Direttivo Spi 04-02-09
Introduzione di G. Peracchi

Il 22 febbraio scorso è stata sottoscritta da Confindustria, Governo e dalle principali organizzazioni sindacali, ad esclusione della CGIL, l’intesa sul modello contrattuale, che dovrebbe "governare" per i prossimi anni il sistema delle relazioni, le modalità dei rinnovi e della contrattazione.
Com’è noto, l’intesa arriva dopo un lungo periodo di tattiche, di discussioni, di proposte che hanno sempre avuto, sin dall’inizio, come caratteristica saliente, la volontà e l’obiettivo di isolare la CGIL e di dividere il fronte sindacale.
Si ricordi, solo a titolo di esempio, la lunga sequenza di intese contrattuali separate, ed in mezzo il caso Alitalia (in qualche modo fortunatamente e pervicacemente "recuperato").
Il Governo ha infatti, con la parte oggi maggioritaria di Confindustria, perseguito questo disegno dal giorno successivo il suo insediamento, con più attenzione, determinazione ed efficacia rispetto all’identico tentativo messo in campo nella precedente legislatura di centrodestra.
L’asse Sacconi, Brunetta e Bonanni ha agevolato questa operazione.
La CGIL ha provato fino all’ultimo ad ottenere condizioni, minime, che consentissero una chiusura unitaria sull’argomento, pur dichiarando in tutti i modi che oggi le priorità del Paese, in una situazione di crisi com’è quella che si è determinata, erano e rimangono ben altre.
Ma le proposte di modifica al testo di Confindustria, avanzate nelle diverse sedi, sono state respinte in blocco e sono diventate le ragioni per cui la nostra organizzazione sindacale non ha firmato il protocollo.
In occasione di un incontro tra Marcegaglia ed Epifani, svoltosi poche ore prima della firma definitiva dell’intesa, la Presidente di Confindustria ha candidamente esplicitato al segretario generale della CGIL che l’ipotesi che gli era stata consegnata e che era condivisa dalle altre organizzazioni non era, a quel punto, più discutibile né emendabile.

Queste, in estrema sintesi, alcune risposte alle richieste avanzate dalla CGIL.
No alla richiesta di introdurre il recupero dell’eventuale scostamento tra l’inflazione calcolata in base al nuovo indice, depurato dai valori inflattivi importati, e l’inflazione stessa, verificata successivamente, comprensiva almeno in seconda battuta dell’aumento dei prezzi delle materie prime estere.
Ciò significa stabilire a priori che i salari non potranno mai recuperare l’inflazione, ad esempio, dovuta all’aumento dei prodotti petroliferi.
In parole più semplici, se l’inflazione dovesse riprendere a camminare un po’ di più, com’è probabile, la parte consistente derivante da aumenti di prezzi all’estero non potrà mai essere - e quando dico mai dico proprio in termini strutturali - conteggiata nelle buste paga.
No alla richiesta di cancellare la possibilità di derogare in peggio dal contratto nazionale, più facilmente di quanto accada oggi.
No alla richiesta di eliminare la possibilità di restringere l’esercizio del diritto di sciopero, o meglio di una possibile disciplina restrittiva sulla titolarità del sua proclamazione.

