VIII Congresso territoriale SPI CGIL di Bergamo

Relazione introduttiva di Edoardo Bano

 

 

Il Congresso territoriale

Buon pomeriggio a tutte le delegate e i delegati e agli invitati e agli ospiti intervenuti ai lavori del nostro Congresso. Per iniziare, ricordo che la segreteria che si presenta uscente a questo Congresso non è quella che è stata eletta nel 1996. Come tutti sapete, l’elezione di Maurizio Laini a segretario generale della Camera del lavoro di Bergamo ha comportato la costituzione dell’attuale organismo, eletto il 13 novembre dell’anno scorso. Lo stesso Laini aveva sostituito in corso d’opera Gianluigi Asti, segretario durante il precedente Congresso. Un mandato congressuale, tre segretari, ma sicuramente una continuità e una crescita evidente, grazie alle compagne e ai compagni che con il loro lavoro hanno garantito il radicamento e l’ampliamento dello SPI.

Dall’ultimo Congresso gli iscritti sono cresciuti di 7299 unità, passando dai 33.607 del 31 dicembre 1995 ai 40.906 del 31 dicembre 2000. Le sedi territoriali sono passate da 30 a 36, la qualità e la visibilità delle iniziative di questi anni è a voi nota perché l’avete vissuta in prima persona. Dopo un anno di assestamento e di attività della nuova segreteria si tratta ora di selezionare maggiormente le esperienze fatte, radicare di più la nostra presenza nel territorio e far decollare la contrattazione territoriale (o negoziazione sociale). Lo SPI, dopo essere diventato interlocutore autorevole per la capacità di progetto e proposta, deve ribadire e consolidare - insieme a FNP e UILP - una propria autorità negoziale diffusa e qualificata. Questa è la nostra sfida. Difficile, ma necessaria e possibile. Tutto ciò naturalmente senza trascurare le svariate attività e i molti servizi che svolgiamo.

Il Congresso territoriale rappresenta la seconda tappa del percorso congressuale del 14° Congresso CGIL: la prima è stata quella dei congressi di base. Come sapete, il 14° Congresso è stato organizzato sulla base di due mozioni alternative e contrapposte, che in un momento difficile e complicato come quello attuale concorrono a delineare una CGIL nella sua complessa articolazione.

I ben noti avvenimento internazionali – vedi il terrificante attacco del terrorismo internazionale agli USA dell’11 settembre, che ha fatto migliaia di morti inermi e aperto una nuova e più complessa fase nel mondo, con scenari di terrore e di guerra - si sono rovesciati come un uragano, mutando il quadro generale degli equilibri, delle politiche e delle priorità di moltissimi paesi. Non stupisce quindi che anche le relazioni congressuali ne siano state segnate, e così pure il dibattito dei congressi di base.

In questo Congresso è stata estesa anche ai pensionati la regola "una testa un voto". Regola che ha consentito ai pensionati di contare per il peso che hanno, anche se - giustamente - metà dello stesso è stato utilizzato in solidarietà delle categorie degli attivi.

Nella CGIL di Bergamo, due anni fa, è avvenuto il "sorpasso" degli iscritti pensionati su quelli attivi. Ciò mette in luce che anche qui è aperto il problema del rapporto tra sindacato e giovani lavoratori, in particolare delle piccole imprese, dell’artigianato, dell’interinale e di tutti quei lavori chiamati "atipici", che chiedono dignità e nuove tutele, ma che è ancora difficile rappresentare e organizzare .

 

Congressi di base

L’organizzazione dei congressi di base ha comportato la complicata ma indispensabile definizione delle regole di convocazione e gestione delle assemblee, le garanzie di pariteticità di spazi, presenze e controllo tra le mozioni, con l’accertamento e la verifica degli esiti proprio per il riflesso politico degli stessi in termini di rapporto tra le due mozioni. I documenti e le lettere di convocazione sono stati spediti ad ogni iscritto. Per facilitare la partecipazione di pensionati e iscritti, i congressi delle 23 Leghe SPI si sono realizzati attraverso ben 138 assemblee comunali.

La partecipazione è stata verificata e certificata: è risultata buona non solo quella degli iscritti, ma anche quella dei non iscritti coinvolti. La buona presenza delle donne alle assemblee ci dice che il divario tra iscritte e attiviste, può essere migliorato con specifiche attività rivolte alla loro promozione.

Nel complesso il dibattito è stato positivo e partecipato ed ha fatto emergere la grande preoccupazione che serpeggia tra pensionati sul futuro dello stato sociale (pensioni, sanità, assistenza) e per la messa in discussione di quanto conquistato con la Finanziaria 2001 (riduzione Irpef, abolizione ticket, ecc.).

Il voto, su mozioni e delegati ha dato un esito politico che attribuisce il 92,30% alla maggioranza e il 7,70% alla minoranza, con una buona percentuale di votanti in rapporto agli iscritti. Le responsabilità che ci derivano dal criterio "una testa un voto" - e cioè dal peso del voto dei pensionati rispetto ai risultati validi per la CGIL nel suo complesso - devono vederci adottare tutte le misure atte a garantire una partecipazione più elevata al dibattito e soprattutto al voto. Una misura possibile è certamente quella di tenere aperto le urne il più a lungo possibile per poter ottenere una più alta partecipazione.

Nella prima riunione del C.D. SPI che convocheremo dopo il Congresso analizzeremo l’esito nei congressi di base e, partendo dagli indirizzi programmatici assunti dal Congresso, definiremo il programma di lavoro 2002.

 

La globalizzazione

Il contesto nel quale noi operiamo è quello di un mondo che si è fatto progressivamente più piccolo e veloce per le produzioni, le merci, i capitali, la trasmissione delle conoscenze. Questo processo è stato chiamato globalizzazione.

Un mondo nel quale regnano sovrane le leggi del profitto selvaggio, dello sfruttamento di popoli e paesi, lo sfruttamento dei minori e in cui troppo lentamente avanzano la cooperazione internazionale, l’aiuto allo sviluppo, la liberazione dalle forme più estreme di bisogno.

Un mondo nel quale per fame e per stenti muore un bambino ogni 8 secondi.

Un mondo nel quale luminosi spiragli di umanità sono dati dalle organizzazioni del volontariato internazionale che operano nei paesi più colpiti dal sottosviluppo, dalle guerre, dai conflitti etnici (ricordiamo l’impegno nei Balcani della nostra NORD SUD). In particolare, il pensiero va oggi a quanto ha fatto negli ultimi 10 anni e continua a fare Emergency in un paese martoriato come l’Afganistan.

