devono attrezzarsi sul piano tecnologico e rivedere l'intera propria organizzazione reinterpretando, per esempio, i reparti: da assembramenti casuali degli ospiti a ricoveri per patologie il più possibile omogenee. Ma, dicevo, questo processo non è né progettato, né governato, né sostenuto dalla Regione. Un'idea di quello che voglio dire può essere ricavata da un fatto recente: la legge 31 (la famosa legge regionale di riordino del sistema sanitario in Lombardia, fonte di più di un guaio per pazienti e organizzazione territoriale della sanità) impone la cancellazione dagli elenchi dei medici di famiglia gli ospiti nat e nap delle RSA; si sostiene, in Regione, che per tali pazienti il servizio sanitario nazionale "paga" già il contributo sanitario alle RSA. Bene: se l'ospite di una piccola RSA - facciamo di 50 tra nap e nat - è "fuori" dal sistema dei medici di base, significa che è completamente a carico della RSA o degli Ospedali veri e propri; che la RSA deve essere in grado di intervenire con un medico di guardia in ogni momento delle 24 ore (l'ASL rifiuta infatti la possibilità di convenzioni con guardia medica o altri ambiti di presenza territoriale del SSN). Il costo di un medico di guardia, reperibile nell'arco delle 24 ore, distribuito su 50 ospiti, quanto vale? Sono sufficienti 70.000 lire al giorno di contributo sanitario per giustificare lo scaricamento del paziente dagli elenchi del SSN? E le ricette? E i ticket? E i medicinali in genere? Le prestazioni non ospedaliere? Oppure, daccapo: ha senso che esistano RSA di cinquanta ospiti, a naso impossibilitate a compiere (per dimensioni, budget e risorse professionali) un salto di qualità assolutamente impegnativo come quello della "sanitarizzazione"? Quali sono le risposte della Regione Lombardia su questo versante: qual è, tanto per proseguire, il rapporto tra RSA e Sistema Sanitario Regionale per quanto riguarda i protocolli di gestione dell'emergenza (dimissioni dagli ospedali, avvio alla riabilitazione e alla lungodegenza)? Qual è il ruolo del circuito delle RSA rispetto ai disegni della sanità lombarda? E, questione non ultima, se un paziente in ospedale vale circa 1 milione al giorno in DRG; se un paziente in una struttura di lungodegenza o di riabilitazione vale la metà circa, o al minimo 350.000 lire al giorno, si può pensare che una RSA "sanitarizzata", accreditata, convenzionata, titolare di un contratto con l'ASL (secondo quanto disposto dalla legge regionale 31) riceva un contributo sanitario di 70.000 lire al giorno per un nat?
6. La spesa sanitaria e le rette
Questo è il punto, dal quale parte tutta la vicenda sindacale sulle rette e i contributi sanitari: il punto è l'obiettivo indifferibile dell'integrale copertura della spesa sanitaria delle RSA da parte del Sistema Sanitario; ma neppure basta: c'è un problema di standard da rivedere, da incrementare, di processo da accompagnare attraverso investimenti e regimi di assistenza codificati in protocolli nuovi che assicurino il rispetto del diritto. Dal punto di vista dell'ospite il ragionamento che facciamo è giusto: com'è possibile che dentro una RSA non si sia più cittadini interi, iscritti al SSN e in grado di esigerne i benefici e contemporaneamente si stia in una struttura zoppicante dal punto di vista dell'offerta sanitaria? Com'è possibile che si debbano pagare ticket e prestazioni in aggiunta alla retta? Com'è possibile che si debbano ancora integrare, rifondere alla RSA le spese sanitarie costituite dagli operatori, dalle strutture, dagli interventi, dai medicinali? Dal punto di vista del sistema il ragionamento impone che si concordi sulla necessità di aggiungere, agli obbiettivi già ampiamente individuati di modifica della legge