Pensioni: la strada è già tracciata
Nelle ultime settimane dalle colonne del quotidiano lUnità si è sviluppato un dibattito sul futuro delle pensioni, aperto da una proposta di riforma illustrata dagli economisti Franco Modigliani e Marialuisa Ceprini. In estrema sintesi, la proposta intende conseguire tre fondamentali obiettivi:
Il tutto attraverso luso obbligatorio del TFR e un impiego più "fruttuoso" sul mercato finanziario del nuovo fondo. Il dibattito che si è sviluppato sullo stesso quotidiano ha messo in rilievo che la maggior parte degli esperti nutre seri dubbi sulla percorribilità ed efficacia di tale proposta. Emerge soprattutto la netta sensazione che la proposta di Modigliani e Ceprini sia un grande azzardo tutto giocato su investimenti, i quali - per essere più fruttuosi - sono inevitabilmente più rischiosi. Sarebbe interessante - aggiungo io - sapere a quali rischi ci si espone, se è possibile coprirli e, in tal caso, cosa costa e chi paga. A raffreddare ulteriormente gli entusiasmi ci ha pensato la crisi della Enron, la più grande società al mondo nel campo dellenergia, settima in ordine di grandezza in America, la quale ha fatto bancarotta per aver accumulato - e tenuto nascosto per diverso tempo - una montagna di debiti. I dipendenti Enron, che hanno il 57,7% del proprio fondo pensionistico investito in azioni della stessa società, perdono in un colpo solo il posto di lavoro e più della metà della pensione. Se pensiamo che nelle più grandi società americane il fondo pensioni è quasi interamente investito nellazienda in cui si lavora, noi abbiamo un quadro più preciso dei rischi che si corrono con la previdenza privata, che i liberisti nostrani ci propongono quotidianamente, facendo finta di dimenticare che la crisi del Giappone e dellArgentina sono lì a rovinare il sonno di tanti investitori e dipendenti. Negli anni 90 in Italia il problema pensioni è stato affrontato con le riforme del 1992 (Amato), 1995 (Dini) e 1997 (Prodi). Non è stata una passeggiata, si sono tolti non pochi privilegi, armonizzate diverse aliquote, unificati molti trattamenti e rivisti diversi "diritti acquisiti" del sistema pensionistico pubblico, che resta il primo e fondamentale pilastro del nostro sistema. Insomma non sono state riforme indolori; hanno però ricostruito un equilibrio tra entrate e uscite e salvaguardato un sistema che deve reggere le pensioni in atto e garantire, anche alle future generazioni, una dignitosa pensione pubblica. Accanto al sistema pubblico riformato, le riforme prevedevano inoltre di avviare la costruzione della pensione complementare (secondo pilastro) di carattere contrattuale per i giovani. Ciò a partire da coloro che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi, per compensare la riduzione dei rendimenti del loro passaggio dal sistema di calcolo retributivo (sugli ultimi 10 anni) a quello contributivo (su tutta la vita lavorativa). Il senso del processo di riforma era dunque dato dallunione dei due "pilastri", che garantivano anche alle future generazioni una pensione complessiva analoga a quella maturata dai genitori o dai fratelli più grandi. La tanto attesa e discussa verifica dei conti ha indicato che lequilibrio costruito regge, al massimo in futuro sarà necessario limare qualche gobba, non certo rifare il sistema, come sostengono invece i signori di Confindustria. Il governo, dopo mesi di tentennamenti e annunci, nel mese di dicembre ha varato un disegno di legge delega sulla previdenza che, tra altre misure che non riprendiamo per questioni di spazio, contiene:
La decontribuzione scassa il primo pilastro e lassenza di misure fiscali mirate impedisce il decollo del secondo pilastro. Quindi è chiaro che, attraverso la delega, il Governo persegue lobiettivo di vanificare le riforme fatte, mettere in crisi il sistema pubblico per favorire lavvio del sistema delle assicurazioni private, che a quel punto sarebbero una via obbligata. La scelta del Governo è una via sbagliata, costosa, iniqua e pericolosa, come dimostrano le esperienze che si stanno vivendo sul piano internazionale. Il furore ideologico e gli interessi economici impediscono ai liberisti nostrani di ammettere che è molto più sicuro seguire la strada tracciata dalle riforme degli anni 90, rispetto allavventura della previdenza privata. A livello internazionale nessun paese e nessun sistema ha trovato luovo di Colombo per fronteggiare i grandi cambiamenti in atto nella composizione sociale del mondo del lavoro e della società. Tutti sono alle prese con il problema di far quadrare i conti e più di un paese ci invidia il lavoro già fatto negli anni scorsi per riequilibrarli. La strada che noi pensiamo sia giusto e utile percorrere è quella tracciata dalle riforme fatte. Per questa ragione le cose fondamentali da realizzare sono:
La premessa necessaria è la radicale modifica della delega varata dal Governo. La riforma dello Stato sociale può essere completata in modo equo e solidale salvaguardando le pensioni di oggi e quelle dei pensionati di domani. Il sindacato dei pensionati e lintera CGIL sono in prima fila in questa decisiva battaglia di civiltà, che merita un sostegno ampio e popolare.
Edoardo Bano
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