Un mondo che sempre meno può essere governato da pochi paesi sia pure potenti, come quelli che stanno nei G8.

Un mondo che ha bisogno di più governo politico dei processi, più regole cooperative, più tassazione delle rendite e dei capitali a livello internazionale, più valorizzazione delle produzioni dei paesi del sottosviluppo e in via di sviluppo. Purtroppo non si sta andando in questa direzione.

L’immobilismo di questi ultimi dieci anni è diventato insopportabile e ha mosso la coscienza di tanti giovani.

Giovani che si organizzano, che manifestano, che contestano la situazione esistente e chiedono cambiamenti, vogliono che l’ONU sia sempre più la sede delle grandi decisioni per la cooperazione, la lotta alla fame, alle malattie che devastano interi paesi.

Giovani che gridano: "un altro mondo è possibile".

Giovani che a Genova durante il G8 sono stati anche vittime di una violenza organizzata per screditare una grande manifestazione. Giovani cresciuti nel benessere e nel consumismo, che hanno fatto percorsi ed esperienze diverse, ma che rappresentano la speranza di continuità per le lotte di giustizia sociale nel mondo e nel nostro paese.

E’ necessario dialogare con questi giovani, confrontarsi cercando di capirli, offrire loro la nostra esperienza, senza pretese di insegnare nulla, nel rispetto delle reciproche autonomie.

A modo loro hanno raccolto un testimone, e ora guardano criticamente il mondo e le sue tremende contraddizioni, che sono oggi anche più gravi di un tempo ma alle quali tuttavia rischiamo di assuefarci.

Il Governo e la destra, dopo i fatti di Genova hanno tentato di ghettizzarli e anche di criminalizzarli. Noi dobbiamo far fallire questi tentativi ed evitare che confondano – in malafede – la violenza con la libera e pacifica espressione di dissenso. Il diritto di manifestare non è acquisito per sempre: questo è il momento di difenderlo.

 

L’attacco dell’11 settembre

Il fulmineo e tragico attacco terroristico dell’11 settembre e le sue migliaia di morti sono stati come un risveglio di soprassalto. Ciò che non era immaginabile è successo.

In un mondo che si è fatto piccolo, anche il terrorismo ha superato ogni confine, proprio come i flussi di denaro che lo sostengono. Alcuni uomini sono disposti a morire per uccidere, in nome di un dio e contro una presunta essenza del male.

Niente può giustificare tutto questo e non ci può essere tregua nella lotta per combatterlo.

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo con forza. Anche se non abbiamo aspettato questa tragedia – come ha fatto il presidente USA – per riconoscere che i palestinesi hanno diritto ad uno Stato. Anche se la nostra marcia è stata la Perugia – Assisi e non le manifestazioni della destra, strumentalmente organizzate dalle forze di governo, con il loro sventolìo di bandiere americane quasi a celebrazione della guerra.

Lotta al terrorismo dunque, avendo sempre presente che tutti i grandi problemi del mondo - dalla fame, alle tremende disuguaglianze, al fondamentalismo religioso - non hanno più confini, ed esigono politiche globali, governo dei processi economici, aiuti allo sviluppo, sostegno della democrazia, dei diritti, del rispetto delle diversità etniche e religiose, risposte alle legittime aspettative di popoli.

Per tutto questo abbiamo ribadito il nostro NO forte e chiaro al terrorismo e il nostro SÍ alla pace.

Nel corso delle assemblee di dei congressi di base, il dibattito sugli avvenimenti in corso è stato molto articolato.

Ma le differenti posizioni che si sono evidenziate - nelle nostre assemblee come un po’ dovunque nel paese, tra chi crede nella necessità dell’uso della forza e chi al contrario ritiene possibile solo l’uso dell’iniziativa politico-diplomatica - hanno rivelato molte preoccupazioni e aspirazioni comuni.

Accanto all’obiettivo primario di sconfiggere il terrorismo internazionale – che per alcuni richiede anche l’uso mirato dell’intervento armato – c’è il timore che il conflitto possa espandersi in una spirale incontrollata, o che assuma le caratteristiche della "guerra santa"; in particolare preoccupa il possibile radicalizzarsi delle tensioni e delle guerre già in atto, a cominciare dalla Palestina.

Si teme anche che la potenza USA si possa espandere in modo incontrollato, aggravando ulteriormente gli squilibri mondiali; che la guerra venga "usata" per perpetrate ingiustizie o per varare regole liberticide verso ogni spazio di autonomia e dissenso politico e sociale.

Condivisa è anche l’individuazione di alcuni punti prioritari e imprescindibili sulla strada della lotta al terrorismo e della costruzione di un mondo più giusto e in pace, tra cui emergono in particolare: un governo mondiale sotto l’egida dell’Onu, un ruolo più autorevole dell’Europa, un piano di aiuti umanitari alle popolazioni colpite.

In una situazione tanto complessa e drammatica chiedo a tutti la disponibilità al rispetto delle opinioni altrui, nella consapevolezza della necessità di un comune e generale impegno a lungo termine, capace di incidere sugli avvenimenti e di contribuire alla costruzione di una pace giusta e duratura.

 

La politica del Governo

A livello nazionale ci troviamo davanti alla esplicitazione concreta della linea politica e strategica della Casa delle Libertà. E le preoccupazioni già espresse dalla CGIL sul programma elettorale della coalizione di centro-destra si sono rilevate, purtroppo, giustificate. Se prendiamo in considerazione gli atti deliberati o in via di approvazione il quadro che emerge è forse peggiore di quello che si poteva presumere. Ci riferiamo alla manovra cosiddetta dei 100 giorni, al disegno di legge finanziaria, al Libro Bianco di Maroni, alla bozza di provvedimento emesso dal Ministro della Salute circa i Livelli essenziali da garantire, al decreto, già approvato al Senato, che recepisce l’Accordo Stato-Regioni sulla sanità dell’8 di agosto e ultima arrivata la delega sul mercato del lavoro.