regionale 31, anche una diversa collocazione delle RSA nel sistema sociosanitario, trovando forme di integrazione tra assistenza e sanità finalmente adeguate all'unicità dei bisogni della persona dell'ospite e forme di riconoscimento della dimensione economica del problema. La nostra battaglia sulle rette in qualche modo ha pagato (senza esaltarsi troppo, dato il quadro): gli incrementi di entrate delle RSA sono dell'ordine nei quattro anni del 50% circa per posto letto nat convenzionato; gli incrementi/decrementi delle rette, sempre nei quattro anni, hanno punte di +80% (Monasterolo) e -10% (Trescore), ma si possono stimare mediamente attorno al 10-12%. Insomma: gli ospiti sono stati coinvolti meno nelle diverse tappe di questo percorso (anche economico) di adeguamento. Le RSA si sono infatti nella gran parte limitate ad assorbire (certamente con una forzatura furbesca e non trasparente) gli aumenti del contributo regionale che avevamo concordato per le famiglie. Avevamo pensato ad abbattimenti delle rette, abbiamo portato a casa un parziale contenimento e il finanziamento di un processo che avrebbe avuto bisogno di ben altro slancio, di ben altra trasparenza e progettualità. Vorrei sorvolare qui sui casi, noti, di evidente approfittamento delle RSA: situazioni nelle quali con gli aumenti delle rette sono stati coperte spese per il rifacimento di tetti o interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria (dagli ascensori ricavati in vecchie strutture ai bagni rimessi a nuovo, ai pavimenti tirati a lucido); poiché i bilanci rimangono per lo più assolutamente vaghi, incerti, stilati a mano su pezzi di carta da zucchero, sono stati invocati presunti faraonici aumenti contrattuali del personale, per giustificare aumenti anche esosi. Proprio quest'anno poi, quando la situazione normativa era più chiara che nel passato e quindi era più difficile trovare scuse e giustificare aumenti: eppure proprio a gennaio 2000 non solo non si è verificata la conferma dell'"abbattimento" delle rette intervenuto nello scorso agosto per effetto della delibera regionale, ma si sono verificate impennate delle rette stesse su livelli ormai difficilmente sopportabili per gli ospiti e le loro famiglie. A Bergamo, solo per la casa di riposo di via Gleno, l'integrazione delle rette per le persone non abbienti ricoverate vale circa 3 miliardi all'anno. La media delle rette in provincia ormai sta molto vicina ai due milioni al mese, con punte di 3,8 milioni (sono rette da RSA "di lusso" per la bergamasca, ma "normali" in altre provincie). Queste rette sono insostenibili attraverso il solo reddito dell'ospite, anche se costituito, nella migliore delle ipotesi, da pensione, pensione di reversibilità e assegno di accompagnamento. Una situazione incerta dal punto di vista della ragione sociale di molti Enti Gestori (chi sono in realtà, quali logiche perseguono, chi le amministra, quali sono i percorsi decisionali, quale autonomia economica e patrimoniale hanno) non aiuta certo la trasparenza nell'esercizio della loro meritoria missione.
7. L'organizzazione territoriale dei servizi per la non autosufficienza e ruolo delle RSA
La relazione delle nuove RSA con il sistema sanitario deve essere ridisegnata, come si è visto; ma devono essere ridisegnati anche due altri fronti di rapporto delle RSA: con il territorio, più in generale, e con gli altri servizi alla non autosufficienza, più in particolare. Già abbiamo detto della rete: sull'assistenza va creata una mappa delle opportunità (soprattutto quelle più flessibili, domiciliari o semiresidenziali) legate tra loro, integrate, capaci di fornire un sufficiente - per dimensioni e qualità - ombrello di protezione a tutela della invalidità.
