Pensioni: la strada è già tracciata

 

Nelle ultime settimane dalle colonne del quotidiano l’Unità si è sviluppato un dibattito sul futuro delle pensioni, aperto da una proposta di riforma illustrata dagli economisti Franco Modigliani e Marialuisa Ceprini.

In estrema sintesi, la proposta intende conseguire tre fondamentali obiettivi:

  1. costruire un sistema a capitalizzazione che progressivamente sostituisca l’attuale sistema pubblico a ripartizione;
  2. garantire gli stessi rendimenti pensionistici;
  3. ridurre il costo del sistema, diminuendo i contributi dal 33 al 19%;

Il tutto attraverso l’uso obbligatorio del TFR e un impiego più "fruttuoso" sul mercato finanziario del nuovo fondo.

Il dibattito che si è sviluppato sullo stesso quotidiano ha messo in rilievo che la maggior parte degli esperti nutre seri dubbi sulla percorribilità ed efficacia di tale proposta. Emerge soprattutto la netta sensazione che la proposta di Modigliani e Ceprini sia un grande azzardo tutto giocato su investimenti, i quali - per essere più fruttuosi - sono inevitabilmente più rischiosi.

Sarebbe interessante - aggiungo io - sapere a quali rischi ci si espone, se è possibile coprirli e, in tal caso, cosa costa e chi paga.

A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi ci ha pensato la crisi della Enron, la più grande società al mondo nel campo dell’energia, settima in ordine di grandezza in America, la quale ha fatto bancarotta per aver accumulato - e tenuto nascosto per diverso tempo - una montagna di debiti.

I dipendenti Enron, che hanno il 57,7% del proprio fondo pensionistico investito in azioni della stessa società, perdono in un colpo solo il posto di lavoro e più della metà della pensione. Se pensiamo che nelle più grandi società americane il fondo pensioni è quasi interamente investito nell’azienda in cui si lavora, noi abbiamo un quadro più preciso dei rischi che si corrono con la previdenza privata, che i liberisti nostrani ci propongono quotidianamente, facendo finta di dimenticare che la crisi del Giappone e dell’Argentina sono lì a rovinare il sonno di tanti investitori e dipendenti.

Negli anni ‘90 in Italia il problema pensioni è stato affrontato con le riforme del 1992 (Amato), 1995 (Dini) e 1997 (Prodi). Non è stata una passeggiata, si sono tolti non pochi privilegi, armonizzate diverse aliquote, unificati molti trattamenti e rivisti diversi "diritti acquisiti" del sistema pensionistico pubblico, che resta il primo e fondamentale pilastro del nostro sistema. Insomma non sono state riforme indolori; hanno però ricostruito un equilibrio tra entrate e uscite e salvaguardato un sistema che deve reggere le pensioni in atto e garantire, anche alle future generazioni, una dignitosa pensione pubblica.

Accanto al sistema pubblico riformato, le riforme prevedevano inoltre di avviare la costruzione della pensione complementare (secondo pilastro) di carattere contrattuale per i giovani. Ciò a partire da coloro che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi, per compensare la riduzione dei rendimenti del loro passaggio dal sistema di calcolo retributivo (sugli ultimi 10 anni) a quello contributivo (su tutta la vita lavorativa).

Il senso del processo di riforma era dunque dato dall’unione dei due "pilastri", che garantivano anche alle future generazioni una pensione complessiva analoga a quella maturata dai genitori o dai fratelli più grandi.

La tanto attesa e discussa verifica dei conti ha indicato che l’equilibrio costruito regge, al massimo in futuro sarà necessario limare qualche gobba, non certo rifare il sistema, come sostengono invece i signori di Confindustria.

Il governo, dopo mesi di tentennamenti e annunci, nel mese di dicembre ha varato un disegno di legge delega sulla previdenza che, tra altre misure che non riprendiamo per questioni di spazio, contiene:

  1. la riduzione di 3/5 punti percentuali dei contributi a carico delle imprese per i nuovi assunti (decontribuzione); ciò, oltre agli effetti negativi che produrrà sui lavoratori interessati, mina alla radice il sistema pubblico, perché riducendo le entrate fa saltare l’equilibrio dei conti faticosamente ricostruito in 10 anni di riforme. Ridicolo risulta il tentativo di richiamare l’aumento dei contributi a carico dei lavoratori atipici dal 13 al 16,9%, come misura di compensazione, visto che agli stessi non si riesce a garantire nessuna prestazione degna di tale nome.
  2. I fondi complementari contrattuali (fondi chiusi) sono messi in discussione dalla politica del governo che, attraverso misure fiscali paritarie e l’utilizzo obbligatorio del TFR, vuol favorire lo sviluppo dei fondi pensionistici delle assicurazioni private (fondi aperti).

La decontribuzione scassa il primo pilastro e l’assenza di misure fiscali mirate impedisce il decollo del secondo pilastro. Quindi è chiaro che, attraverso la delega, il Governo persegue l’obiettivo di vanificare le riforme fatte, mettere in crisi il sistema pubblico per favorire l’avvio del sistema delle assicurazioni private, che a quel punto sarebbero una via obbligata.

La scelta del Governo è una via sbagliata, costosa, iniqua e pericolosa, come dimostrano le esperienze che si stanno vivendo sul piano internazionale.

Il furore ideologico e gli interessi economici impediscono ai liberisti nostrani di ammettere che è molto più sicuro seguire la strada tracciata dalle riforme degli anni ‘90, rispetto all’avventura della previdenza privata.

A livello internazionale nessun paese e nessun sistema ha trovato l’uovo di Colombo per fronteggiare i grandi cambiamenti in atto nella composizione sociale del mondo del lavoro e della società. Tutti sono alle prese con il problema di far quadrare i conti e più di un paese ci invidia il lavoro già fatto negli anni scorsi per riequilibrarli.

La strada che noi pensiamo sia giusto e utile percorrere è quella tracciata dalle riforme fatte. Per questa ragione le cose fondamentali da realizzare sono:

la difesa dell’equilibrio dei conti realizzato sul sistema pubblico
il decollo della previdenza complementare contrattuale (fondi chiusi)
il potenziamento della previdenza dei lavoratori atipici o parasubordinati.

La premessa necessaria è la radicale modifica della delega varata dal Governo.

La riforma dello Stato sociale può essere completata in modo equo e solidale salvaguardando le pensioni di oggi e quelle dei pensionati di domani.

Il sindacato dei pensionati e l’intera CGIL sono in prima fila in questa decisiva battaglia di civiltà, che merita un sostegno ampio e popolare.

 

Edoardo Bano

 

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