Ne risulta un quadro di misure che possiamo definire, assieme alla CGIL:

insufficienti, perché mancano o sono ridotte le risorse a sostegno dello sviluppo, si è dimenticato qualsiasi intervento a sostegno del Mezzogiorno, vengono ridotte le risorse destinate alla ricerca;

inique, perchè tolgono qualcosa a tutti e concedono a pochi. Si premiano le imprese, ma non quelle piccole e l’artigianato, con la Tremonti-bis con un costo per l’erario che supera i 6.000 miliardi, ma non si trovano i soldi per rinnovare i contratti del Pubblico Impiego almeno con la difesa del potere d’acquisto (mancano 2.600 miliardi). Si trovano i soldi per cancellare la tassa di successione anche oltre i 350 milioni, come già concesso da un provvedimento del precedente Governo, ma non quelli necessari per la restituzione del fiscal-drag. Anche la concessione di 7.2oo miliardi per l’innalzamento delle pensioni minime ad un milione lordo e l’elevazione della detrazione prevista per ciascun figlio a carico a circa un milione, vede come contropartita il rinvio della riduzione delle aliquote IRPEF già previste per il 2002, la sospensione della soppressione in due anni dei tickets sulla diagnostica e la specialistica e la riduzione dei trasferimenti agli Enti Locali nei prossimi anni con l’invito esplicito ai Comuni ed alle Provincie, per rispettare il pareggio del bilancio, a ricorrere a forme di autofinanziamento tramite l’attivazione di forme di compartecipazione alle spese da parte degli utenti - col risultato che le popolazioni delle regioni meno ricche avranno meno servizi e per di più pagando -.

Dalla ricerca commissionata dallo SPI al CER circa gli effetti della finanziaria sui bilanci delle famiglie risulta che solo il 15% della popolazione avrà un beneficio dai contenuti della legge, il 40% avrà un effetto neutro ed il restante 45% sarà addirittura penalizzata. Nella platea dei pensionati e degli anziani i beneficiati scendono addirittura verso il 10%.

 

La legalità e la democrazia

Ma questo Governo cammina speditamente anche su un altro terreno, altrettanto pericoloso: quello della riduzione dei livelli di legalità. Come leggere altrimenti il varo dei provvedimenti che aboliscono il reato di falso in bilancio, che rendono difficoltoso l’utilizzo delle rogatorie internazionali (legge addirittura retroattiva!), che introducono la sanatoria praticamente totale per coloro che riportano in Italia dall’estero capitali di non precisata origine. E come spiegare se non con una volontà liberticida l’attacco continuo, quotidiano alla magistratura? Ed è difficile non rilevare come da tutta questa serie di provvedimenti fatti approvare a tamburo battente dal Parlamento, anche con voti di fiducia, ne esce come un macigno pesante sulla vita democratica, il conflitto di interessi, del quale non si parla più.

La tenuta democratica viene però messa in discussione anche su un altro versante: quello della coesione sociale.

La coesione sociale può essere definita quell’insieme di norme (leggi o accordi) che regolano i rapporti tra gli individui e tra le loro organizzazioni. Dal rispetto di esse nasce il comune sentire di una nazione ed il senso di appartenenza ad una comunità di persone, in ultima analisi il rispetto di norme democratiche che costituiscono l’asse portante del vivere civile di un popolo.

 

Il libro bianco

Per comprendere come il Governo di centro-destra intende affrontare questo delicatissimo tema, occorre andare a leggere il Libro Bianco presentato dal Ministro del Lavoro e del Welfare, Maroni, Libro Bianco che naturalmente si occupa del mercato del lavoro e delle Relazioni industriali.

Il Libro pone la necessità di superare la contrattazione centralizzata ed andare all’ampliamento dei differenziali salariali con la dichiarata volontà di reinventare l’intero diritto del lavoro attorno alla dimensione individuale del rapporto. Logicamente si ipotizza il superamento dello Statuto del Lavoratori. Alla contrattazione collettiva si assegna un ruolo di "norma cornice" derogabile a livello territoriale o di impresa e comunque in sede di contratto individuale. In questo quadro la concertazione deve sparire, così come non ha più senso mantenere in vita la politica dei redditi prevista dall’accordo del 1993.

Il collocamento, cioè la mediazione tra domanda ed offerta, viene affidato pertanto al "libero mercato" quando ormai in tutto il mondo ci si è resi conto che i meccanismi del mercato non garantiscono nessuna crescita occupazionale duratura e che solo l’attivazione di politiche pubbliche mirate, fatte soprattutto di qualificazione professionale e di ricerca applicata, possono portare il tasso di disoccupazione a livelli fisiologici.

Infine, affrontando il tema degli ammortizzatori sociali, il Libro Bianco stabilisce che la loro riforma deve avvenire a costo zero, cioè attraverso risparmi da altri capitoli della spesa sociale, quindi con la riduzione delle prestazioni previdenziali e sociali pubbliche.

Se si riflette su tutta l’impostazione della politica economica del Governo Berlusconi a partire dal DPEF ci si rende conto di come ogni calcolo sia basato sulla riduzione della spesa sociale. I parametri presi a misura sono palesemente sopravvalutati, vedi quelli della crescita, e gli obiettivi di bilancio di difficile raggiungimento. Rientrare nei parametri del Patto di stabilità europeo con queste premesse sarà molto difficile e poiché tutte le altre uscite sono irriducibili rimane solamente la possibilità di andare a pescare nella spesa sociale. Il che tra l’altro corrisponde anche ad una scelta strategica del Governo in sospetta concordanza con la Confindustria, che in questi settori vede finalmente aprirsi la possibilità di spazi per il privato e quindi per il business.

Con queste premesse è evidentemente giustificata la preoccupazione di CGIL,CISL ed UIL circa la volontà del Governo di voler utilizzare lo strumento della delega per intervenire su fisco, previdenza e mercato del lavoro.

Dobbiamo anche ricordare qui l’azione che il Governo sta conducendo di gran lena coi suoi Ministri, per smantellare tutte le conquiste sul terreno delle riforme che con tanta fatica e lavoro siamo riusciti a concretizzare nella precedente legislatura. Basti qui citare l’opera della Ministra Moratti nella scuola e del Ministro Sirchia nella sanità e l’abbandono nel quale è caduta la legge di riforma dell’assistenza, per la quale non è prevista in finanziaria alcuna risorsa aggiuntiva, neppure quelle già previste dalla precedente legge finanziaria.

Nella sanità, accanto al ritorno dei tickets sui farmaci si sostiene l’aziendalizzazione di tutti gli ospedali mentre l’emendamento che prevede la privatizzazione dei maggiori centri di ricerca e che in un primo momento sembrava ritirato, è stato reinserito nella finanziaria. Si cammina inoltre speditamente verso la definizione di 20 sistemi sanitari diversi nelle regioni del paese.

Nella previdenza aleggia minacciosamente l’idea di ridurre del 10% l’aliquota di contribuzione con il duplice risultato di far mancare all’Istituto risorse per pagare le pensioni in essere e ridurre fortemente le pensioni future calcolate col sistema contributivo.