Il progetto dovrebbe procedere dal centro anziani (primo luogo di aggregazione sociale con valenza di prevenzione dell'invecchiamento e delle patologie connesse) al SAD, all'ADI, alla struttura protetta, al centro diurno integrato, al sollievo in RSA, alla riabilitazione temporanea in RSA o in struttura riabilitativa a carattere ospedaliero, alla lungodegenza, alla residenzialità in RSA, all'ospedale. Davanti a tutto dovrebbe stare una valutazione obbiettiva di carattere pluridisciplinare delle condizioni dell'anziano (UVG), capace di indirizzare al livello di assistenza più appropriato, supportato da un centro unico di prenotazione in grado di risolvere problemi di urgenza e di effettiva emergenza.
Su questa ipotesi è d'accordo il mondo intero. Tra l'altro non è né originale né nuova. Non l'ha proposta né tantomeno inventata il Sindacato, ma sta nelle carte approvate dal Governo (POA) e dalla Regione (PSA) e costituisce già da almeno una decina d'anni la linea guida delle azioni dei Comuni, delle ASL, dei Distretti, del sistema sociosanitario più in generale. Perché sembra ancora un'ipotesi? Un obbiettivo sindacale? Un disegno futuribile? La mia tesi è che esistono precise e gravi responsabilità prima delle USSL e poi dell'ASL nel proporre, ottenere consenso, progettare e poi governare l'avvio di nuovi servizi. Il ritardo sull'innovazione a Bergamo è evidente:
Non credo che lo stato di confusione organizzativa e progettuale, la scarsità di prospettive della rete dei servizi per gli anziani della provincia di Bergamo possa essere spacciata come il frutto dell'"autoorganizzazione" del sociale. "Autoorganizzazione" è progetto, concertazione, espressione organizzata di volontà soggettive concorrenti a finalità sociali condivise, non il disordine costruito dalla spontaneità e dall'occasionalità delle intenzioni individuali non confrontate. Dentro l'idea di un sistema, le RSA quale ruolo possono giocare? Da che parte possono tirare, quale soggettività politica possono esprimere perché si possa arrivare ad un disegno adeguato e rispondente anche alle loro strategie? Se davvero la prospettiva per la Rsa è quella della sanitarizzazione, e cioè dell'integrazione degli interventi sanitari con quelli di pura assistenza, allora le risorsa professionali e tecnologiche che la RSA deve poter mettere in campo possono essere una risorsa per il territorio. Il sistema delle RSA deve poter
Ciò significa che gli attuali 3,2 posti letto su cento ultrasessantacinquenni in provincia (tra l'altro innalzato dalle prossime aperture di RSA a Dalmine, Seriate e altre due o tre, dalla recente di Laxolo) possono essere definiti uno standard quasi soddisfacente. Che il problema delle liste d'attesa è il problema delle doppie iscrizioni ma soprattutto è il problema della mancanza di alternative alla residenzialità definitiva. Mancano, questo sì, ambiti di specializzazione assolutamente urgenti:
8. ASL e ASSI a Bergamo CGIL CISL UIL hanno portato a casa protocolli con l'ASL di Bergamo che riconoscono (nella sostanza) il valore di questo impianto: in particolare la linea che hanno seguito e concordato lo scorso anno con il Direttore Generale dell'ASL prevede lo spostamento su servizi di lungodegenza e riabilitazione di circa 36 miliardi ottenibili nell'anno con un abbassamento del tasso di ospedalizzazione. In sostanza la linea condivisa è quella di diminuire i ricoveri per acuti negli ospedali rientrando negli standard regionali e dirottare i risparmi sul territorio e in particolare sui servizi socio-assistenziali in carico all'ASSI (dipartimento di assistenza socio sanitaria integrata). Questo non si è verificato. L'accordo è stato disatteso. Nessun risparmio è stato ottenuto, nessun maggiore investimento sul terreno sociosanitario è stato fatto. Eppure non vedo altra strada: accompagnare un processo che ha caratteristiche di rapidità, di urgenza è uno sforzo che va fatto per intero, in Regione Lombardia, ma anche con uno slancio ben diverso in ASL e ASSI. Abbiamo come è noto un problema di vigilanza sulle delibere di restituzione delle rette, sulle delibere di contenimento delle rette, sul possesso