Amnesty International
P R E O C C U P A Z I O N I I N E U R O P A
gennaio - giugno 2002
I T A L I A
Estratto dal rapporto, CONCERNS IN EUROPE: January - June 2002 (AI Index: EUR
01/007/2002). La versione ufficiale del presente documento è quella originariamente
pubblicata in lingua inglese dal Segretariato internazionale di Amnesty International.
http://www.amnesty.it/primopiano/g8
Durante e dopo il summit G8, Genova, luglio 2001
(aggiornamento del documento EUR 01/002/2002)
Nel periodo in esame sono continuate a pervenire segnalazioni
ben documentate di violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze dell'ordine
e agenti di custodia durante le operazioni per il mantenimento dell'ordine pubblico
nell'ambito del summit G8 di Genova. Le denunce, provenienti da centinaia di persone -
uomini e donne - di diverse nazionalità, età ed occupazione, si sono rivelate
significativamente coerenti tra di loro.
Nel luglio 2001 a Genova più di 200.000 persone, di cui molte straniere, hanno preso
parte a manifestazioni anti-globalizzazione. La maggior parte di esse ha manifestato
pacificamente, ma alcune dimostrazioni sono degenerate in violenza e hanno causato il
ferimento di numerose persone e vasti danni alle cose. Il bilancio, alla fine del summit,
contava il ferimento di centinaia di persone, l'arresto di più di 250 persone, molte
delle quali di nazionalità straniera, e la morte di un dimostrante italiano, Carlo
Giuliani, ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere di leva.
Amnesty International non legittima, né giustifica l'uso della violenza contro le forze
dell'ordine o la proprietà, né si oppone all'impiego legale di una ragionevole forza da
parte degli organi preposti al mantenimento dell 'ordine pubblico. Tuttavia,
l'organizzazione ritiene che quest'ultimo vada mantenuto nel pieno rispetto degli standard
internazionali sui diritti umani ed in modo da proteggere i diritti delle persone
impegnate in forme pacifiche di protesta.
A fine giugno 2002 Amnesty International non aveva ancora ottenuto risposta alle due
lettere inviate al governo italiano nel luglio 2001 (per il testo integrale si veda Italy:
Letters to the Italian government concerning the G8 policing operations - July 2001 - AI
Index EUR 30/008/2001). Nella prima lettera, inviata nei giorni precedenti il G8, Amnesty
International sollecitava le autorità a garantire che gli agenti impegnati nelle
operazioni di mantenimento dell'ordine pubblico utilizzassero la massima moderazione nel
trattamento dei dimostranti, fossero a conoscenza delle norme internazionali in materia di
diritti umani e agissero conformemente ad esse in ogni circostanza.
Con la seconda missiva, spedita dieci giorni dopo il summit, Amnesty International
esprimeva profonda preoccupazione per i numerosi rapporti già ricevuti, relativi a
violazioni di tutti i diritti indicati nella prima lettera e chiedeva la collaborazione
del Governo perché fornisse informazioni in merito alle istruzioni e all'addestramento
impartiti alle forze dell'ordine. Inoltre, l'organizzazione sollecitava un completo
riesame dei metodi di addestramento e spiegamento delle forze dell'ordine impegnate nel
controllo della folla e chiedeva al Governo di adottare tutte le misure necessarie a
garantire che, per il mantenimento dell'ordine pubblico, non venisse impiegata più forza
di quella ragionevolmente consentita, che gli agenti fossero adeguatamente equipaggiati ed
addestrati all'utilizzo di tecniche non letali per il controllo della folla e che
venissero soggetti a rigide norme sull'uso di tali tecniche e ad un rigoroso sistema di
individuazione delle responsabilità. Amnesty International affermava, inoltre, che era
indispensabile intraprendere la revisione e, dove necessario, la modifica di tutti i
regolamenti e delle modalità di addestramento sull'uso delle armi da fuoco per le forze
dell'ordine, in modo da garantire chiarezza e conformità con gli standard internazionali
minimi e al fine di tutelare, nella misura più ampia possibile, la vita, l'integrità
fisica e la sicurezza delle persone.
Inoltre, Amnesty International chiedeva con forza l'istituzione di una commissione
d'inchiesta pubblica ed indipendente che conducesse un'indagine completa sulle presunte
violazioni dei diritti umani durante le operazioni per il mantenimento dell'ordine
pubblico nell'ambito del G8 e sulla condotta delle forze dell'ordine e della polizia
penitenziaria, elencando alcuni dei criteri che avrebbero dovuto informare la creazione e
l'efficacia di tale commissione. Tra l'altro, Amnesty International raccomandava che la
commissione potesse presentare rapporti preliminari per facilitare rapidi emendamenti a
regolamenti, leggi, addestramento e procedure riguardanti le forze dell'ordine e la
polizia penitenziaria. Alla fine del giugno 2002 tale commissione non era ancora stata
istituita e Amnesty International continua a chiederne la creazione.