Siamo in presenza di una manovra complessiva non solo iniqua, ma anche pericolosa. Ma purtroppo bisogna riconoscere che la percezione di massa non coglie ancora la negatività dell’impianto.

 

La risposta delle confederazioni e della Cgil

La pressione unitaria delle Confederazioni ha convinto il Governo a rinviare la decisione sulla delega della previdenza al 15 dicembre. Ma il rinvio è probabilmente dovuto al tentativo di non esasperare la tensione col sindacato su un tema sul quale il rapporto unitario è particolarmente forte.

Le preoccupazioni si sono tra l’altro materializzate nella delega sul mercato del lavoro che il Governo ha riconfermato lunedì scorso, su pressione di Confindustria. Si tratta, in sintesi dell’abolizione, per altre vie, delle garanzie del reintegro previste dall’art.18 circa i licenziamenti senza giusta causa. Il licenziamento è possibile in tre casi:

nelle aziende che emergono dal lavoro nero;

nelle aziende che passano da meno di 15 dipendenti a più di 15;

nel caso di passaggio da contratti a tempo determinato a tempo indeterminato.

Ciò resta valido, in via sperimentale, per quattro anni. Il tutto in paleso contrasto con la Carta Europea dei diritti fondamentali che vieta rigorosamente licenziamenti senza giusta causa. Il superamento del contratto nazionale con il passaggio al contratto individuale trasforma il rapporto di lavoro in un accordo commerciale facendo venire meno il valore centrale del contratto collettivo, cioè la difesa della parte più debole. Così come l’abbandono della concertazione e della politica dei redditi rimanda la definizione di ogni rapporto alle tendenze del libero mercato.

Di fronte alla conferma della delega da parte del Governo, forse incoraggiato dal voto siciliano, CGIL, CISL e UIL hanno deciso di aprire un percorso di mobilitazione e di lotta articolata, che prevede i seguenti obiettivi e percorsi:

contro la modifica dell’articolo 18
2 ore di sciopero generale articolato da effettuarsi dal 5 al 7 dicembre
contro lo stanziamento "insufficiente" per il pubblico impiego nella Finanziaria
sciopero di 8 ore del pubblico impiego il 14 dicembre.

Credo che sia superfluo sottolineare quanto sia importante garantire tutto il nostro impegno e sostegno alle iniziative, che per il loro carattere articolato richiedono un nostro contributo originale come pensionati, pur sapendo che la prossima settimana è già densa di impegni e si concluderà con il Congresso camerale del 6 e 7 dicembre.

 

L'iniziativa dei sindacati dei pensionati

Come SPI siamo riusciti, assieme a FNP ed UILP nazionali, a dare una lettura critica unitaria della legge Finanziaria in discussione al Parlamento e abbiamo concordato, per ciò che compete alle Organizzazioni dei pensionati, le modifiche da richiedere al Governo e che abbiamo inviato al Ministro Maroni. In sostanza, abbiamo concentrato la nostra attenzione su due temi, due priorità: le pensioni e la non-autosufficienza delle persone anziane.

Per le pensioni chiediamo di:

garantire il diritto al minimo vitale per tutti i cittadini anziani in condizione di bisogno;

assicurare il mantenimento di una differenza tra pensioni previdenziali e pensioni assistenziali;

attuare l'art. 11 comma 2 del Dlgs 503/92 attuando una verifica periodica tra Governo e parti sociali sull'andamento del reddito netto dei pensionati in rapporto anche all'andamento del PIL, per evitare il riproporsi del fenomeno definito "pensioni d'annata";

approvare definitivamente la "sanatoria" per gli indebiti INPS.

Per la non autosufficienza:

nell'ambito del Fondo nazionale sociale (art.20 legge 328/2000) dare vita al Fondo Nazionale per le persone non autosufficienti con una dotazione aggiuntiva a quella stanziata nel Fondo sociale Naz.le di 1.000 miliardi per il 2002, di 2.000 per il 2003 e di 3.000 per il 2004;

le somme stanziate sono da ripartire tra le Regioni in maniera vincolante all'attuazione di un Progetto per il potenziamento dei servizi di Assistenza domiciliare integrata per le persone non autosufficienti (comma 3 art.15 legge 328/2000);

il Governo si impegna ad emanare un Atto di indirizzo e coordinamento per la definizione degli obiettivi e dei criteri di applicazione del Progetto e per la individuazione degli impegni richiesti alle Regioni per la realizzazione in ogni zona sociale della rete dei servizi di assistenza domiciliare integrata.

Sulla realizzazione di un Progetto per la non-autosufficenza delle persone anziane, problema oggi di dimensione enorme per il numero delle famiglie coinvolte, se non troveremo risposte adeguate da parte del Governo, ribadiamo la nostra volontà di promuovere assieme a FNP ed UILP una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare, per la quale stiamo già lavorando alla stesura dell'articolato.

Queste posizioni dei pensionati sono un importante contributo unitario nel difficile e complicato confronto-scontro che si è aperto con il Governo, perché aiutano a stare nel merito dei problemi, favoriscono l’unità tra CGIL, CISL e UIL e rafforzano la mobilitazione.

 

L’unità sindacale

L’avvento del bipolarismo, l’esplicitazione dei programmi elettorali e delle coalizioni prima del voto, la vittoria del centro-destra sulla base di un programma alternativo al nostro, la volontà di ridimensionare il ruolo del sindacato dopo la fase dell’emergenza e del risanamento dei conti e l’entrata in Europa, i profondi cambiamenti nel lavoro e nella società, sono tutte condizioni che stanno mettendo a dura prova i rapporti tra le organizzazioni confederali.

Sono maturate diversità di lettura dei processi in atto e si sono costruite differenti risposte di merito su temi quali il mercato del lavoro, il modello contrattuale, l’universalità dei diritti. Si sono registrate dolorose ferite con la rottura sui contratti a termine e con quella in corso sul contratto dei metalmeccanici, che chiama in causa anche i nodi aperti delle regole della democrazia sindacale. E’ esplosa la contraddizione di un ruolo di contrattazione universale (il contratto vale per tutti) e l’assenza di regole vincolanti in caso di dissenso tra le organizzazioni. Nella vicenda dei meccanici ha prevalso la conta del numero delle organizzazioni sindacali e non la decisione dei lavoratori.

Questa strada è molto pericolosa perché in assenza di regole codificate potrebbe più facilmente essere messa in discussione la validità universale del contratto (vale solo per i tuoi iscritti) oppure verificarsi la nascita di sindacati di comodo che firmano contratti al ribasso (deregolazione selvaggia), il che spianerebbe la strada all’obiettivo di Confindustria e del Governo sui contratti individuali.