degli standard strutturali e gestionali. E saremo determinati nel presidiare questo ruolo di vigilanza. Ma abbiamo scelte che aspettano da anni e che vanno promosse con grande determinazione: un sistema da costruire, non dei piccoli problemi di gestione da misurare secondo una logica amministrativa. Gli interventi di formazione sulle professionalità dirigenziali delle RSA sono assolutamente importanti: ma non bastano. Occorre che cambi il ruolo dell'ASSI nei confronti del sistema: l'ASSI deve interpretarsi come un soggetto di governo della rete dei servizi, come soggetto capace di convocare coloro che questi servizi gestiscono orientandone l'intervento verso l'integrazione effettiva e verso la nuova qualità della domanda sociale. Oggi l'ASSI ha rapporti di forza sufficienti per guidare nel consenso questo cambiamento che ci attendiamo. Da ASL e ASSI non possiamo che aspettarci un ruolo di promozione, di progettazione, di sostegno e di supporto all'intera rete dei servizi; la colmatura di un ritardo storico; la risposta ad attese che sul territorio rivestono sempre più il carattere dell'urgenza. Non giova che ASL e ASSI marcino in competizione; che la legittimazione reciproca sembri sempre più incerta; che - dando giudizi probabilmente eccessivi sulla portata reale di un ridisegno dell'organigramma e dei ruoli in atto dentro l'ASL - qualcuno parli di "destabilizzazione". Per SPI FNP e UILP il problema sono i risultati relativamente alle ipotesi in campo e agli obbiettivi che rappresentiamo: vorremmo davvero fosse giunto il tempo delle scelte.
9. I bisogni materiali e quelli immateriali
Il territorio si mostra sempre più impaziente con questo genere di problemi; giustamente insofferente rispetto a fenomeni o fatti che da sempre succedono in tutte le case di riposo. I paginoni de "L'Eco di Bergamo" su questo tema, ricchi della descrizione di episodi di mala-assistenza sono un dato. Riguardano casualmente (?) la RSA di via Gleno ma potrebbero essere riferiti ad altre strutture, senza mutare virgole. L'operazione di additare all'opinione pubblica questa cose è giusta: è un'operazione di verità, di giustizia, di trasparenza. Il territorio non può più nascondersi, non si nasconde più episodi di abbrutimento e costrizione. La difficoltà vera è porre mano alla soluzione: se, come è vero, non è certo colpa esclusiva - almeno nella stragrande maggioranza dei casi - degli operatori (che spendono generosa dedizione nel loro lavoro); non è colpa esclusiva dei dirigenti, delle alte professionalità; non è colpa esclusiva del sistema o dell'organizzazione o della mancanza di risorse o .. Episodi come questi maturano come sintomi di un disagio diffuso, generalizzato; punte di un complesso di situazioni che ha più di una causa, che aspetta più di un intervento. Ma è innegabile che vediamo strutture organizzate secondo il fine stesso dell'organizzazione, non secondo il bisogno della persona; intere strategie costruite su linee che trascurano l'uomo o la donna così debole, così sperduta, così spaesata, per concentrasi sul budget, sugli acquisti e sulle esigenze "forti" presenti in qualsiasi struttura e anche, in grande o in piccolo, nelle RSA. Lo stesso Sindacato deve stare bene attento; la sua missione prevalente, la sua storia, la sua cultura sono orientati per lo più verso la soluzione dei bisogni materiali delle persone, anzi, qualche volta "delle masse". Siamo capaci, cioè, di dare battaglia sul terreno delle rette, delle quantità dei servizi, delle quantità di posti letto o di accessi; abbiamo più problemi ad inventarci tavoli di confronto sulla qualità della vita, ad improvvisarci rappresentanti del diritto alla qualità della vita, a sostenere dal di dentro quelle poche ma pesantissime aspettative immateriali che le persone mantengono anche in una RSA: alla dignità, al rispetto, alla identità, alla pur piccola proprietà, alla privacy, all'oblio .. Eppure non può che essere esaltante, per noi, fare sindacato avendo a mente queste persone e queste aspettative. Tutto ciò ci costringe ad inventarci un modo di rappresentare difficile ma più adeguato, non integrale, ma più completo.