Nel febbraio di quest'anno, il Senato ha bocciato a maggioranza una proposta
dell'opposizione per la costituzione di una commissione parlamentare d' inchiesta ad hoc
dotata di pieni poteri giudiziari. Già nell'agosto 2001 il Parlamento aveva respinto
un'analoga proposta, optando invece per un' indagine conoscitiva senza poteri giudiziari.
Tale commissione aveva concluso i propri lavori dopo un mese, tra il disaccordo e l'astio
dei suoi membri, con la presentazione, ad opera di deputati dei partiti di opposizione, di
due testi alternativi al rapporto adottato dalla maggioranza dei suoi membri.
Nel luglio 2001 il ministero degli Interni (responsabile per la polizia di Stato) e il
Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP, annesso al ministero della
Giustizia) hanno condotto indagini amministrative da cui sono emersi una grave mancanza di
coordinamento nelle operazioni di polizia e un limitato riconoscimento, da parte degli
ispettori, di errori, omissioni e violenze gratuite commessi in casi isolati dagli agenti
delle forze dell' ordine e della polizia penitenziaria. Il 2 agosto dello stesso anno, il
ministro degli Interni ha annunciato, senza ulteriori spiegazioni, che il Questore di
Genova, il capo dell'unità anti-terrorismo e il vice capo della polizia (quest'ultimo
responsabile per le operazioni del G8) erano stati trasferiti ad altro incarico. I tre
funzionari avevano poi ottenuto incarichi di primo piano nei servizi segreti.
La procura della Repubblica di Genova ha avviato un certo numero di indagini penali
(ancora in corso alla fine di giugno), sulla condotta degli agenti relative tra l'altro a:
La morte di Carlo Giuliani avvenuta il 20 luglio. Alla fine di giugno, il carabiniere che
aveva esploso il colpo mortale dall'interno di un veicolo dell'Arma attaccato dai
dimostranti era ancora indagato per omicidio volontario. Contemporaneamente, proseguivano
le analisi balistiche e l'esame di filmati e di altre prove relative alla traiettoria del
proiettile. Nel luglio 2001 Amnesty International aveva fatto appello perché l'inchiesta
fosse esauriente ed imparziale e includesse una valutazione sulla compatibilità dell'uso
della forza letale con i principi stabiliti dalle norme internazionali sull'uso della
forza e delle armi da fuoco da parte delle forze dell'ordine. Tali norme stabiliscono che
la forza e le armi da fuoco devono essere impiegate come ultima risorsa, proporzionalmente
alla minaccia posta e allo scopo di limitare al massimo i ferimenti e proteggere la vita.
Presunte aggressioni non provocate ed uso di forza eccessiva da parte degli agenti durante
il raid alla sede del Genova Social Forum (GSF), nei locali della scuola Pertini-ex Diaz,
nelle prime ore del 22 luglio. Le persone fermate all'interno ed intorno ai locali
legalmente occupati dal GSF - molte delle quali addormentate al momento del raid - hanno
riferito che gli agenti delle forze dell'ordine le hanno sottoposte a percosse deliberate
e gratuite che hanno provocato numerosi feriti, alcuni dei quali sono stati ricoverati
d'urgenza e, in alcuni casi, sottoposti ad operazioni chirurgiche. I referti medici hanno
registrato il ferimento di 62 persone fermate durante il raid:
secondo quanto riferito, circa 20 persone - di cui almeno due prive di sensi - sono state
condotte fuori dai locali del GSF in barella.
Alla fine di giugno decine di agenti erano sotto inchiesta, inizialmente per accuse di
abuso di autorità, lesioni e percosse, ingiurie e/o per non averne impedito il compimento
da parte di altri agenti ai loro ordini. L'indagine si è ampliata quando sono emerse, a
carico di alcuni agenti, prove significative di falsa testimonianza e falsificazione di
prove ai danni delle 93 persone detenute, apparentemente al fine di giustificare il raid
alla sede del GSF, gli arresti delle medesime (accusate di resistenza a pubblico ufficiale
ed associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio) e il grado di
forza impiegato dalla polizia.
Tra l'altro, due bottiglie Molotov che, secondo la polizia, erano state rinvenute durante
il raid, pare fossero invece state raccolte ore prima nelle strade di Genova. Allo stesso
modo, gli esami forensi condotti sul giubbotto antiproiettile indossato durante il raid da
un agente - che aveva affermato di essere stato aggredito da un individuo non identificato
che aveva tentato di accoltellarlo al torace - hanno stabilito che i danni rilevati
sull'indumento non erano compatibili la sua versione dei fatti.