La strada dell’unità va quindi perseguita senza scorciatoie, attraverso il confronto di merito unito alla ricerca di tutte le possibili sintesi unitarie che salvaguardino la dignità e le prerogative di ogni organizzazione e la partecipazione decisiva di lavoratori e pensionati. Cose che finora i sindacati dei pensionati sono riusciti a realizzare.

 

Le politiche della Regione

Il centro-destra, prima di ritornare al potere in Italia il 13 maggio scorso, ha attuato in Lombardia la sperimentazione di politiche fondate sullo slogan "riprendiamoci lo Stato", o più precisamente "Meno Stato, più società, più privato, più mercato". Tali politiche hanno consentito a Formigoni di rivincere le regionali e hanno contribuito significativamente alla vittoria nazionale del centro-destra.

Ma il modello lombardo, che pure dovrebbe essere la ricetta che viene proposta a tutto il paese, comincia a manifestare gravi contraddizioni e crepe.

Nella Sanità, l’apertura indiscriminata ai privati ha prodotto – accanto a un aumento degli affari dei privati stessi - due risultati negativi per i cittadini: un forte deficit del settore ed un ulteriore ridimensionamento della prevenzione a favore della cura.

Di conseguenza, per rientrare dal deficit, la Regione propone con il nuovo Piano socio sanitario regionale il taglio dei posti letto e la privatizzazione degli ospedali, la riduzione dei posti nelle Case di riposo (RSA), l’esternalizzazione dei servizi di assistenza e di cura, la reintroduzione dei ticket, la nascita delle assicurazioni mutualistiche private e un maggior costo a carico dei cittadini.

A proposito delle problematiche relative alla "non autosufficienza", come SPI, FNP e UILP sosteniamo da tempo la vertenza "dare voce a chi non l’ha", al fine di strappare alla Regione adeguate e innovative politiche. Si è consumata la fase di sperimentazione del "buono socio sanitario", sbandierato in piena campagna elettorale, ma poi concluso con la mortificazione dei 1.429 anziani bergamaschi (sui 2.137 ammessi) che, pur avendo i requisiti richiesti, sono stati esclusi perché le modalità scelte e le quantità del finanziamento erano sbagliate e insufficienti, come i sindacati dei pensionati avevano più volte denunciato nelle manifestazioni svolte in primavera.

La continuità della vertenza sulla "non autosufficienza", il confronto sul Piano socio sanitario regionale, l’attuazione della legge quadro sull’Assistenza, sono dunque temi prioritari, che richiedono la definizione di una piattaforma unitaria e lo sviluppo del confronto e dell’iniziativa a livello regionale e territoriale per impedire ulteriori danni e far modificare politica alla Regione.

 

Bergamo e gli anziani

Le recenti cifre dell’ISTAT sul rapporto pensionati/occupati dicono che a Bergamo ci sono 589 pensionati ogni 1000 occupati. In Italia sono 763; 712 in Lombardia. Nella nostra provincia nel 1999 sono state erogate 329.719 pensioni a favore poco più di 250.000 pensionati, con un’età media di 66,7 anni. In Italia solo Rimini (con 540 per mille) e Bolzano (con 555) presentano un miglior rapporto tra pensionati e occupati.

Visti i dati, qualcuno a Bergamo si è subito precipitato a ipotizzare l’obiettivo di un INPS solo provinciale. Lo ha fatto ovviamente (e ottusamente) pensando che è meglio fare da soli, vista la media favorevole. Ma appena guarderà meglio i dati e scoprirà che esistono settori in deficit (a cominciare dall’agricoltura), tornerà sui giornali a spiegare che forse è meglio costruire un’Inps provinciale senza i fondi in deficit e via via fino a quando si ipotizzerà che è meglio l’assicurazione privata e personale, così non "corriamo il rischio di fare la solidarietà" con nessuno.

Si tratterebbe di puro egoismo e di grave miopia, perché i pensionati e gli anziani a Bergamo, come in tutto il mondo occidentale, sono destinati a crescere per il generale e positivo allungamento della vita e il contemporaneo calo della natalità. Questa crescita – che dovrà essere compensata con l’immigrazione - innesta processi duraturi e di grande portata, che offrono nuove opportunità ma pongono problemi molto seri da affrontare per tempo.

Tra le opportunità c’è la risorsa costituita dall’anziano con la sua carica di energia, intelligenza e disponibilità. Tra i problemi ci sono il suo invecchiamento e le sue fragilità da affrontare e risolvere.

Anche l’immigrazione costituisce al tempo stesso una risorsa e un problema, da governare e gestire con saggezza e giustizia e non da criminalizzare come propone il Governo.

Un’altra risorsa che rischia di andare perduta è rappresentata dal rapporto tra le generazioni, che va salvaguardato praticando politiche di sviluppo e progresso in grado di far fronte alle crescenti necessità di sostegno e solidarietà prospettando nel contempo alle giovani generazioni percorsi di tutela e sicurezza sociale adeguati.

 

L’anziano: diverse età, diversi bisogni

Le parole pensionato e anziano, non bastano più a descrivere la galassia che essi compongono, né sono sufficienti i termini terza e quarta età. Ogni persona che va in pensione, a prescindere dall’età, fa parte di quella galassia. Ma quest’ultima può essere meglio rappresentata come un percorso diviso in fasi che si diversificano per età, sesso, condizioni economiche, ambientali, sociali e di salute.

Le diverse condizioni sono portatrici di opportunità e problemi diversi. Per questo è utile tentarne una lettura, che per quanto grossolana può essere indicativa di un modo di lavorare che è sempre più necessario adottare.

Il percorso. Si possono, un po’ arbitrariamente, tracciare già oggi almeno tre fasi nel percorso di invecchiamento della persona.

Una prima fase (fino 65 anni) di generale indipendenza, dove la persona è ancora attiva e impegnata nella diverse attività (anche fisiche) della vita economica, sociale e culturale.

Una seconda fase (dai 65 ai 74) di relativa autonomia, ma nella quale si riduce l’attività fisica, sorgono bisogni di nuove relazioni, si ricercano maggiormente le attività sociali, culturali e di volontariato. Si manifestano anche le prime fragilità "della vecchiaia", che in genere vengono ancora compensate senza grandi traumi.

In queste prime due fasi l’anziano può costituire una risorsa di riferimento per l’assistenza alle fasce di età più alte.