10. I confronti aperti: dalla RSA di Via Gleno alle Associazioni delle RSA della provincia
Ci abbiamo provato con la Casa di riposo di via Gleno: abbiamo concluso tre protocolli che rapidamente vanno confermati dal nuovo Consiglio di Amministrazione. Uno sulla carta dei servizi e i diritti degli ospiti. Un lavoro lungo e faticosa, di discussione tecnica anche di un qualche peso, finalizzato ad individuare almeno alcuni degli elementi esigibili del diritto degli ospiti. Ora i familiari, le associazioni di volontariato, gli operatori, gli ospiti stessi, il sindacato hanno in mano una carta che dice cosa un ospite può legittimamente aspettarsi dalla casa. La casa cioè fa un'offerta e la rende esplicita all'ospite: accanto al regolamento (non si può fare questo, non si può tenere quello) c'è almeno una traccia di cose che sono riconosciute come diritti esigibili (la lavanderia, piuttosto che i minutaggi di assistenza medica o infermieristica, la mensa piuttosto che la possibilità di uscire). Ovviamente, come tutti i contratti che si rispettino, sono da gestire, da esigere. Un secondo protocollo riguarda le forme della partecipazione: prima ancora dell'intervento pubblico dell'associazione dei familiari degli ospiti, abbiamo sottoscritto le regole di funzionamento di un tavolo di confronto e di concertazione permanente che vede presenti appunto ospiti, familiari, associazioni di volontariato, sindacati e casa di riposo. Condotto da un responsabile delle relazioni con il pubblico e capace di discutere singoli episodi ma anche linee di intervento: in sostanza un luogo di partecipazione garantito e stabile per tutti coloro che hanno ruolo dentro la RSA. Il terzo protocollo riguarda invece la graduatoria degli accessi: è pur vero che la maggior parte dei ricoveri che avvengono in via Gleno sono dettati da condizioni di grave emergenza (2 ricoveri e mezzo alla settimana riguardano persone dimesse dall'ospedale che non hanno alternative di nessun tipo o per patologia o per indisponibilità di assistenza domiciliare); ciò nonostante è stato messo a punto un codice di valutazione obbiettiva della persona anziana interessata all'ingresso in RSA e per l'attribuzione di punteggi utili per la compilazione di una graduatoria. E anche questo ci sembra un buon modo di affrontare la questione dell'arbitrarietà delle procedure di accoglienza. SPI FNP e UIL dovrebbero estendere luogo per luogo questi protocollo: o meglio, dovrebbero trasferire, di concerto con le RSA, in ciascuna struttura, adeguandoli al caso, i contenuti e le linee dei protocolli di via Gleno. Costituiscono una sperimentazione assolutamente importante anche a livello Regionale e meritano uno sforzo di promozione presso le RSA perché le RSA stesse li assumano diffusamente. Il primo dei passi da compiere per generalizzare queste linee è il confronto con le due Associazioni che raggruppano le RSA della provincia. Sulla questione delle rette, su quella più generale della qualità della vita nelle RSA e su quella del sistema dei servizi occorre coinvolgere con decisione le due Associazioni: costituiscono un luogo importante di dibattito tra le RSA, di confronto di esperienze e di valutazioni, di confronto, di scambio delle problematiche. Ci auguriamo vogliano svolgere una positiva opera di mediazione, contribuendo a orientare i comportamenti delle RSA associate nella direzione del diritto e dell'innovazione. |
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