Presunte aggressioni ed altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti commessi da forze
dell'ordine e polizia penitenziaria nel centro detentivo temporaneo di Bolzaneto. Circa
222 persone, tra cui la maggior parte di quelle arrestate durante il raid alla sede del
GSF, sono state condotte al centro di detenzione di Bolzaneto, approntato per ricevere ed
ospitare provvisoriamente i fermati dalla Polizia e dalla Guardia di finanza prima del
trasferimento in carcere. Nel centro prestavano servizio personale penitenziario (agenti
di custodia e staff sanitario) e agenti delle forze
dell'ordine. Ai detenuti è stato sistematicamente negato il diritto di informare i
parenti dell'arresto e del luogo di detenzione, il diritto di accedere alla consulenza di
un avvocato e, nel caso dei cittadini stranieri, di funzionari consolari. Decine di
detenuti hanno denunciato, tra l'altro, di essere stati schiaffeggiati, presi a calci e
pugni, di essere stati fatti oggetto di sputi e insulti, talvolta di natura sessuale,
sottoposti a perquisizioni corporali degradanti, minacciati, privati di cibo, acqua e
sonno per lunghi periodi, obbligati ad allinearsi faccia al muro con le gambe divaricate e
costretti a restare in tale posizione per ore e, se non la mantenevano o parlavano,
percossi, soprattutto su parti del corpo già ferite durante l'arresto.
Tali denunce sono state sostanzialmente confermate da dichiarazioni rilasciate alle
autorità da un infermiere professionale in servizio a Bolzaneto durante il G8. Alla fine
di giugno 2002, più di 20 persone, tra cui agenti di custodia, medici, infermieri e
carabinieri erano stati posti sotto inchiesta per abuso di autorità, lesioni, percosse,
ingiurie e/o per non averne impedito il compimento. Il ministro della Giustizia, in visita
al centro per circa trenta minuti nelle prime ore del 22 luglio 2001, ha riferito alla
commissione parlamentare incaricata dell'indagine conoscitiva di aver visto alcuni
detenuti silenti, con la faccia al muro e le gambe divaricate, ma di non aver rilevato
alcuna forma di maltrattamento.
Presunto uso di forza eccessiva durante le manifestazioni di piazza del 20 e 21 luglio
2001. Agenti delle forze dell'ordine sono stati accusati di aver condotto attacchi
indiscriminati, colpendo con manganelli e utilizzando agenti chimici come il gas CS e lo
spray al pepe (OC), anche nei confronti di manifestanti non violenti (compresi i
minorenni), giornalisti, medici ed infermieri impegnati nello svolgimento del proprio
compito e chiaramente identificabili come tali.
Nel giugno 2002 circa 10 dimostranti hanno sporto formale denuncia, accompagnata da
referti medici, affermando di soffrire effetti a lungo termine (danni a polmoni, gola ed
epidermide) a causa dell'esposizione al gas CS. Amnesty International ritiene che una
revisione indipendente dell' impiego di agenti chimici da parte delle forze dell'ordine
deve consentire l 'introduzione, laddove appropriato, di rigorose linee guida regolanti
l'uso di tali metodi, nonché di idonei strumenti di controllo per mantenerle aggiornate e
garantirne l'osservanza.
Gli investigatori e le vittime degli abusi hanno riferito di aver avuto difficoltà ad
identificare i responsabili delle aggressioni e dell'impiego eccessivo di forza nelle
piazze e in altri luoghi (ad esempio, durante il raid al GSF), anche se gli eventi erano
stati filmati, poiché spesso gli agenti avevano il volto coperto da elmetti
anti-sommossa, maschere o sciarpe e non portavano altri elementi che avrebbero potuto
rendere possibile il loro riconoscimento. Amnesty International raccomanda che la prassi
italiana venga allineata al Codice europeo di etica professionale per la polizia (adottato
dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa nel settembre 2001). Il codice afferma
che durante gli interventi gli agenti devono normalmente "essere in grado di
identificarsi individualmente come agenti
della polizia". Il Comitato ha commentato che "senza la possibilità di
identificare il singolo agente, la responsabilità personale . diviene una nozione priva
di significato". Come ha sottolineato il Comitato, l' identificazione di un agente
non implica che il suo nome venga rivelato.
Tuttavia, è chiaro che se gli agenti non portano in evidenza qualche segno identificativo
- come ad esempio, il numero di matricola - ciò può evitare il riconoscimento di
presunti aggressori e, perciò, può fornire loro la più completa impunità.
Per ulteriori informazioni, si veda il documento Italy: G8 Genoa policing
operation of July 2001. A summary of concerns (AI Index: EUR 30/012/2001).
Documentazione in lingua italiana è disponibile al seguente indirizzo:
http://www.amnesty.it/primopiano/g8 |