Una terza fase (dai 75 in su) è quella che inizialmente possiamo chiamare "di alternanza", ma che si differenzia con il salire dell’età (ogni anno in più pesa). In essa crescono ulteriormente le fragilità psichiche e fisiche, spesso aggravate dalla solitudine acquisita per la lontananza dei figli o per la perdita del coniuge.

Il rapporto con la famiglia e la permanenza nel proprio domicilio deve fare i conti con queste nuove condizioni.

In questa fase si concentrano maggiormente i problemi:

del tipo di casa nella quale si vive (vecchia o nuova, riscaldata o no),

della sua dimensione (mini alloggio),

della sua struttura interna (antinfortunistica),

del piano in cui è collocata (piano terra oppure fornita di ascensore),

dell’organizzazione e dei servizi del quartiere in cui si abita (la viabilità, i trasporti, i negozi, l’ambulatorio, il centro sociale ecc.),

di come sono garantite e tutelate la sicurezza e la qualità della vita (vigile di quartiere, nonno vigile),

delle relazioni umane offerte e mantenute con amici, vicini, associazioni di volontariato,

dei servizi domiciliari presenti (SAD, ADI, e in particolare la creazione di Centri diurni),

del sostegno alle famiglie.

In questa fase si concentra maggiormente la sfida per tenere l’anziano nelle migliori condizioni e prolungare il più a lungo possibile la sua permanenza in casa e, in caso di malattia, avere la possibilità di trovare strutture adeguate in cui realizzare seri programmi di riabilitazione e di rientro a domicilio. La sfida va sorretta con l’ausilio di adeguate strutture di riabilitazione della persona anziana che oggi esistono in misura assolutamente inadeguata.

Infine, dopo i 80/85 anni, l’ "alternanza" tende a trasformarsi in "bisogno". Il ricovero permanente in strutture residenziali sanitarie è elevato e la condizione di non autosufficienza è diffusa. Il carico sulle famiglie rimane tuttavia notevole, anche perché si verificano più frequentemente anche le patologie più complesse e difficili, quali Alzheimer, Parkinson, demenza senile, che richiedono servizi e sostegni più qualificati e gravosi.

In questo quadro è utile ricordare che la condizione di non autosufficienza, fisica ed in diversi casi psichica, è la vera sfida, un esame per tutti. Oggi sono ancora in prevalenza le famiglie che si devono far carico del problema. Ciò è dovuto al desiderio di stare vicino ai propri familiari anziani, e quindi rappresenta una scelta, ma altre volte dipende dalla carenza di posti nella struttura residenziale o da problemi di natura economica. Una parziale risposta alla pesantezza del carico e all’insufficienza dei servizi di assistenza e di sostegno alle famiglie è costituita dal ricorso a persone straniere (donne provenienti dai paesi dell’est o dal Sudamerica), che assistono 24 ore al giorno la persona anziana non autosufficiente. Si tratta di un mercato illegale ma necessario, nel quale oltretutto le condizioni minime per l’assistenza (lingua, cucina, abitudini) vengono spesso acquisite in corso d’opera e di solito mancano completamente le competenze infermieristiche. Ne consegue la situazione paradossale nella quale si tuona contro gli immigrati mentre si affidano gli affetti più cari alla loro cura; situazione che ha trovato larga eco in alcune lettere apparse sulla stampa locale nei giorni scorsi.

Il problema della non autosufficienza va affrontato seriamente, a cominciare dalla questione della qualità servizio: ovvero di come favorire l’emersione di quel mercato, la sua regolarizzazione e qualificazione (formazione e addestramento) anche attraverso l’uso di strumenti idonei, quali agevolazioni fiscali o buoni servizio vincolati a determinate condizioni, che diano forte sostegno alle famiglie, soprattutto quelle più deboli.

La famiglia - risorsa sulla quale grava gran parte dell’assistenza all’anziano - è anch’essa in fase di veloce trasformazione. In soli 40 anni siamo passati dalla famiglia allargata della civiltà contadina alla famiglia mononucleare: da tanti che sorreggevano pochi, a un figlio ogni due genitori.

Bisogni di vita e di assistenza diversi. Nella nostra lettura entrano anche altre caratteristiche e aspetti non meno importanti, che vanno attentamente considerati, perché influiranno sulla domanda di assistenza e la differenzieranno significativamente.

Registreremo i seguenti cambiamenti:

da anziani abituati al risparmio per storia e condizioni, a futuri anziani meno abituati al risparmio;

da anziani spesso privi di titolo di studio, a futuri anziani più acculturati che domandano attività e servizi culturali più qualificati;

da anziani abituati a diete più semplici e spartane, ad anziani abituati a diete diversificate e personalizzate;

da anziani abituati a vivere insieme, ad altri ad anziani che preferiscono la stanza propria e personalizzata;

da anziani che cercavano cura e assistenza, ad anziani che cercano anche progetti di vita e di relazione.

L’obiettivo è quello di articolare la risposta e far coincidere la cura con la qualità della vita. Il quadro sopra descritto ha come conseguenza il crescere di una domanda diversificata di assistenza e di cura collegata a possibili progetti di vita, che ha effetti concreti sulle strutture fisiche, sulle modalità di erogazione e sulla qualità dei servizi offerti, nonché ovviamente sui costi.

Tutto ciò implica strutture meno elefantiache che offrano servizi qualificati e personalizzati. Implica anche misurare concretamente la distanza tra le esigenze della domanda e lo stato dell’offerta delle attuali strutture e servizi quando si affidano i familiari alla loro cura.

 

Bergamo e i servizi sociali

In Provincia è stato sottoscritto un patto per lo sviluppo che fatica a realizzare gli obiettivi prefissati. Orientato a dare risposte ai problemi di carattere infrastrutturale e viario, il patto è carente proprio sul versante che più ci interessa: quello dei servizi socio assistenziali. Per questa ragione CGIL CISL UIL e i sindacati dei pensionati intendono unitariamente operare per dare rapida attuazione alla legge quadro di riforma dell’assistenza (328/00). L’idea è quella di riequilibrare, nel Governo dei servizi socio assistenziali, i poteri di Regione e ASL a favore degli enti locali, con l’aiuto della Provincia per quanto concerne la promozione e il coordinamento.

La definizione dei piani di zona, le forme di aggregazione dei comuni, la messa in rete dei servizi. La definizione degli ambiti territoriali (che possono coincidere con gli attuali 14 distretti) sono i primi aspetti da considerare.

