Intervista a Mario Onnis, curatore dellindagine presentata a Bergamo
il 26 maggioI pensionati e il lavoro in nero:
una ricerca dello Spi Cgil
di Simona Ghezzi
Cè chi lavora nellindustria, nelledilizia o
nellagricoltura, chi simprovvisa autista o giardiniere, e chi preferisce
dedicarsi a lezioni private a casa propria. Tante sono le facce del lavoro nero, ma quanti
sono effettivamente i pensionati che, nella nostra provincia, si dedicano ad attività
lontano dalla luce del sole? E questo loggetto della ricerca commissionata
dallo Spi di Bergamo allingegner Mario Onnis, presentata lo scorso 26 maggio
allHotel Raddison.
E la prima volta che si occupa della problematica del lavoro
in nero?
Sì. Due sono stati gli stimoli che mi hanno spinto ad accettare: la
curiosità verso loggetto della ricerca e lopportunità di collaborare con la
Cgil.
Qual è stato il metodo utilizzato nella ricerca?
Lo stesso utilizzato per una ricerca sul lavoro nero fatta, qualche
anno fa, in Sicilia dalla Fondazione Curella, in collaborazione con l'Istat. Tale metodo
si avvale dellintegrazione di tre fonti distinte: dati ufficiali d'Istituti
Nazionali (Istat , Censis) e Provinciali (Inps, Dpl); interviste dirette o per mezzo di
questionari ai cosiddetti "testimoni privilegiati", ossia amministratori
pubblici, sindacalisti, rappresentanti di categoria e persone che si occupano della
problematica del lavoro nero; questionari diretti.
A chi sono stati rivolti i questionari diretti?
A 283 pensionati residenti nel comune di Ponteranica, con unetà
compresa tra i 50 e i 64 anni. Purtroppo, solamente 110 di loro li hanno restituiti.
Che cosa è emerso dalle interviste e dai questionari diretti?
Sembra che nessuno conosca il fenomeno in modo documentato. Non è
emersa una visione globale del problema e la loro percezione quantitativa sembra essere
sproporzionata rispetto alla realtà dei fatti. Nella provincia di Bergamo, ci sono circa
80 mila pensionati tra i 50 e i 64 anni; di questi, circa 60.000 potrebbero, teoricamente,
lavorare in nero poiché non sono impiegati, in modo fiscalmente corretto, in
alcunattività a carattere continuo. A giudicare dalle stime fatte dai
"testimoni privilegiati", tuttavia, sarebbero solamente 20 mila le persone che
lavorano in nero; secondo i responsabili di Lega dello Spi, circa 10 mila. Un dato
assolutamente esagerato: proiettando queste stime su scala nazionale, si otterrebbero
numeri incredibili!
Che valore si può attribuire ai dati raccolti?
Sono indicativi della percezione che si ha del fenomeno. Certo non
hanno alcuna pretesa scientifica. Il campione del solo comune di Ponteranica non può
essere considerato statisticamente rappresentativo
Tra i dati utilizzati, i più oggettivi sono senzaltro quelli
dellIstat, listituto di ricerca più serio e apprezzato in Europa. Elaborando
i dati Istat relativi al lavoro nero in Lombardia nel 1997, si può stimare che, nella
nostra provincia, siano circa un migliaio le persone tra i 54 e i 64 anni, che si dedicano
a questattività. Un numero relativamente basso, se si considera che, in base ad una
stima della Uil, in tutta Italia i pensionati che lavorano in nero sarebbero circa
220.000.
Che cosa spinge la gente a lavorare in nero?
Dalla ricerca non emerge alcuna motivazione di carattere esistenziale,
legata allimportanza del lavoro come valore. Emergono, piuttosto, motivazioni
economiche, anche se, di solito, non sembrano avere a che fare con il bisogno in senso
stretto!
Quale può essere la soluzione alla piaga del lavoro nero?
Ciò che contraddistingue questo fenomeno è la coincidenza
dinteressi tra chi lo pratica e chi riceve la prestazione: per questo è difficile
da eliminare. Quello che emerge dalle interviste è che si deve combattere il fenomeno in
sé, non chi lo pratica. Del resto se si riuscisse ad eliminare il lavoro in nero dei
pensionati, un esercito di disoccupati, studenti, casalinghe ed immigrati prenderebbe
subito il loro posto, lavorando, a loro volta, in nero.