Ora ci troviamo in una situazione molto complicata e difficile e al momento non si vedono grandi sbocchi per uscirne.
Ma dobbiamo fare tutti gli sforzi perché la consapevolezza delle buone ragioni che sono state poste cresca e trovi il necessario appoggio tra il maggior numero di lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, anche perché in questo caso parliamo di politiche contrattuali e non certo di servizi.
L’idea avanzata di far esprimere tutti i lavoratori con un referendum, anche sotto questo profilo, è giusta, ma si tratterà di capire come potrà, se del caso, articolarsi concretamente.
Quando ci sono diversità così importanti di valutazione e su materie di questa portata, è sempre opportuno, anzi necessario, che l’ultima parola spetti ai diretti interessati.
L’idea di una mobilitazione "lenta" e di lungo periodo è pure condivisibile, a patto di delineare con sufficiente chiarezza gli obiettivi che man mano ci si pone e di tenerne, come dire, monitorato il raggiungimento.
L’idea di fare emergere qualche contraddizione tra gli associati delle organizzazioni sindacali firmatarie e di quelle delle imprese, soprattutto nei settori privati, in occasione delle procedure per i rinnovi contrattuali è forse, al momento, la cosa più tangibile e concreta che la CGIL ha in mano.
Per quanto mi riguarda, si potrebbe anche considerare l’ipotesi di aprire, laddove se ne determinassero le condizioni, un contenzioso a tappeto su rappresentanza, rappresentatività, validità delle intese, ecc. di fronte ai giudici del lavoro.
Il problema di come uscirne però c’è e rimane tutto.
Perché oggi i rapporti di forza, anche sul piano politico, non sono quelli di otto anni fa.
Perché tra i lavoratori e i pensionati, con la crisi che produce drammaticamente e tangibilmente i suoi effetti, oggi il clima non è dei migliori.
E gli sbocchi di una ricucitura a livello nazionale dei rapporti sono, oggettivamente, lontanissimi.
La dirigenza di CISL e UIL ha scelto di assecondare un disegno di indebolimento del sindacato confederale italiano, optando per un modello partecipativo portato all’eccesso, che rischia di produrre storture di modelli e di ruoli, non certo innovative.
Meno contrattazione e più collateralismo, alla faccia della tanto invocata estensione della negoziazione decentrata.
Un modello distorto, che rischia di far perdere al sindacato la sua funzione di rappresentanza sociale, di farlo diventare, in prospettiva, un esecutore di servizi, di pezzi di stato sociale decisi dal legislatore, da altri.
Immaginatevi la ricaduta dirompente di un meccanismo del genere in un modello politico bipolare e le conseguenze sull’indebolimento della capacità di incidere da parte del mondo del lavoro nelle politiche del paese.
Il tutto, di nuovo, alla faccia dell’autonomia e della coerenza, tanto proclamata da alcuni personaggi, anche in ambito sindacale.
Non si tratta di non volere la bilateralità.
Anzi, funziona bene dove è correttamente strutturata e, sicuramente, va ampliata ed aggiornata.
Così come va ampliata, con coraggio e lungimiranza, la politica dei servizi, di risposte nuove in una società che si fa sempre più complessa.
Ma mai, dico mai a scapito di funzioni contrattuali e di rappresentanza.

Ma alla fine di queste brevi e superficiali considerazioni, per quanto ci riguarda, per quanto riguarda noi dello Spi, rimane una indicazione semplice e chiara.
Lo Spi sta con la CGIL, discute con la CGIL e ne supporterà il dibattito e le iniziative di mobilitazione confederale che si svolgeranno da qui alle prossime settimane e ai prossimi mesi fino a confluire nella manifestazione nazionale che si terrà a Roma il prossimo 4 aprile.
Ma lo Spi ha anche temi che lo riguardano più direttamente, rispetto al sistema e al modello per i rinnovi contrattuali di cui abbiamo finora accennato.
Ha temi specifici da sostenere e da "presidiare" costantemente nel confronto politico con il Governo: la piattaforma unitaria presentata lo scorso anno, il recupero del potere d’acquisto delle pensioni, la costituzione del fondo per la non autosufficienza, il mantenimento e l’implementazione delle risorse destinate alle politiche sociali e sanitarie.
Su questi argomenti la categoria ha organizzato una serie di appuntamenti, a partire da una settimana di sensibilizazione-mobilitazione nei territori, a fine mese, per arrivare ad una manifestazione nazionale a Roma organizzata per il 5 marzo.
E’ giusto rimettere al centro dell’attenzione i problemi dei pensionati, anche perché non vorrei passasse l’idea, che fa breccia ogni tanto anche tra di noi, che i pensionati oggi siano quelli più garantiti.
Se è giusto scegliere delle priorità per la crisi, a partire dal sostegno economico a chi non ha più lavoro e al potenziamento, dunque, degli ammortizzatori sociali, sarebbe sbagliato dimenticarsi di chi, comunque, vive e da tempo situazioni di sofferenza e difficoltà.
E le risposte non stanno né nella social card né nel bonus famiglia inventato da questo governo o da qualche governatore di turno.
Queste brevi considerazioni - brevi per scelta e per l’economia dei lavori della giornata odierna - sulle questioni generali saranno riprese, arricchite ed integrate dalle vostre osservazioni e dal dibattito.
Vorrei però che questo dibattito prestasse attenzione alle proposte che oggi formuliamo, e che riguardano (dopo la definizione dei nuovi assetti dello Spi di Bergamo) il programma di lavoro che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi.
Come sempre si tratta di proposte aperte, confrontate in sede di segreteria e con il nostro apparato, passibili di miglioramenti e di integrazioni.
Crediamo sia fondamentale, in una fase complicata e difficile come questa, fare una altra cosa che può apparire semplice e banale, ma che invece è molto utile ed importante: cercare, ciascuno per la propria parte, di fare bene, al meglio, il proprio lavoro.
E sul piano dei rapporti unitari, almeno in sede locale, pare che le preesistenti condizioni di buona collaborazione possano trovare continuità.


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