Proprio perché la volontà e il ruolo dei comuni potrebbero risultare decisivi, i comuni stessi vanno stimolati con proposte di lavoro e iniziative unitarie locali, che affidino un ruolo guida a quelli più significativi e di riferimento. L’occasione è davvero storica e fallirla sarebbe grave, perché la mancata realizzazione del sistema integrato farebbe ricadere sui comuni stessi i problemi non risolti.

La realtà è che c’è bisogno di un forte e concreto sostegno alla domiciliarità. Non basta dire alle famiglie che è meglio curare in casa l’anziano. Non basta affidare ai privati che investono nel sociale un ruolo sostitutivo e non integrativo dei servizi sociali pubblici, come ha stabilito il comune di Bergamo. Non basta fare solo ottimizzazione della spesa e non destinare una lira in più ai servizi sociali nel bilancio 2002, come ha comunicato l’assessore ai servizi sociali del comune di Bergamo Maurizio Bonassi nel corso del primo incontro sulla nostra piattaforma per la città avvenuto lo scorso 23 novembre. Bisogna investire risorse e realizzare servizi più adeguati.

 

La negoziazione sociale

Il protocollo d’intesa del 9 ottobre 2001, sottoscritto dai sindacati regionali dei pensionati con l’Anci Lombardia e la Lega delle Autonomie locali sulla tutela della condizione anziana è un importantissimo riferimento per il confronto di merito con i comuni perché contiene un documento comune d’intenti su:

attuazione della Legge di riforma dell’Assistenza (328/00);

linee guida per la tutela della popolazione anziana nei bilanci preventivi comunali 2002.

Nelle linee guida vengono infatti esplicitati i capitoli sui quali dovremo lavorare:

programmazione locale, con appositi capitoli di bilancio con le risorse destinate alla popolazione anziana;

definizione dei piani socio assistenziali locali;
servizi domiciliari per gli anziani;
prevenzione e cura della non autosufficienza;
applicazione dell’ISEE;
detrazioni ICI;
agevolazioni tariffarie;
sicurezza e vivibilità della città.

Che al centro di una nuova e diffusa fase di vertenzialità sociale debba essere il comune (ma non solo), è evidenziato anche dall’analisi sulla contrattazione territoriale nel periodo 1993/2000, realizzata dallo SPI nazionale l’11 settembre scorso. Risulta che ben il 76% dei 3.277 accordi analizzati è stato realizzato con i comuni. Altra importante annotazione riguarda il fatto che l’83% di quegli accordi sono stati realizzati insieme a FNP e UILP.

La necessità di diventare autorità negoziale diffusa nel territorio è data anche dal fatto che dei 1.137 accordi, realizzati dai pensionati in Lombardia nel periodo 1997/2000, solo poche decine sono quelli bergamaschi, prevalentemente rivolti all’applicazione dell’ISEE.

Questa necessità è condivisa anche da FNP e UILP territoriali ed è stata sancita nel documento unitario delle segreterie territoriali del 10 ottobre 2001 (che trovate nella cartella). Il documento contiene anche altri impegni comuni quali:

l’attuazione della legge quadro sull’assistenza;
il rilancio della vertenza con il comune di Bergamo;
il confronto con le Case di riposo (RSA)

 

Lo SPI di Bergamo

Gli indirizzi programmatici. Le segreteria uscente fornirà alla commissione politica una bozza di mozione per consentire al Congresso di esaminare e decidere gli indirizzi programmatici del nostro futuro lavoro.

La proposta formulata indica nelle politiche dell’abitazione e del trasporto due nuovi terreni di ricerca e iniziativa dello SPI, nella continuità dei diversi progetti in corso di realizzazione, tra cui quello sulla sicurezza e vivibilità .

Attività e strutture. Usciamo dai congressi di base con una struttura dello SPI complessivamente più rafforzata, rinnovata e più radicata nel territorio. Ci sono segnali che indicano il permanere di spazi per allargare l’area degli iscritti e quella degli attivisti volontari, e soprattutto individuano una crescente domanda di rappresentanza e di tutela collettiva e individuale. C’è quindi spazio per crescere e per lavorare.

L’andamento dei congressi di base dovrà essere esaminato attentamente, raccogliendo anche i segnali delle situazioni che richiedono interventi e rafforzamenti. Come ho già ricordato, questo sarà l’impegno del primo direttivo dopo il Congresso; ma già da ora credo si possa affermare che la buona partecipazione delle donne ai congressi di base ed anche quella che si registra ai corsi di Terza Università indichi la possibilità di migliorare il basso rapporto tra donne iscritte e donne impegnate negli organismi dello SPI, specie per quanto riguarda ruoli di direzione.

 

Le Leghe

Nel Congresso voteremo la "Proposta di modifica statutaria della disciplina delle Leghe SPI" - predisposta dal CD SPI nazionale - che chiude la lunga discussione sull’autonomia politico-finanziaria delle leghe stesse.

All’articolo 19 si precisa cos’è e come funziona la Lega; all’articolo 29, che regola l’autonomia amministrativa, si precisa che anche la Lega è una associazione giuridicamente e amministrativamente autonoma, "salvo quanto previsto all’ultimo comma delle stesso articolo che precisa che (omissis) in deroga a quanto sopra, il Centro regolatore regionale, di concerto con le strutture SPI presenti nel territorio, valuta il processo di sviluppo di ciascuna Lega e l’opportunità in relazione a ciò, di far esercitare le funzioni amministrative da parte del sindacato (provinciale o comprensoriale). In tal caso delle obbligazioni assunte ne risponde direttamente il sindacato territoriale di riferimento della Lega."

Possiamo chiaramente dire che la nostra attuale situazione organizzativa e amministrativa è in linea con lo statuto.

Gli organismi di lega, il comitato direttivo di Lega, che noi abbiamo inteso come luogo di partecipazione ampia, le segreterie, che hanno ruoli di promozione e gestione delle attività e i segretari di lega, sono riconfermati nei rispettivi ruoli ed a loro è affidata la promozione di nuovi energie, individuando uomini e donne che possano insieme a noi assumere ruoli di protagonisti.

Le politiche nel territorio, relative alla negoziazione sociale, alla erogazione dei nostri servizi, ad un crescente ruolo di consulenza e sportello, si fondano oltre che sul lavoro di compagne e compagni anche sullo sviluppo e la qualificazione delle nostre sedi, sull’aggiornamento delle nostre attrezzature e strumenti di lavoro.

 

I servizi

Se la negoziazione sociale con gli enti locali è il principale nostro obiettivo da sviluppare, non vogliamo certo né dimenticare né sminuire l’offerta dei servizi che siamo in grado di offrire al territorio.

Dal 1992, quando il servizio fiscale subì il salto di qualità dell’introduzione della dichiarazione dei redditi con il modello 730, si è registrata una costante crescita dei nostri servizi che ha richiesto sforzi significativi a tutta la CGIL, ma che ha avuto nello SPI e nelle compagne e compagni pensionati i principali protagonisti. Ho voluto ricordarlo non solo per ringraziarli, ma per ricordare che nel 2002 con l’introduzione generalizzata dell’ISEE dovremo fornire un ulteriore servizio. A questo proposito chiediamo all’intera CGIL di non delegare allo SPI tutto lo sforzo organizzativo e l’impiego di risorse, ma di coinvolgere anche le altre categorie nel sostegno delle attività e dei servizi.

 

Le Associazioni

In questi anni la CGIL è stata promotrice di tante altre attività, servizi e sportelli. Non è mia intenzione affrontarli in questa sede - se mai lo faremo al Congresso della CdLT -, mi preme però parlare di due associazioni che lo SPI ha promosso insieme alla CdLT perché i soggetti che coinvolgono sono prevalentemente pensionati e le loro attività si integrano con quelle dello SPI.

L’Auser è ormai radicata nella provincia. Oggi conta 42 unita locali (ULA) con circa 6.629 iscritti. Ogni giorno muove centinaia di volontari che operano per fronteggiare una crescente domanda di servizi di utilità sociale: dall’assistenza al trasporto degli ammalati, ad attività sociali di altro tipo. La fase che l’Auser sta attraversando - che ha bisogno di essere governata e gestita - è quella di una crescita costante, di maggiore autonomia finanziaria e di messa in campo di nuovi progetti. Saremo al loro fianco e non mancherà il nostro sostegno affinché questo sviluppo sia qualificato e dia grandi soddisfazioni a chi vi opera.

Terza Università è un patrimonio affermato e qualificato di benessere intellettuale e fisico che migliora la qualità della vita e le relazioni umane di un numero significativo di persone nel nostro territorio.

La qualità, la varietà e l’interesse che suscitano le proposte e i programmi (105 i corsi in programma con 1.364 iscritti e 2.621 posti/moduli prenotati), le modalità interattive e partecipative con cui si svolgono, fanno dell’attività di T.U. un riferimento esemplare, non solo nella nostra provincia.

Noi siamo convinti che T.U. può ancora crescere, e per farlo deve allargarsi di più nel territorio, interloquendo con quei comuni che sono interessati ad offrire anche ai propri cittadini le proposte di T.U. Specifiche iniziative finalizzate a far conoscere le proposte potrebbero rappresentare il terreno per realizzare nuove convenzioni con gli stessi. Ciò darebbe certamente più stabilità e maggiore autonomia allo sviluppo futuro di T.U.

 

Lo SPI comprensoriale

Direttivo comprensoriale. Per la composizione del CD comprensoriale riteniamo siano prioritari i criteri di continuità e rappresentanza politica, di genere, di zona, capacità di rinnovamento e di potenziamento delle risorse umane.
La dimensione del CD potrebbe essere analoga alla precedente.

Segreteria comprensoriale. A un anno dalla elezione, ci sottoponiamo alla verifica del Congresso, chiedendo di rinnovarci il mandato.

Sede comprensoriale. Dopo il trasloco nella nuova sede, siamo ancora in fase di assestamento dell’organizzazione del lavoro; nelle prossime settimane completeremo l’organizzazione e il lavoro dell’apparato comprensoriale, nonché il rapporto e l’inserimento della Lega 16, da poco trasferita nella sede centrale.

 

Il rapporto con FNP e UILP

Il nostro obiettivo di fondo è lo sviluppo della negoziazione sociale, tuttavia abbiamo la consapevolezza che il nostro ruolo è importante ma non sufficiente. Per dispiegare tutte le potenzialità è necessario il rapporto con le Confederazioni, in primo luogo la nostra, e soprattutto un rapporto con FNP e UILP, con i quali abbiamo tra l’altro definito comuni linee d’azione proprio su questo terreno, per produrre risultati significativi in tutto il comprensorio.

 

La questione Isrec

Nei giorni scorsi la maggioranza di centro-destra del Comune di Bergamo ha escluso l’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Isrec) dalla Fondazione "Bergamo nella storia", compiendo un atto di grave discriminazione.

Nella cartella trovate la lettera che abbiamo mandato al Presidente e al Direttore con la quale esprimiamo la nostra solidarietà e la condanna del grave atto.

Ci chiediamo quale "Bergamo nella storia" vorranno che venga scritta coloro che negano all’Isrec di entrare nella Fondazione.

L’uso delle istituzioni per tutelare i propri interessi personali, la forzatura delle regole democratiche, a pervicace volontà di ri-scrivere la Costituzione, le forzature e le intimidazioni dell’Esecutivo verso il potere giudiziario sono tendenza che gettano ombre inquietanti sulla convivenza civile nel nostro paese.

Come segreteria, proponiamo che il Congresso approvi un ordine del giorno da mandare al sindaco di Bergamo e chieda alla Camera del Lavoro di promuovere iniziative unitarie con l’obiettivo di rimuovere l’assurda discriminazione.

 

Nuova sede e centenario CGIL di Bergamo

Concludo ricordando che in questo difficile anno noi abbiamo tagliato due importanti traguardi.

Il primo è la realizzazione della nuova sede della CGIL di Bergamo che riporta sotto lo stesso tetto tutte le categorie ed i servizi che la compongono, consentendo a chi si rivolge di trovare in un unico posto ciò di cui ha bisogno. Lo consideriamo un risultato frutto dell’impegno di tutti, in particolare del vostro, un traguardo dal quale ripartire con nuovo slancio.

Il secondo è quello del Centenario della nascita della Camera del Lavoro di Bergamo. Cento anni di storia nei quali la nostra organizzazione ha attraversato momenti difficili, tragedie e guerre, ma - rapportandosi ai processi sociali in corso - ha sempre saputo riprendersi e affrontare i problemi posti dalle trasformazioni che il secolo scorso ha vissuto.

Nel nuovo secolo riproponiamo la nostra storia, i nostri valori, il nostro impegno, nella convinzione che possano contribuire a nuove conquiste di Libertà, Civiltà e Giustizia sociale, per un mondo diverso che è possibile ed una società a misura d’uomo.

Grazie e auguri di buon Congresso.

Edoardo Bano
segretario generale Spi Cgil di Bergamo

 

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